Sorpresa al caffè – ora mio marito non ha più scuse — Ho chiesto il divorzio, — disse Varvara con indifferenza una settimana dopo l’accaduto. — In che senso? — balbettò Gennaro. — Ma va tutto bene tra noi! Faccio tutto quello che vuoi… — Non ti amo più, non posso perdonare, — rispose Varvara con lo stesso tono. — Anche solo stare nella stessa stanza con te è una tortura. Varvara non aveva proprio intenzione di sposarsi a 20 anni — pensava prima a laurearsi, ma Gennaro era così insistente, premuroso, gentile. L’ha corteggiata per ben due anni, conquistando anche la suocera… — Figlia mia, saresti una sciocca se ti lasciassi scappare un ragazzo così, — diceva sempre la mamma ogni volta che Gennaro sistemava qualcosa in casa o portava fiori ad entrambe. Varvara lo ha sposato solo quando ha capito che senza di lui, quel ragazzo apparentemente normale ma attento e affettuoso, non poteva immaginare la propria vita. I successivi 14 anni sono stati molto felici: una casa tutta loro, una buona macchina, vacanze in belle località. E neanche una vera lite. — Che noia mortale, — storceva il naso l’amica di Varvara, Oxana, che con il marito viveva invece le classiche passioni all’italiana. — Come fate a vivere così? Senza amore, senza fuochi d’artificio… — Noi ci amiamo molto, ci fidiamo uno dell’altra e guardiamo nella stessa direzione, — sorrideva Varvara. — Non sempre l’amore significa litigi e scenate. Varvara e Gennaro andavano davvero d’accordo in tutto: stessi gusti in film, cibo, vacanze. L’unico tema di discussione: un figlio. Varvara desiderava tanto un bambino, ma non poteva averlo. Due tentativi di fecondazione assistita, falliti. Fu la prima volta che il marito alzò la voce. — Varvara, fermati! Ti stai ammazzando così! Si vive bene anche senza figli, milioni di persone vivono così! Perché continuare a soffrire? — Io voglio essere mamma. Tu non vuoi essere papà? — piangeva lei. — Ma non a costo della tua salute! Basta. Ti amo troppo per rischiare di perderti. Gennaro era contrario all’adozione. — No, allevare un bambino di altri, con chissà che ereditarietà, non lo voglio. Meglio pensare a una madre surrogata. Ma non c’erano abbastanza soldi. Varvara faceva la contabile in fabbrica, Gennaro tecnico manutentore nello stesso posto. Si viveva bene, ma i risparmi erano pochi, anche perché lui non voleva rinunciare a nulla per il sogno di Varvara. Quel giorno, una sua amica che lavorava in maternità la chiamò: “C’è un bimbo abbandonato, sanissimo, la madre niente di strano — solo superficiale. Lo ha lasciato e se n’è andata subito”. Ecco la loro occasione! Varvara lasciò l’ufficio di corsa e andò a casa. Doveva convincere Gennaro, era decisa! Attraversando il parco, vide il marito diretto al loro bar preferito. Avrà voluto sorprenderla con una cena romantica e il suo spiedino di pesce preferito, pensò. All’inizio non fece caso alla giovane accanto a Gennaro, finché lui non la abbracciò e la baciò teneramente, dicendole qualcosa. Entrarono mano nella mano nel caffè, lasciando Varvara impietrita. Lei entrò a sua volta e si sedette vicino a loro, senza essere vista. Il locale aveva alte pareti divisorie, che regalavano la sensazione di intimità — proprio quello che piaceva tanto anche a lei e Gennaro. La coppia non si accorse della sua presenza, e Varvara allora sentì: — Ma come mai mi porti in caffè così, in pieno giorno? — scherzava la ragazza. — Non hai paura che tua moglie ti scopra? — Chi, Varvara? — rise Gennaro. — Se capita, me la cavo. Lei si fida ciecamente, non crederà mai ai pettegolezzi. Ho la reputazione di essere il marito perfetto! — disse ridendo. — E poi, è al lavoro… Dai, Lucia, parliamo di noi… “Lucia” rise… Cos’abbia detto dopo Varvara non lo sentì, uscì lentamente dal locale. Cuore, anima, quello che sia, non volevano credere a ciò che aveva visto e sentito, ma certi ricordi non si cancellano. Nel parco, sopra una panchina, rimase paralizzata per un’ora. Cosa doveva fare? Come sopravvivere a un tradimento così? Il telefono squillò: era sempre l’amica, Katia. — Allora, Varvara, che avete deciso? Perché il piccolo va via presto. Bisogna fare in fretta… — Gennaro ha un’altra, — confessò