Da quando viviamo insieme, mio marito non ha mai lavorato sodo e, raggiunta la pensione, è diventato un casalingo a tempo pieno

Da quando vivo insieme a mio marito, lui non ha mai lavorato sodo, e una volta raggiunta letà della pensione, si è trasformato completamente in un uomo di casa.

Ho cinquantasette anni. Sono la moglie di Giovanni da oltre trentanni e in tutto questo tempo mi sono presa cura di lui, lavando, cucinando e creando unatmosfera familiare tra queste mura.

Ho sempre avuto un grande senso del dovere. Per mantenerci, ho lavorato in più posti, facendo tanti sacrifici per dare ai miei figli una buona istruzione e farli crescere nelle migliori scuole. Da che ne ho memoria, sono sempre stata impegnata. Non mi sono mai fermata, neppure quando i miei figli erano piccoli. Proprio per questo, non è mai mancato loro nulla e, anzi, hanno avuto anche di più.

Con Giovanni, invece, la storia è diversa. Lui ha sempre evitato grandi fatiche, e da quando è andato in pensione passa le sue giornate in casa. Io, invece, continuo a lavorare e aiuto anche i nostri figli a badare ai nipotini. Ovviamente poi spetta sempre a me occuparmi delle faccende domestiche.

Più volte ho chiesto a Giovanni di cercarsi almeno un lavoretto, anche solo come portiere o guardiano, ma lui sostiene che ce la caviamo benissimo così e che non ha bisogno di preoccuparsi di lavorare ancora. Giovanni ha però un grande difetto: è un vero goloso! Faticare per cucinare mi pesa. Succede spesso che torno dal lavoro la sera e lui si è già mangiato tutto ciò che di buono cera, lasciandomi solo qualche avanzo di brodo. Questa ormai è la routine, lui pensa solo a se stesso.

Un giorno, parlando con la mia amica Caterina, lei mi ha suggerito di cucinare separatamente: a lui piatti semplici e con ingredienti economici, a me invece cose di qualità. Così, tornando a casa, ho detto a Giovanni che il dottore mi aveva consigliato una dieta particolare, e che dora in avanti avremmo mangiato menù diversi, quindi non avrebbe più potuto assaggiare i miei piatti.

Ho imparato a nascondere le cose buone in credenza e, quando Giovanni è giù in cantina a trafficare, mi concedo una tazza di tè con qualche biscotto. Salumi e formaggi li metto in fondo al frigo dove non può vederli, e appena si distrae, li mangio con calma. Fortunatamente abbiamo due frigoriferi: uno per la spesa settimanale e un altro in cantina per conserve e sottoli, dove ormai nascondo ogni scorta preziosa.

Si sa che molti uomini non si interessano molto di cucina, quindi sono riuscita a sfruttare la cosa: a me compro un tacchino bello fresco per fare delle polpette al vapore, a lui invece un po di manzo in offerta, anche se a volte è quasi scaduto, con un po di spezie lo trova comunque saporito. Per lui prendo pasta economica, per me solo di grano duro di qualità.

Non credo di mancare a nessun dovere comportandomi così. Mio marito desidera mangiare bene e in modo sano? Allora che si trovi un lavoro se tanto non gli sta bene ciò che preparo. Divorziare alla nostra età mi sembra una sciocchezza abbiamo già vissuto insieme quasi tutta la vita. Dovremmo vendere la nostra casa, suddividere gli euro, e nessuno di noi ha voglia di affrontare una cosa simile a questo punto.

Oggi, scrivendo queste righe, mi rendo conto che spesso, per mantenere la pace e la propria dignità, bisogna inventare soluzioni curiose. Ma la cosa più importante che ho imparato è che il rispetto e la collaborazione in famiglia non si devono mai dare per scontati.

