UNA GIOIA INASPETTATA Alla Facoltà dell’Università nessuno dei colleghi avrebbe mai creduto che il marito della professoressa Valeria Ilinichna fosse un alcolista incallito. Questo era il suo triste segreto, la sua amara disgrazia. Valeria, docente associata e responsabile di dipartimento, godeva di una reputazione impeccabile sul lavoro. Tutti la consideravano una donna di successo, realizzata sotto ogni aspetto. Il marito spesso la aspettava all’uscita dell’Accademia per tornare a casa insieme, sottobraccio. Le colleghe più giovani commentavano ammirate: “Ma che fortuna, professoressa! Suo marito è così elegante, attento, distinto, affascinante…” Valeria sorrideva con distacco: “Non invidiate, ragazze!” Solo lei sapeva cosa succedeva tra le mura di casa con il suo “intellettuale”, che tornava ubriaco fradicio, incapace persino di infilare la chiave nella serratura, e si addormentava sull’uscio finché lei, con mille lamenti e rimproveri, lo trascinava in casa, lo copriva con una coperta e tornava ai suoi studi—prima la tesi, poi la libera docenza—lasciando sempre una tazza d’acqua accanto a lui, per non sentirsi chiamare nel cuore della notte: “Valeria! Voglio da bere!” Così scorrevano i giorni, le settimane, i mesi. Solo al lavoro Valeria appariva radiosa e composta, dispensando saggezza ai ragazzi, mentre a casa la sua esistenza era un teatro di silenzi, stanchezze e solitudine. La loro vita matrimoniale durava da ventotto anni: un tempo erano stati innamorati, ora l’amore si era polverizzato come piume di un cuscino bucato, volate via e ormai irrecuperabili. Il figlio Dima, unico sollievo per Valeria, cresciuto tra le sue braccia e mille sacrifici, era diventato uomo; troppo innamorato della vita e delle donne, cambiava ragazze come calzini. Quando finalmente portò a casa Anja, Valeria la accolse come una nuora e attese invano il giorno in cui avrebbe finalmente avuto un nipote. Ma Dima la deluse più volte, e quando anche Anja sparì, la madre si rese conto che si era davvero affezionata a quell’unica presenza stabile nella vita del figlio. Gli anni passarono, il marito morì per cirrosi epatica dopo mesi di sofferenza e lacrime. Davanti alla tomba, Valeria confessò a Dima: “Ho versato tante lacrime quanta vodka ha bevuto tuo padre. Ma sai, forse sopporterei tutto di nuovo, se solo potessi riaverlo.” Rimasta sola, la sua unica speranza era un nipote. Il giorno di Capodanno, quando ormai la solitudine sembrava insopportabile, qualcuno bussò alla porta: era Anja, accompagnata da una bimba che Valeria riconobbe subito, nei lineamenti, come sangue del suo sangue. “Questa è tua nipote, Valeria Ilinichna. Si chiama Veronica. Ti prego, tienila con te per un po’.” Da quel giorno, con la piccola Nika nella sua vita, Valeria ritrovò una gioia inaspettata. Ora, Veronica frequenta la prima elementare, chiama Valeria “nonnina” e Dima “papà”, mentre Anja non è mai più tornata…

UNA GIOIA INASPETTATA

A nessuno in dipartimento, alluniversità, sarebbe mai passato per la testa, né tantomeno ci avrebbe creduto, che il marito di Valeria Beltrami fosse un alcolista senza rimedio. Era questo il suo dolore segreto, la pena che non si confidava a nessuno.

Valeria Beltrami era docente universitaria, una stimata professoressa associata e capo dipartimento. Sul lavoro, Valeria era tenuta in grande considerazione: la reputazione impeccabile, la competenza, la serietà. Tutti pensavano che fosse una donna realizzata, sotto ogni punto di vista. Del resto, spesso il marito andava a prenderla alluscita delluniversità e tornavano a casa insieme, sottobraccio.

«Ma che fortuna che ha, professoressa Beltrami! Suo marito è proprio un uomo distinto, educato, affascinante…» commentavano, sognanti, le colleghe più giovani.

Valeria si schermiva con un sorriso: «Dai, ragazze, non cè da essere invidiose!»