Varvara. — Se l’è cercata! — Come, cioè?.. — Beh, forse non è come pensi… — tentennò Katia. — Ho visto tutto coi miei occhi. Dimmi tutto. — Gennaro ti tradisce da un po’, — ammise Katia. — Lo sanno tutti, ma nessuno voleva intromettersi. Siete la coppia perfetta! Varvara, non disperare! Li fanno tutti certe cose — almeno Gennaro ti ama davvero… — Ti richiamo dopo, — chiuse Varvara scoppiando a piangere. Dopo un’ora aveva smesso; dopo un’altra era ormai calma. Sul cellulare 14 chiamate perse da Gennaro e Katia (aveva messo il silenzioso). Varvara si alzò decisa e andò a casa. Ora sapeva cosa fare. — Varvara! Dove sei stata?! Stai bene?! — Gennaro era visibilmente agitato. — Perché non rispondevi? La abbracciò forte. — Stavo impazzendo dalla paura… Sentiva il cuore di lui battere forte, — davvero si era spaventato, — ma lei si liberò silenziosamente dal suo abbraccio. Si tolse le scarpe, posò la borsa sulla credenza e poi disse: — Gennaro, so che mi tradisci. Non ti chiederò come hai potuto, tanto non cambia niente. Chiederò il divorzio, Gennaro. — Varvara, cosa dici? Chi ti ha raccontato questa assurdità? Ti amo e non ti tradirei mai… — ma poi tacque davanti al suo sguardo serio. — Ti spiego tutto… Gennaro davvero tentò di spiegare, di chiedere scusa e perdono. Lei ascoltava in silenzio, e lui diventava sempre meno sicuro… — Gennaro, non ti amo più e non credo più a una parola. Basta… — Varvara andò in camera a preparare la valigia. — Perdonami, idiota che sono! — ripartì Gennaro con insistenza. — Ti amo, solo te! Nessun’altra conta! Farò di tutto perché tu mi perdoni! — Tutto? — si voltò lei. — Sì, — confermò lui, annuendo convinto. — Bene. Allora adottiamo il bambino. Katia mi ha detto che c’è un piccolo perfetto. Poi vedrò… — Sono d’accordo! — Gennaro si bloccò per un istante. — Faccio tutto, tutto! Fu di parola. Chiamò tutti i conoscenti possibili, che in cambio di una mancia aiutarono a accelerare l’adozione. La seguì in tutto: corso genitori affidatari, visite mediche, acquisti per Artemio. Era presente e super premuroso, dichiarava il suo amore, anticipava ogni desiderio. Insomma, recitava il ruolo del marito ideale. Varvara era convinta che recitasse e basta — non gli credeva più. Dopo sei mesi furono ufficialmente genitori di Artemio. — Ho chiesto il divorzio, — ribadì Varvara, indifferente, una settimana dopo. — Come sarebbe? — balbettò Gennaro. — Va tutto bene. Faccio tutto quel che chiedi… — Non ti amo, non posso perdonare — ripeté lei con lo stesso tono. — Anche solo stare con te è ormai una tortura per me. — Ma come?.. — rimase Gennaro perplesso. — Mi hai solo usato, allora? Solo per avere un figlio? Lei scrollò le spalle e si voltò dall’altra parte. — Ognuno per sé. — Ma che razza di persona sei… — Gennaro si voltò di scatto e uscì di casa. Regalò perfino la sua quota della casa ad Artemio. Credeva avrebbero avuto una vera famiglia, figlio e moglie amata. Era disposto a cambiare e impegnarsi in ogni modo per questo. Tornò solo la sera. — Sei davvero sicura del divorzio? — Sì. Puoi andare a vivere da mia madre intanto. Più avanti venderò l’appartamento e ti darò qualcosa. Non mi scuserò, Gennaro. Mi hai tradito, e ora mio figlio è l’unico uomo della mia vita. — Va bene. Ti sei voluta tutto tu. Ma sappi che Artemio è mio figlio, — disse Gennaro guardandola negli occhi. — Lo so, abbiamo fatto le carte insieme. Puoi vederlo. — No, tu non hai capito. Artemio è mio figlio biologico. L’ha partorito la mia ex. Ci siamo lasciati proprio per la sua gravidanza. Lei rimandava l’aborto — sperava che l’avrei sposata. Ma io amavo te! Capisci? Te! Varvara lo fissava incredula. — Esatto! — proseguì Gennaro. — Lei minacciò di lasciarlo in ospedale e l’ha fatto. Respirò affannato. — Ma io non sapevo che avresti adottato proprio quel bambino. Che coincidenza incredibile… Quando l’ho saputo era già tardi… — Ho capito, Gennaro, ma non cambia nulla. — Dopo una pausa Varvara aggiunse: — Per favore, trasloca e non evitare il tribunale. A lungo Gennaro non volle crederci, ma il divorzio si è davvero consumato. Ora vede Varvara e suo figlio nei weekend e spera ancora in un ritorno di fiamma.