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Da quando viviamo insieme, mio marito non ha mai lavorato sodo e, raggiunta la pensione, è diventato un casalingo a tempo pieno
L’Ingiustizia – Mamma, – domandò di nuovo Alina, – perché mi sono arrivati solo trecentotrentamila euro invece di un milione? Che cifra è questa? Si sentiva il phon in funzione dall’altra parte. Lo spense e rispose ad Alina: – Sì, va tutto bene – la mamma, Vera, aveva gestito abilmente il milione altrui – Trecentotrenta. Ma ad Alina spettava molto di più. – Trecentotrenta? E gli altri seicentosettanta? Io aspettavo il milione, praticamente tutto quanto. Sono i soldi di papà, dovevi versarmeli dopo la vendita dell’appartamento. – Dai, Alina, non ricominciare con la tua contabilità, – replicò la mamma – Sai che ho fatto tutto in modo onesto. – Onesto come? – il parquet sotto i piedi scricchiolava come a indignarsi con lei – Ti ho dato la delega per vendere l’appartamento che ho ereditato da papà. Ti ho chiesto di trasferirmi i soldi. E ora? Dove sono finiti? Alina capì che non era il caso di rilassarsi prima del tempo. – Li ho trasferiti! – riprese a funzionare il phon – Solo che ho agito come madre. Come una buona madre. Ho diviso i soldi fra tutti i figli. In parti uguali. La tua legittima parte è lì. La sua legittima intera, però, doveva esserle data. – Hai diviso l’eredità di mio padre in tre? Tra me e loro? – Alina si riferiva ai suoi fratellastri – Mamma, sono solo miei soldi! Mio padre! Io ho un padre diverso da loro, se ti fosse sfuggito. – Che importa chi è il padre? – mamma asciugava i capelli – I soldi sono di tutti. E loro sono tuoi fratelli. Sono la tua mamma. Secondo te dovevo startene a guardare mentre tu sola gestivi tutti quei soldi e i tuoi fratelli restavano a mani vuote? Non potevo permettere ingiustizie! Ho messo tutti alla pari. Se solo potessi tornare al giorno in cui hai firmato quella delega, ti daresti uno schiaffo da sola… – Alla pari? Hai diviso il mio milione in tre parti! Trecentotrentamila! E il resto? L’appartamento valeva pure qualcosina di più. – Sì, dopo tutte le tasse era poco più di un milione – rispose Vera – Ho arrotondato. E il resto ho tenuto io per le fatiche. Te la saresti sbrigata tu tutta quella burocrazia? No! Io ho fatto tutto, mentre tu lavoravi. – Non ti sarà pesato troppo, eh? – Non parlare così! – sbottò la mamma – Tuo padre era pure tuo padre, ma io sono tua madre, decido io. E poi tu sei grande, sei la maggiore, ti serve meno che a loro. Ho diviso equamente. I ragazzi devono presto mettere su famiglia. Tu sei una ragazza, non ti serve molto. – Scusa, quindi io non dovrei mettere su famiglia? O devo vivere all’osso perché sono donna e non mi serve nulla? – punzecchiò Alina – Versami il resto, mamma. Subito. – No. Secco. Punto e basta. La mamma sapeva che Alina non avrebbe fatto niente. Denunciare la propria madre per soldi? Ma va. Nessuno capirebbe, anzi la giudicherebbero. E poi, è pur sempre la mamma, qualche rapporto ancora c’è. Qualche settimana dopo, sistemate le sue finanze, Alina vide delle foto sui social. Vania si faceva bello davanti a una Polo blu nuova. Dima pubblicava: – Nuovo gioiellino! I fratelli si erano comprati una macchinina ciascuno. Bene. Lei invece aveva messo da parte i suoi 330mila euro e decise di aspettare. La pazienza, diceva la nonna, è d’oro. Passò più di un anno. Alina lavorava, risparmiava, faceva progetti. Aveva lasciato correre la faccenda ma non aveva dimenticato. La mamma si comportava come sempre: chiamava, chiacchierava, raccontava le sue novità. Ma oggi la voce della mamma era così strana da farle venire i brividi. Alina si preoccupò. – Che è successo, mamma? – La nonna… – Vera esitò – la nonna di Vania e Dima… stamattina è venuta a mancare. Alina si sentì estraniata, quasi da film. Quella nonna non era la sua, non aveva mai avuto un ruolo nella sua vita. Era solo “la suocera di mamma” o “la nonna dei fratelli”. Ma umanamente, certo, dispiace. – Oh, mi dispiace. – Bisogna occuparsi del funerale, di tutti i documenti, non ho tempo… Io sono da sola, i ragazzi… non sanno come comportarsi. Puoi venire? Mi aiuti? Non è per cattiveria, ma Alina non poteva chiedere un permesso al lavoro. – Mamma, non posso proprio mollare tutto e volare al funerale di una persona che avrò visto forse tre volte in vita mia, – rispose Alina. A casa di quella