Solo lei sapeva cosa succedeva a casa, chi diventava quell”intellettuale” oltre la soglia. Vittorio, suo marito, si ubriacava fino a perdere i sensi. Più che arrivare, strisciava fino davanti alla porta, con i vestiti sporchi, irriconoscibile. Non riusciva neppure a infilare la chiave nella serratura, così suonava ripetutamente, crollava sulluscio e si addormentava di colpo. Valeria allora apriva la porta, lo trascinava dentro mormorando a mezza voce “povero disgraziato, non ne ho più la forza…” lo copriva con una coperta a portata di mano perché non prendesse freddo, poi tornava a scrivere la sua tesi. Prima il dottorato di ricerca, poi labilitazione. Sempre lasciava una grossa tazza dacqua vicino a lui. Altrimenti, a metà notte avrebbe urlato: «Vale! Dammi da bere!»

Valeria, la mattina, aggirava distrattamente il marito addormentato nel corridoio e chiudeva la porta dietro di sé. Alluniversità tornava ad insegnare saggezza e pazienza, come se niente fosse. Questo andazzo poteva durare una settimana, un mese… Ma poi, dun tratto, Vittorio si ripresentava davanti alluniversità impeccabile e sorridente, come se il passato fosse scomparso. Quando, a fine giornata, Valeria usciva con le colleghe, il marito correva a prenderle il braccio, la baciava sulla guancia e le domandava: «Comè andata oggi, Valeria?»
«Tutto bene, Vito. Andiamo a casa», sospirava lei, impercettibile. E le colleghe osservavano ammirate quella coppia così affiatata.
«Che fortuna la professoressa Beltrami, con un marito così…»

Ma una volta rientrati, Valeria si chiudeva in silenzio; era la sua vendetta. Sapeva che il silenzio era unarma terribile e Vittorio non lo sopportava. Anzi col tempo si era abituato: accompagnava la moglie a casa e poi spariva con qualche scusa, a bere di nascosto.

Valeria e Vittorio erano sposati da 28 anni. Allinizio, lamore era stato reciproco, delicato e così pareva eterno. E poi, come piume lanciate al vento, si era disperso. E raccoglierle, ora, era impossibile.

Allinizio del matrimonio, faticavano ad avere un figlio. Valeria era molto preoccupata: per lei, una famiglia non aveva senso senza figli. Quando finalmente nacque un maschietto, divenne il sole della sua vita. Cera bisogno di tutto soldi, attenzioni, cura e i soldi scarseggiavano. Tutto il peso della casa e del bambino ricadde sulle sue spalle, mentre Vittorio aveva una sola missione: nascondere bottiglie di vino e berle di nascosto.

Valeria era esausta ogni sera, così nemmeno si accorse subito delle abitudini del marito. Era giovane e ingenua. Quando trovò una bottiglia di grappa nascosta dietro le tende sul balcone, incredula chiese:
«Vittorio, di chi è questa?»
«Indovina», rispose ridendo lui.

Iniziarono litigi. Pianti, promesse, minacce. Sempre lo stesso copione.

Gli anni passavano. Vittorio trovava ogni tanto lavoro, ma lo perdeva subito: la colpa era sempre del bere. Valeria non riponeva alcuna speranza in lui, ma non pensava al divorzio. Non poteva dimenticare ciò che le aveva insegnato sua madre:
«Figlia mia, il marito si sceglie una volta sola. Il primo è mandato da Dio, il secondo dal diavolo. Che sia anche solo di paglia, resta tuo marito. E per un figlio, il padre è sacro.»

Era terrorizzata dallidea di un “marito del diavolo”.

Così aveva fatto carriera solo con le sue forze. Era abituata allaltalena delle sbronze di Vittorio, la sceneggiata la conosceva a memoria. Ormai era rimasto solo compassione. Il cuore era arido, spento.

Cera solo una vera gioia per Valeria: il figlio Matteo. Cresciuto bene, ragazzo affascinante e popolare. Si innamora la prima volta a 14 anni, la seconda a 19 e così via… Un vero Don Giovanni, un Donnaiolo daltri tempi. Valeria ne soffriva: ogni volta che si affezionava a una ragazza del figlio, Matteo ne presentava subito una nuova. Solo una, Annalisa, restò al suo fianco per ben cinque anni. Valeria iniziò a chiamarla “nuora”. Lavevano presentata a tutta la famiglia. Vivevano insieme, tutti e cinque: Vittorio, Valeria, Matteo e Annalisa. Valeria suggeriva che fosse arrivato il momento di sposarsi e pensare ai nipoti, che non era una vita da cristiani quella. Ma Annalisa alzava le spalle:
«Io sono pronta, ma é Matteo che temporeggia…»

«Matteo, tra poco vado in pensione, voglio coccolarmi i nipotini!» sollecitava Valeria. Ma il figlio taceva. Poi, un giorno, Annalisa sparì. Valeria tornò dalluniversità e non trovò più nulla di lei. La sera, Matteo presentò a sorpresa una nuova ragazza: Chiara. Avrà avuto 18 anni al massimo.