Ho chiesto il divorzio, mi ha detto con una calma incredibile Valeria, appena una settimana dopo tutto quello che era successo.
Ma che stai dicendo? Giulio è rimasto allibito. Ma noi stavamo così bene, facevo sempre tutto quello che volevi
Non ti amo più e non posso perdonarti, gli ha risposto Valeria con lo stesso tono. Anche solo stare nella stessa stanza con te, ormai, è una tortura.

Valeria non aveva mai pensato di sposarsi a ventanni, voleva prima laurearsi, costruirsi una carriera. Solo che Giulio era stato così insistente, garbato, perfetto. Si era impegnato a corteggiarla per due anni, facendosi adorare perfino da sua madre.

Guarda che se perdi un ragazzo così sei una sciocca, la mamma glielo ripeteva ogni volta che Giulio aggiustava qualcosa in casa loro o portava i fiori a entrambe.

Alla fine Valeria aveva ceduto solo quando si era resa conto che senza quel ragazzo, allapparenza normale ma così premuroso e attento, la sua vita non avrebbe più avuto senso.

E così sono passati quattordici anni felici: hanno comprato un appartamento insieme a Bologna, si sono concessi qualche bella vacanza in Sicilia e a Ischia, hanno cambiato macchina con unAlfa Romeo nuova. Mai una vera lite.

Ma che vita piatta, borbottava spesso la sua amica Francesca, che con il marito invece aveva sempre scenate da film italiano. Ma ti pare normale? Dove sono la passione, la follia?

Ci amiamo tanto e ci rispettiamo, rispondeva Valeria con un sorriso tenero. Lamore vero non è fatto solo di litigi e drammi.

Lei e Giulio erano davvero in sintonia: stessi film, stessi gusti a tavola, stessa voglia di mare. Lunica cosa su cui non andavano daccordo era il figlio.

Valeria desiderava diventare madre da sempre, ma purtroppo non riusciva ad avere bambini. Aveva tentato due volte la fecondazione assistita, senza fortuna, e Giulio per la prima volta aveva perso la pazienza.

Valeria, basta così! le aveva urlato. Ti stai rovinando la salute! Stiamo bene anche senza figli, non capisco perché devi torturarti così!

Ma io voglio essere mamma! E tu, non vuoi diventare papà? lei piangeva.

Non al costo della tua salute. Ti amo, non voglio perderti.

Ma sulladozione, lui era irremovibile.

Un figlio di altri, con chissà che storie dietro, io non lo voglio crescere. Piuttosto lutero in affitto, ma almeno uno con il nostro sangue.

Peccato che di soldi per fare una cosa del genere non ne avessero abbastanza. Avrebbero dovuto risparmiare per anni: Valeria faceva la contabile in una fabbrica di Parma, Giulio era tecnico nello stesso stabilimento.

Lo stipendio bastava, ma i risparmi erano pochi. E Giulio di certo non aveva intenzione di stringere la cinghia solo per accontentare il grande sogno di Valeria.