nonna non era mai stata invitata. – Dai, ti prego! – supplicò la mamma – Ho proprio bisogno. – Non posso venire, ma ti aiuto con i soldi. Quanto serve? Dimmi la cifra e ti faccio subito un bonifico. La mamma all’inizio volle rifiutare, ma pensò che i soldi non fanno male. – Non è lo stesso… ma va bene. Puoi aggiungere ventimila euro? – Sarà fatto. E ti mando anche qualcosina in più, così non devi preoccuparti delle spese piccole. Consideralo un mio omaggio… per la memoria… della loro nonna. – Grazie, Alina. Sei sempre d’aiuto. Alina chiuse, sentendosi terribilmente soddisfatta. Aveva una scusa: non era andata, ma aveva aiutato. Nessuno poteva rimproverarla. Passarono sei mesi. Il funerale era roba vecchia. Dima e Vania sembravano aver già comprato altre “giocattoli”, forse moto o smartphone. Un martedì tranquillo, Alina decise che il momento era arrivato. Chiamò la mamma seduta in mensa, prima di una riunione. – Ciao mamma! Come va? – Alina cara! Tutto bene. Dima ha trovato un lavoro nuovo, meglio di prima. Vania… anche lui bene, ha una nuova ragazza. – Sono contenta per loro – rispose Alina – Mamma, volevo chiederti una cosa… – Che cosa? – la mamma era subito sulla difensiva. – Immagino che dopo sei mesi dalla morte della nonna sia tutto sistemato, giusto? Tutti hanno preso la loro eredità. Questa volta la conversazione era ancora più pesante di quando le aveva chiesto dei 330mila euro. – Alina, che intendi? Certo che sì. – E quindi, dov’è la mia parte di quell’eredità? – Che eredità? – la mamma fece finta di niente, ma Alina la riconosceva quando mentiva – la riconosceva subito. – Quella della nonna. – Ma non era tua nonna. – E che cambia? – portò la mamma sulla sua stessa logica – Sono tua figlia, hai detto che nessun figlio va discriminato. Il mio milione l’hai diviso equamente fra noi tre. Hai fatto pari. Come hai sempre detto. – Ma questa è un’altra cosa! – Vera si agitò – È proprio un’altra cosa! – Cosa cambia? Tu dicevi che l’eredità è di tutti, che decidi tu perché sei la madre e tutti i figli vanno sostenuti! – Non mettere tutto sullo stesso piano… – Che comodo! – rispose Alina con sarcasmo – Prima, quando si trattava del mio milione, l’eredità di mio padre era di tutti e si divideva. Invece ora, con la casa della loro nonna, guarda caso l’eredità è rigorosamente familiare e solo dei tuoi “maschi”? – Non attaccarti a questi dettagli! – la mamma si indispettì – Vorresti forse prenderti pure i soldi della suocera? E cosa dovrebbero dire i ragazzi? – Voglio solo applicare la tua logica: quando hai usato la mia fiducia per prenderti un terzo dei miei soldi, hai detto che “abbiamo tutti la stessa madre, quindi è tutto in comune”, – spiegò Alina – Ora vorrei che tu applicassi la stessa identica logica. Hai aiutato loro a vendere la casa, vero? – I soldi sono già stati spesi. – Spesi per cosa? Macchine? Ristrutturazioni? Bene, anch’io vorrei. Dove sono i miei soldi, mamma? Mi hai detto che devo accontentarmi, perché sono donna, ma non sono d’accordo. La mamma cercava di capire come uscire dalla trappola che aveva costruito da sola. In famiglia era sempre stato così! Per i ragazzi il patrigno era padre, a loro il meglio. Quella nonna non aveva mai voluto Alina, era “la straniera”, non sarebbe mai stata sua nipote. E la mamma non l’aveva difesa. – Ma che persona sei? – la mamma senza argomenti – Ma perché ci tieni così tanto a quei soldi? Tu lavori. Sei giovane, stai bene. Tu non hai bisogno di molto. Invece Dima e Vania devono pensare alla casa. Sono uomini! Loro hanno più difficoltà! – Quindi la tua logica ora è questa: l’eredità del papà è per tutti perché siamo fratelli e sorella; quella della loro nonna è solo loro perché sono maschi e io sono la femmina che non deve pretendere? – Non essere arrogante – disse la mamma – Da dove ti viene tutta questa avidità? La mamma non ammetterà mai di aver sbagliato. Alina è una ragioniera avara solo perché osa pretendere giustizia. – Forse non lo sai, ma secondo la delega tu avresti dovuto versarmi tutto l’importo della casa. Il termine per contestare non è ancora scaduto. Non sto dicendo che lo farò, ma… – Alina!! Mi stai forse minacciando? – la mamma bisbigliò spaventata. – No, mamma. Ma posso ancora reclamare i miei soldi. Pensaci. Dopo un solo mese, ad Alina arrivò finalmente tutto quello che le spettava. Poi la bloccarono ovunque, senza neanche un grazie.