«Chiara vivrà da noi. Ci amiamo», annunciò Matteo.

«E Annalisa… Dovè? Matteo, questa cosa non la permetto! Riporta Annalisa!» Valeria era arrabbiata. Matteo e Chiara, offesi, se ne andarono.

Solo allora Valeria capì quanto le era cara Annalisa. Cinque anni insieme non erano niente. Annalisa aveva amato davvero Matteo. Cosaltro può desiderare una madre? E ora… puff.

«Come lha chiamata, questa nuova? Chiara? Carla? Non la farò entrare! Ma guarda che donnaiolo… in chi avrà preso? Almeno grazie a Dio non beve come suo padre», cercava di rasserenarsi Valeria.

Dopo un mese, Matteo tornò a casa. Da solo. Senza Chiara, senza Annalisa, senza nessuna. Valeria fu contenta, ma domandò:
«E questa nuova fiamma?»

«Mi ha detto che non tutti i fiori sono per il mio campo!. Sono troppo grande per lei», rise Matteo e proseguì:
«Mamma, ti arrabbiavi tanto per Annalisa. Un segreto: ha due figli! Non lo sapevi? Nemmeno io. Ti ricordi quando diceva sempre di andare dalla mamma, in campagna, ad aiutare? Invece andava a trovare i suoi figli. Me lha detto il suo ex marito. Un tipo a posto pure lui, cresce i bambini da solo. Sperava che Annalisa tornasse da lui. Puoi crederci? Zitta per cinque anni! E avrebbe continuato, se lui non si fosse fatto vivo. Allora? Cosa ne pensi?» sbottò Matteo.

«Calmati, Matteo! Io credo che Annalisa ti abbia sempre voluto bene. Così va la vita. Al cuore non si comanda. Peccato che i bambini, quelli innocenti, ne paghino sempre le conseguenze. I genitori litigano, corrono di qua e di làe per i piccoli ci vuole lamore di entrambi! Annalisa mi dispiace tanto, non posso dimenticarla. Era una brava ragazza», difese Valeria la sua mancata nuora.

«Non preoccuparti, mamma, resta brava», scherzava Matteo.

Passò un anno. Il marito di Valeria, Vittorio, se ne andò. Cirrosi epatica. Sei mesi di agonia. Prima di morire, chiese perdono con le lacrime agli occhi, a Valeria e al figlio, per la vita buttata via.

Al cimitero, Valeria, tenendo Matteo per mano, gli disse:
«Sai quanti anni della mia vita mi ha portato via tuo padre, quanti nervi e speranze consumati? Hai visto coi tuoi occhi tutto. Ma ti confesso, figlio mio… sopporterei tutto da capo, se potessi vedere di nuovo Vito alzarsi dalla tomba. Così è lamore»

Valeria scoppiò a piangere apertamente, lasciò un mazzo di fiori freschi sulla tomba. Matteo la prese sottobraccio e insieme tornarono verso casa, in silenzio. In certi momenti è impossibile parlare.

Al dipartimento tutti si rammaricavano per Valeria Beltrami. Per la prima volta si era lasciata andare, raccontando di sentirsi sola. E che il figlio aveva la sua vita, sempre dietro a qualche nuova avventura amorosa. Se almeno le facesse un nipotino… forse tutto sarebbe più leggero. Ma come fare a ricominciare? Dove trovare la forza?

Passò ancora un anno. Valeria andò finalmente in pensione. Non riusciva a pensare senza nostalgia a quando Vito laspettava sulle scale delluniversità. Sembrava impossibile non rivedere più quegli anni.

Arrivò la fine di dicembre. In tutta Italia, lagitazione delle feste era nellaria: adulti, bambini, tutti in attesa di un miracolo!

A Capodanno, Valeria guardava, sola, la televisione. Lalbero pieno di lumi, sulla tavola linsalata russa, arance e panettone, una bottiglia di prosecco. Chissà se Matteo passerà per un saluto Avrà già unaltra storia damore. Troverà mai la donna giusta?