Quel giorno, mi racconta, la chiama unamica che lavora in ospedale: «Vale, ascolta, qui cè un bimbo appena nato che la mamma ha lasciato. Sta benissimo, la madre non è una poveraccia, solo una testa calda Se ti interessa, devi muoverti, perché lo danno via in un attimo».

Valeria, appena riagganciato, prende la borsa e corre a casa. Deve convincere Giulio! Non può lasciar andare questa opportunità!

Fa una scorciatoia attraverso il parco, ansiosa e agitata, e proprio lì si trova davanti Giulio che, con sua sorpresa, va in direzione del loro bar preferito. Avrà prenotato una cena romantica per noi, pensa. Forse vuole prenderle il suo spiedino di pesce preferito.

Poi però vede che Giulio non è solo: cè una ragazza accanto a lui, e quando lui la abbraccia e la bacia con quella dolcezza Valeria si blocca, incredula.

Li segue piano nel locale e si mette al tavolo accanto al loro. Il bar ha quei separé di legno alti che danno privacy: li avevano sempre adorati per quello. I due non si accorgono di lei, ma Valeria sente tutto.

Ma come mai hai voluto vederci al bar così, in pieno giorno? Non hai paura che tua moglie ti scopra? chiede, scherzando, la ragazza.
Ma dai, ti pare? Valeria si beve tutto quello che le racconto, non sentirà mai le chiacchiere di paese! scoppia a ridere Giulio, Ho la reputazione del marito perfetto! Ma non parliamo di lei, pensiamo a noi, Luisa

La “Luisa” ride, dice qualcosa Valeria non sente più nulla. Esce dal bar come in trance e vaga senza meta, le gambe di gelatina. Il cuore e la testa fanno a botte con la realtà, ma ormai aveva visto tutto coi suoi occhi.

Resta seduta su una panchina del parco, attonita, per unora.

Cosa doveva fare adesso? Non riusciva neanche a immaginarselo.

La fa tornare alla realtà una telefonata, sempre dellamica Chiara.

Vale, allora? Ci avete pensato? Devi fare in fretta, il bimbo lo danno via in un attimo!

Giulio ha unaltra, le esce di bocca senza pensarci.

Finalmente lha fatta grossa pure lui!

Cioè, sapevi qualcosa tu?

Ma Vale, su, lo sanno tutti che lui da mesi fa il piacione in giro. Solo che nessuno aveva il coraggio di dirti niente, vi credevamo la coppia perfetta!

Basta, non ne voglio più parlare, riattacca e si lascia andare a un pianto liberatorio.

Dopo unora si asciuga le lacrime, si calma. Guarda il telefono: 14 chiamate perse, tra Giulio e Chiara. Lo mette in silenzioso, poi si alza e torna a casa.

Aveva preso la decisione.

Vale! Ma dove eri finita? Tutto bene? Giulio era in ansia. Hai il cellulare spento

Appena la vede, le si butta addosso, la abbraccia forte.

Mi sono fatto mille paranoie

Sente il cuore di lui battere forte: sì, si era davvero spaventato. Ma lei si scioglie dallabbraccio, posa la borsa e dice:

Giulio, lo so che mi tradisci. Non ti chiedo il perché, tanto non cambierebbe nulla. Io chiedo il divorzio.

Ma che dici? Chi ti ha riempito la testa di fesserie? Ma ti giuro, non è vero ma si ferma, vede lo sguardo di Valeria e si ammutolisce. Ti supplico, fammi spiegare

Lui balbetta qualcosa, ci prova a scusarsi, supplica. Lei lo ascolta fino a che diventa sempre più incerto, più basso.

Giulio, non ti amo più e non ti credo. Basta, prende a raccogliere la sua roba dalla camera.

Valeria, ti prego, sono stato uno stupido! Amo solo te, dico davvero! Dimmi cosa vuoi che faccia, qualsiasi cosa!

Davvero qualsiasi cosa? lo fissa dritta negli occhi.

Sì, davvero! lui annuisce deciso.

Bene, allora adottiamo il bambino di cui Chiara mi ha parlato oggi. E poi forse ci penserò

Sì, sono daccordo! Faccio tutto quello che vuoi!

E questa volta mantiene la promessa: si attiva, trova uno studio legale tramite amici che in poco tempo sbriga tutte le carte delladozione. Frequenta con Valeria le lezioni del corso per genitori adottivi, laccompagna a scegliere tutto per Mattia, il loro nuovo figlio. Fa tutto come se fosse un marito perfetto, sempre più attento, sempre a dirle parole damore e promesse che la renderà felice.

Valeria però non gli crede più. Era solo una maschera.

Dopo sei mesi, diventano genitori ufficiali di Mattia.

Ho chiesto il divorzio, dice Valeria con la stessa freddezza, una settimana dopo questa bella notizia.

Ma come?! Stiamo bene, ti ho dato tutto quello che volevi, Giulio è distrutto.

Non ti amo, non posso perdonarti, ribadisce lei. Anche solo stare insieme è una sofferenza.

Tu mi hai sfruttato, allora… solo per avere il bambino che volevi?

Valeria si stringe nelle spalle e si gira dallaltra parte.

Ognuno per sé.

Non ci posso credere, Giulio esce sbattendo la porta.

E pensare che aveva pure intestato la sua parte della casa a Mattia, sicuro che così avrebbe cementato una famiglia vera: moglie, figlio, futuro insieme.

Si era convinto che sarebbe riuscito a cambiare.

Torna a casa solo a tarda sera.

Sei sicura di voler divorziare?

Sì. Se vuoi puoi trasferirti momentaneamente da mia madre. Poi vendo la casa e ti do qualcosa in euro.

Non ti devo nessuna scusa, Giulio. Mi hai tradita. Adesso lunico uomo della mia vita è mio figlio.

Ok, se lo vuoi davvero Sappi però che Mattia è mio figlio, la guarda dritta negli occhi.

Sì, lo so: eravamo insieme in tutte le carte per ladozione. Puoi vederlo, tranquillo.

No, intendevo biologico. Mattia è figlio mio, nato dalla mia ex. Abbiamo chiuso proprio perché lei era rimasta incinta. Sperava che la sposassi, ha tenuto il bambino ma poi è scappata. Voleva che mi assumessi le responsabilità, ma io amavo solo te! Capito?

Valeria lo ascolta senza muovere un muscolo.

Sì continua Giulio, ha lasciato il bambino in ospedale e se ne è andata. Ma io non sapevo che tu stessi per adottare proprio lui. Non lo sapevo… Poi ormai era tardi

Ho capito, Giulio, ma non cambia niente, risponde lei dopo una lunga pausa. Ora vai e non perderti la causa di separazione.

Giulio ha fatto fatica a crederci, ma il divorzio cè stato davvero.

Ora li vede solo nei weekend e spera, ancora, che Valeria un giorno lo perdoni.