Suona il campanello. Valeria trasalisce, perché Matteo ha le chiavi: chi va a bussare di notte?

Si affaccia allo spioncino, impaurita.
«Madonna mia, Annalisa!» In un attimo apre la porta e la stringe forte tra le braccia. Solo dopo vede accanto a lei una bambina piccolissima. Valeria si fa in quattro, le fa accomodare, le offre quello che cè in casa. Un po di tè e qualche biscotto. Annalisa chiede di poter mettere a dormire la bambina.

Quando la piccola si addormenta, Valeria, osservandola meglio, vi rivede Matteo, in miniatura.
«Racconta, Annalisa. Come mai qui?» domanda Valeria con una gioia trattenuta.

«Professoressa Le devo dire la verità», inizia Annalisa.
«Lo so già tutto, cara. È stato Matteo a parlarmene. Ma tu vieni al punto», incalza Valeria.
«Ecco questa è sua nipote, propria nipote», sospira Annalisa.
«Lavevo capito. Figlia di Matteo, non si può negare. E come si va avanti, adesso?» chiede Valeria.
«Posso lasciarle la bambina? Per un po. Mio marito mi ha perdonata, ma non accetta Veronica. Dice che prima deve pensare ai suoi figli. Sono in un pasticcio, non so più cosa fare. La prego, mi aiuti!» implora Annalisa.
«Questo sì che è un bel regalo di Capodanno», riflette Valeria.

«Tanto ora è in pensione, non si annoierà! Prometto che tornerò spesso. Si chiama Veronica. Un anno e tre mesi», insiste Annalisa.

La mattina dopo, di Annalisa non cera più traccia. Sul tavolo, un biglietto: Le voglio bene, professoressa! Buon anno! Un saluto a Matteo! Accanto al biglietto, una borsa con poche cose della bambina e i documenti. Valeria legge: Veronica Mattia.

«La nostra stirpe non si smentisce. Se nè andato Vito, è arrivata Veronica», sorride tristemente.

Valeria si avvicina alla nipotina che dorme e le bacia la fronte. «Tu sei la mia gioia inaspettata»

Veronica ora va in prima elementare. Chiama Valeria “nonna”, Matteo è il suo papà. La adora, e ancora cerca la sua felicità tra le nuvole. Annalisa, da allora, non è più tornata.