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Sorpresa al caffè – ora mio marito non ha più scuse — Ho chiesto il divorzio, — disse Varvara con indifferenza una settimana dopo l’accaduto. — In che senso? — balbettò Gennaro. — Ma va tutto bene tra noi! Faccio tutto quello che vuoi… — Non ti amo più, non posso perdonare, — rispose Varvara con lo stesso tono. — Anche solo stare nella stessa stanza con te è una tortura. Varvara non aveva proprio intenzione di sposarsi a 20 anni — pensava prima a laurearsi, ma Gennaro era così insistente, premuroso, gentile. L’ha corteggiata per ben due anni, conquistando anche la suocera… — Figlia mia, saresti una sciocca se ti lasciassi scappare un ragazzo così, — diceva sempre la mamma ogni volta che Gennaro sistemava qualcosa in casa o portava fiori ad entrambe. Varvara lo ha sposato solo quando ha capito che senza di lui, quel ragazzo apparentemente normale ma attento e affettuoso, non poteva immaginare la propria vita. I successivi 14 anni sono stati molto felici: una casa tutta loro, una buona macchina, vacanze in belle località. E neanche una vera lite. — Che noia mortale, — storceva il naso l’amica di Varvara, Oxana, che con il marito viveva invece le classiche passioni all’italiana. — Come fate a vivere così? Senza amore, senza fuochi d’artificio… — Noi ci amiamo molto, ci fidiamo uno dell’altra e guardiamo nella stessa direzione, — sorrideva Varvara. — Non sempre l’amore significa litigi e scenate. Varvara e Gennaro andavano davvero d’accordo in tutto: stessi gusti in film, cibo, vacanze. L’unico tema di discussione: un figlio. Varvara desiderava tanto un bambino, ma non poteva averlo. Due tentativi di fecondazione assistita, falliti. Fu la prima volta che il marito alzò la voce. — Varvara, fermati! Ti stai ammazzando così! Si vive bene anche senza figli, milioni di persone vivono così! Perché continuare a soffrire? — Io voglio essere mamma. Tu non vuoi essere papà? — piangeva lei. — Ma non a costo della tua salute! Basta. Ti amo troppo per rischiare di perderti. Gennaro era contrario all’adozione. — No, allevare un bambino di altri, con chissà che ereditarietà, non lo voglio. Meglio pensare a una madre surrogata. Ma non c’erano abbastanza soldi. Varvara faceva la contabile in fabbrica, Gennaro tecnico manutentore nello stesso posto. Si viveva bene, ma i risparmi erano pochi, anche perché lui non voleva rinunciare a nulla per il sogno di Varvara. Quel giorno, una sua amica che lavorava in maternità la chiamò: “C’è un bimbo abbandonato, sanissimo, la madre niente di strano — solo superficiale. Lo ha lasciato e se n’è andata subito”. Ecco la loro occasione! Varvara lasciò l’ufficio di corsa e andò a casa. Doveva convincere Gennaro, era decisa! Attraversando il parco, vide il marito diretto al loro bar preferito. Avrà voluto sorprenderla con una cena romantica e il suo spiedino di pesce preferito, pensò. All’inizio non fece caso alla giovane accanto a Gennaro, finché lui non la abbracciò e la baciò teneramente, dicendole qualcosa. Entrarono mano nella mano nel caffè, lasciando Varvara impietrita. Lei entrò a sua volta e si sedette vicino a loro, senza essere vista. Il locale aveva alte pareti divisorie, che regalavano la sensazione di intimità — proprio quello che piaceva tanto anche a lei e Gennaro. La coppia non si accorse della sua presenza, e Varvara allora sentì: — Ma come mai mi porti in caffè così, in pieno giorno? — scherzava la ragazza. — Non hai paura che tua moglie ti scopra? — Chi, Varvara? — rise Gennaro. — Se capita, me la cavo. Lei si fida ciecamente, non crederà mai ai pettegolezzi. Ho la reputazione di essere il marito perfetto! — disse ridendo. — E poi, è al lavoro… Dai, Lucia, parliamo di noi… “Lucia” rise… Cos’abbia detto dopo Varvara non lo sentì, uscì lentamente dal locale. Cuore, anima, quello che sia, non volevano credere a ciò che aveva visto e sentito, ma certi ricordi non si cancellano. Nel parco, sopra una panchina, rimase paralizzata per un’ora. Cosa doveva fare? Come sopravvivere a un tradimento così? Il telefono squillò: era sempre l’amica, Katia. — Allora, Varvara, che avete deciso? Perché il piccolo va via presto. Bisogna fare in fretta… — Gennaro ha un’altra, — confessò Varvara. — Se l’è cercata! — Come, cioè?.. — Beh, forse non è come pensi… — tentennò Katia. — Ho visto tutto coi miei occhi. Dimmi tutto. — Gennaro ti tradisce da un po’, — ammise Katia. — Lo sanno tutti, ma nessuno voleva intromettersi. Siete la coppia perfetta! Varvara, non disperare! Li fanno tutti certe cose — almeno Gennaro ti ama davvero… — Ti richiamo dopo, — chiuse Varvara scoppiando a piangere. Dopo un’ora aveva smesso; dopo un’altra era ormai calma. Sul cellulare 14 chiamate perse da Gennaro e Katia (aveva messo il silenzioso). Varvara si alzò decisa e andò a casa. Ora sapeva cosa fare. — Varvara! Dove sei stata?! Stai bene?! — Gennaro era visibilmente agitato. — Perché non rispondevi? La abbracciò forte. — Stavo impazzendo dalla paura… Sentiva il cuore di lui battere forte, — davvero si era spaventato, — ma lei si liberò silenziosamente dal suo abbraccio. Si tolse le scarpe, posò la borsa sulla credenza e poi disse: — Gennaro, so che mi tradisci. Non ti chiederò come hai potuto, tanto non cambia niente. Chiederò il divorzio, Gennaro. — Varvara, cosa dici? Chi ti ha raccontato questa assurdità? Ti amo e non ti tradirei mai… — ma poi tacque davanti al suo sguardo serio. — Ti spiego tutto… Gennaro davvero tentò di spiegare, di chiedere scusa e perdono. Lei ascoltava in silenzio, e lui diventava sempre meno sicuro… — Gennaro, non ti amo più e non credo più a una parola. Basta… — Varvara andò in camera a preparare la valigia. — Perdonami, idiota che sono! — ripartì Gennaro con insistenza. — Ti amo, solo te! Nessun’altra conta! Farò di tutto perché tu mi perdoni! — Tutto? — si voltò lei. — Sì, — confermò lui, annuendo convinto. — Bene. Allora adottiamo il bambino. Katia mi ha detto che c’è un piccolo perfetto. Poi vedrò… — Sono d’accordo! — Gennaro si bloccò per un istante. — Faccio tutto, tutto! Fu di parola. Chiamò tutti i conoscenti possibili, che in cambio di una mancia aiutarono a accelerare l’adozione. La seguì in tutto: corso genitori affidatari, visite mediche, acquisti per Artemio. Era presente e super premuroso, dichiarava il suo amore, anticipava ogni desiderio. Insomma, recitava il ruolo del marito ideale. Varvara era convinta che recitasse e basta — non gli credeva più. Dopo sei mesi furono ufficialmente genitori di Artemio. — Ho chiesto il divorzio, — ribadì Varvara, indifferente, una settimana dopo. — Come sarebbe? — balbettò Gennaro. — Va tutto bene. Faccio tutto quel che chiedi… — Non ti amo, non posso perdonare — ripeté lei con lo stesso tono. — Anche solo stare con te è ormai una tortura per me. — Ma come?.. — rimase Gennaro perplesso. — Mi hai solo usato, allora? Solo per avere un figlio? Lei scrollò le spalle e si voltò dall’altra parte. — Ognuno per sé. — Ma che razza di persona sei… — Gennaro si voltò di scatto e uscì di casa. Regalò perfino la sua quota della casa ad Artemio. Credeva avrebbero avuto una vera famiglia, figlio e moglie amata. Era disposto a cambiare e impegnarsi in ogni modo per questo. Tornò solo la sera. — Sei davvero sicura del divorzio? — Sì. Puoi andare a vivere da mia madre intanto. Più avanti venderò l’appartamento e ti darò qualcosa. Non mi scuserò, Gennaro. Mi hai tradito, e ora mio figlio è l’unico uomo della mia vita. — Va bene. Ti sei voluta tutto tu. Ma sappi che Artemio è mio figlio, — disse Gennaro guardandola negli occhi. — Lo so, abbiamo fatto le carte insieme. Puoi vederlo. — No, tu non hai capito. Artemio è mio figlio biologico. L’ha partorito la mia ex. Ci siamo lasciati proprio per la sua gravidanza. Lei rimandava l’aborto — sperava che l’avrei sposata. Ma io amavo te! Capisci? Te! Varvara lo fissava incredula. — Esatto! — proseguì Gennaro. — Lei minacciò di lasciarlo in ospedale e l’ha fatto. Respirò affannato. — Ma io non sapevo che avresti adottato proprio quel bambino. Che coincidenza incredibile… Quando l’ho saputo era già tardi… — Ho capito, Gennaro, ma non cambia nulla. — Dopo una pausa Varvara aggiunse: — Per favore, trasloca e non evitare il tribunale. A lungo Gennaro non volle crederci, ma il divorzio si è davvero consumato. Ora vede Varvara e suo figlio nei weekend e spera ancora in un ritorno di fiamma.
Sapevo che mio marito aveva un’amante. Ho deciso di assumerla nella mia azienda – tutti mi hanno detto che ero pazza.