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UNA GIOIA INASPETTATA Alla Facoltà dell’Università nessuno dei colleghi avrebbe mai creduto che il marito della professoressa Valeria Ilinichna fosse un alcolista incallito. Questo era il suo triste segreto, la sua amara disgrazia. Valeria, docente associata e responsabile di dipartimento, godeva di una reputazione impeccabile sul lavoro. Tutti la consideravano una donna di successo, realizzata sotto ogni aspetto. Il marito spesso la aspettava all’uscita dell’Accademia per tornare a casa insieme, sottobraccio. Le colleghe più giovani commentavano ammirate: “Ma che fortuna, professoressa! Suo marito è così elegante, attento, distinto, affascinante…” Valeria sorrideva con distacco: “Non invidiate, ragazze!” Solo lei sapeva cosa succedeva tra le mura di casa con il suo “intellettuale”, che tornava ubriaco fradicio, incapace persino di infilare la chiave nella serratura, e si addormentava sull’uscio finché lei, con mille lamenti e rimproveri, lo trascinava in casa, lo copriva con una coperta e tornava ai suoi studi—prima la tesi, poi la libera docenza—lasciando sempre una tazza d’acqua accanto a lui, per non sentirsi chiamare nel cuore della notte: “Valeria! Voglio da bere!” Così scorrevano i giorni, le settimane, i mesi. Solo al lavoro Valeria appariva radiosa e composta, dispensando saggezza ai ragazzi, mentre a casa la sua esistenza era un teatro di silenzi, stanchezze e solitudine. La loro vita matrimoniale durava da ventotto anni: un tempo erano stati innamorati, ora l’amore si era polverizzato come piume di un cuscino bucato, volate via e ormai irrecuperabili. Il figlio Dima, unico sollievo per Valeria, cresciuto tra le sue braccia e mille sacrifici, era diventato uomo; troppo innamorato della vita e delle donne, cambiava ragazze come calzini. Quando finalmente portò a casa Anja, Valeria la accolse come una nuora e attese invano il giorno in cui avrebbe finalmente avuto un nipote. Ma Dima la deluse più volte, e quando anche Anja sparì, la madre si rese conto che si era davvero affezionata a quell’unica presenza stabile nella vita del figlio. Gli anni passarono, il marito morì per cirrosi epatica dopo mesi di sofferenza e lacrime. Davanti alla tomba, Valeria confessò a Dima: “Ho versato tante lacrime quanta vodka ha bevuto tuo padre. Ma sai, forse sopporterei tutto di nuovo, se solo potessi riaverlo.” Rimasta sola, la sua unica speranza era un nipote. Il giorno di Capodanno, quando ormai la solitudine sembrava insopportabile, qualcuno bussò alla porta: era Anja, accompagnata da una bimba che Valeria riconobbe subito, nei lineamenti, come sangue del suo sangue. “Questa è tua nipote, Valeria Ilinichna. Si chiama Veronica. Ti prego, tienila con te per un po’.” Da quel giorno, con la piccola Nika nella sua vita, Valeria ritrovò una gioia inaspettata. Ora, Veronica frequenta la prima elementare, chiama Valeria “nonnina” e Dima “papà”, mentre Anja non è mai più tornata…
Lo stai crescendo troppo debole? — Perché lo hai iscritto a scuola di musica? La suocera attraversa l’ingresso togliendosi i guanti con fare deciso. — Buongiorno, signora Ludmila. Entri pure. Anch’io sono felice di vederla. Il sarcasmo scivola via, indifferente. La suocera lancia i guanti sul mobile e si rivolge a Maria. — Me l’ha detto Kostiantyn al telefono. È tutto contento, dice “Suonerò il pianoforte!” E questa sarebbe educazione? Cosa vuoi fare di lui, una femminuccia? Maria chiude lentamente la porta d’ingresso. Solo per non perderla e urlare. — Significa che suo nipote studierà musica. Gli piace molto. — Gli piace! — sbuffa la suocera, come se Maria avesse detto una sciocchezza. — Ha sei anni, non sa nemmeno cosa gli piace. Sei tu che devi guidarlo. È maschio, è il mio nipote: e tu cosa vuoi crescere? La suocera va in cucina, aziona il bollitore come fosse casa sua. Maria la segue stringendo i denti. — Voglio crescerlo felice. — Lo stai crescendo debole e smidollato! Bisognava iscriverlo a calcio! A judo! Così diventa uomo, non un… non un pianista! Maria si appoggia alla porta, contando fino a cinque. Non basta. — Kostiantyn l’ha chiesto lui. Ama la musica. — Ama! — la suocera scaccia la frase con la mano. — Sergei alla sua età era in cortile a giocare a hockey! E il tuo cosa farà? Le sue scale? Che vergogna! Qualcosa dentro Maria si spezza. Si stacca dal muro e si avvicina. — Ha finito? — No, non ho finito! Te lo volevo dire da tempo… — E anch’io volevo dirle, — Maria sussurra — Kostiantyn è mio figlio. Mio. Decido io come educarlo. E lei non si permetta di metterci bocca. La suocera si fa paonazza. — Ehi… Come ti permetti di parlarmi così?! — Vada via. — Cosa?! Maria le mette il cappotto in mano e la spinge gentilmente verso l’uscita. — Vada via da casa mia. — Mi stai cacciando?! Me?! Maria spalanca la porta, la prende per il braccio e la accompagna fuori, ignorando la resistenza. — La spunterò io! — dice la suocera — Senti?! Non ti lascerò rovinare il mio unico nipote! — Arrivederci, signora Ludmila. — Sergei verrà a sapere tutto! Gli dirò ogni cosa! Maria chiude la porta con decisione e si appoggia per riprendere fiato. Ancora urla soffocate dietro la porta, passi sulla scala. Poi silenzio. Oggi basta. Oggi Maria decide. Sergei torna da lavoro verso le otto. Già Maria capisce che la suocera l’ha chiamato: dai rumori, dalla postura, senza guardare Kostia che guarda i cartoni. — Kostia, tesoro, resta qui — Maria si inginocchia e gli sistema le cuffie con il suo cartone preferito sui robot. — Papà e mamma devono parlare. Kostia annuisce, Maria chiude la porta della cameretta, raggiunge la cucina. Sergei è davanti alla finestra, braccia conserte. Nemmeno si gira. — Hai cacciato mia madre. Non una domanda, una constatazione. — Le ho chiesto di andarsene. — L’hai buttata fuori! — Sergei si gira furioso. — Ha pianto due ore al telefono, Maria! Due ore! Le gambe di Maria cedono per la stanchezza. — Non ti preoccupa che lei abbia insultato me? Sergei esita un secondo. Poi scrolla le spalle. — Stava solo pensando a suo nipote, cosa c’è di male? — Ha chiamato nostro figlio “debole”. Un bambino di sei anni, Sergei. — Ha esagerato, succede. Ma in fondo mia madre non sbaglia: serve sport, allenamento, spirito di squadra… Maria lo guarda, finché lui non abbassa gli occhi. — Da piccola mi obbligavano alla ginnastica. Mia madre aveva deciso: “diventerai ginnasta.” Cinque anni, Sergei. Cinque anni di pianti, di dolore, di fatica. Sergei tace. — Oggi non sopporto più nemmeno l’odore delle palestre. E a mio figlio non farò vivere quello che ho vissuto. Calcio, sì, se lo vuole lui. Ma mai obbligarlo. — Mamma vuole solo il meglio… — Si facesse un altro figlio e lo educasse come vuole lei — Maria si alza — Su Kostia non interferirà mai più. Nemmeno tu, se stai dalla sua parte. Sergei vorrebbe dire qualcosa, ma Maria esce dalla cucina. Poi silenzio, distacco. Lentamente la tensione scema, ma il tema “suocera” resta tabù. Sabato mattina, ore otto. Maria si sveglia di soprassalto: sente un rumore di chiavi nella serratura. Paura. Prende il cellulare e si affaccia. Sulla porta, la suocera. In mano un mazzo di chiavi e uno sguardo trionfante. — Buongiorno, nuora. Maria, in pigiama, la fissa incredula. — Da dove ha preso le chiavi? — Sergei me le ha date. Era qui due giorni fa. Mi ha chiesto scusa per te. Così io posso venire dal nipote quando voglio. Maria cerca di capire. — Alle otto di sabato? Cosa vuole? — Sono qui per Kostia, — risponde la suocera togliendosi il cappotto — Preparati, Kostia! Oggi la prima lezione di calcio, l’ho iscritto io! La rabbia la travolge. Maria corre in camera. Sergei fa finta di dormire. Maria lo scuote. — Alzati! — Maria, più tardi… Lo trascina in soggiorno. — Tu le hai dato le chiavi. Di casa mia. Sergei tace, impacciato. — Questa è casa mia, Sergei. Mi appartiene. Come hai potuto dare le chiavi a tua madre? — Oh che donna egoista! — la suocera lancia il giornale. — Pensi solo a te! Sergei ha pensato a suo figlio, ecco perché! — Basta! Maria ignora la suocera, guarda il marito. — Kostia non andrà a calcio. Finché non lo chiede lui. — Non sei tu a decidere! — urla la suocera — Sei solo una comparsa! Seguirà le mie regole! Silenzio. Maria si gira piano verso Sergei. Lui, testa bassa, non dice una parola. — Sergei? Niente. Nessun sostegno. — Bene, — Maria annuisce, calma glaciale. — Una comparsa. Che finisce qui e ora. Prenda pure suo nipote, signora Ludmila. Non è più mio marito. — Non puoi! — la suocera impallidisce — Non hai diritto! — Sergei, — Maria lo fisso — hai mezz’ora. Prendi le tue cose e vai. O ti caccio in pigiama. — Maria, aspetta, parliamo… — Abbiamo già parlato. Alla suocera sorride storto. — Le chiavi le tenga. Stasera cambio la serratura. …Il divorzio dura quattro mesi. Sergei vuole tornare, si fa vivo, porta fiori. La suocera minaccia cause, avvocati. Maria assume un professionista e non risponde più. Due anni volano… …La sala della scuola d’arte è piena. Maria siede in terza fila stringendo il programma: “Konstantin Voronov, 8 anni. Beethoven, Ode alla gioia”. Kostia va sul palco — serio, elegante, mani sulle note. Le prime melodie riempiono la sala e, Maria, quasi smette di respirare. Il suo bambino sta suonando Beethoven. Quel figlio che aveva scelto lui la musica, lui il pezzo, lui le ore sul pianoforte. Quando termina, la sala esplode in applausi. Kostia si alza, si inchina, cerca la mamma in platea e sorride — largo, felice. Maria applaude tra le lacrime. Ha fatto la scelta giusta. Quella di mettere suo figlio davanti a tutto: alle opinioni, al matrimonio, alla paura della solitudine. Così deve essere una madre…