Un cortile per un solo cane

Cortile per un solo cane

La neve cadeva da ore, silenziosa e fitta, avvolgendo il cortile di una vecchia palazzina di periferia a Torino. I cumuli erano già saliti alla paraurti della Fiat Tempra grigia lasciata lì dal signor Giancarlo, che da settimane rimandava di portarla al parcheggio a pagamento. Sullaltalena del piccolo parco giochi, le catene cigolavano ogni tanto, e solo dal terzo portone arrivava ovattato il battito di musica: qualcuno stava provando gli altoparlanti per i fuochi dartificio della notte di San Silvestro.

Donna Gina Valducci, vedova da qualche anno, era ferma alla finestra del suo bilocale e stringeva tra le dita il bordo del suo asciughino in cotone. Sul fornello ribolliva il minestrone, sul tavolo una ciotola con le patate tagliate, già pronte per linsalata russa. Aveva dimenticato quante meno bocche dovesse sfamare, ma le mani ancora pulivano le patate come una volta, quando erano in cinque a cenare. Poi, al solito, si rendeva conto e sospirava, ma non riusciva proprio a farne di meno.

Guardava il cortile. Passava gente: una signora avvolta nel piumino trascinava un vecchio abete ormai secco lasciando una scia sul manto nevoso; due ragazzi in giubbotti neri facevano scoppiare petardi vicino alle autorimesse, sussultando a ogni botto. Gina storceva il naso, ogni anno la stessa storia. Ma togliere gli occhi da quelle scene era impossibile: era pur sempre uno spettacolo sotto le sue finestre.

Sul davanzale vibrò il telefono. Il gruppo WhatsApp del condominio si animava di nuovo: Chi ha parcheggiato nel posto dei disabili?, Sapete dove vendevano una buona acciuga sotto sale?, Chi ha un trapano da prestare? Gina scorse i messaggi senza interesse, rimise il telefono sotto il vaso del ciclamino. Aveva già le acciughe, il trapano non le era mai servito e, quanto al posto per i disabili, si sentiva quasi in colpa a leggere, anche se lei non aveva mai posseduto unauto.

Intanto, dallaltro lato della palazzina, davanti al primo portone, Antonio Puglisi cercava di infilare una Fiat Panda del car sharing tra una massa di neve compatta e un fuoristrada nuovo di zecca. I sensori di parcheggio bipavano così forte che sembrava che tutto il quartiere potesse sentire.

Entra, ce la fai, borbottava Antonio, manovrando a scatti.

Quel giorno in ufficio lo avevano lasciato andare via prima: cena aziendale in video, lui aveva finto problemi di connessione e aveva spento tutto. Gli bastava solo una cosa: ritirare la pizza prenotata una settimana prima e finire la serie tv prima di mezzanotte. Niente visitatori, niente brindiamo allanno vecchio. Era stanco di persone, quellanno.

Sul cruscotto lampeggiò una nuova notifica dal gruppo condominiale: Per favore, niente petardi sotto le finestre, i bambini si spaventano. Antonio sbuffò. Lanno prima, era stato lui a correre su e giù con i razzi e le micce; ora anche i botti degli altri lo infastidivano. Forse invecchiava, pensò, spegnendo il motore.

Al quinto piano del secondo portone, la famiglia Pasquale finiva di addobbare lalbero. Il più piccolo, Sergio, allungava le braccia per appendere una stella di plastica sullultima punta, saltando ma senza mai arrivarci.

Papà, mi sollevi? si lamentava, stringendo la stella.

Un attimo, rispondeva il signor Pasquale, mentre estraeva dal forno una teglia di pollo arrosto. Prima finiamo linsalata, così vuole la mamma.

Mamma Lucia, col grembiule decorato di fragole, controllava per lennesima volta lelenco delle cose da fare sul telefono. La irritavano le briciole sul pavimento, le lucine storte, il rumore del trapano dei vicini al piano superiore. Aveva promesso a se stessa che avrebbe fatto tutto in anticipo, ma anche quel Capodanno si trovava a correre per casa con lo strofinaccio e il coltello.

Mamma, poi usciamo, vero? Sergio premeva la fronte contro il vetro. Cè una neve bellissima

Vediamo, tagliò corto lei. Alle sei danno Natale a Napoli in tv, alle otto chiama la nonna. Dove vuoi andare con questo freddo?

Sergio sospirò e riprese a disegnare cerchi sul vetro appannato. Sotto, dal cortile, arrivava lo scoppio di un altro petardo; lui trasalì.

La sera calava e, alle sei, il cortile era già buio: i lampioni si accesero, le finestre tutto intorno si illuminarono di colori. Accanto ai bidoni della spazzatura cresceva una montagna di scatole di pandoro, arance e bottiglie di spumante. Un uomo portò giù una sedia vecchia e, senza arrivare ai cassonetti, la lasciò affondare nella neve.

Fu Gina a notare il cane per prima. Si avvicinò alla finestra per controllare se i bidelli avessero dimenticato dei sacchi con la sabbia e vide, sul bianco della neve, una macchia scura che si muoveva tremando.

Strizzò gli occhi, mise gli occhiali.

Sulla zona fra laltalena e lo scivolo era seduto un cane. Taglia media, pelo corto rossiccio, un collarino scuro senza rifrangenti. Il cane teneva le zampe raccolte, guardandosi continuamente intorno e raggrumandosi di paura a ogni lontano bottarello.

Gina istintivamente appoggiò la mano al vetro.

Povera creatura, le sfuggì. Di chi sarai

Restò ancora con la speranza che qualcuno scendesse: un padrone, dei ragazzini, dei bambini. Nessuno. Il cane si alzò, annusò un cumulo di neve, poi si risistemò, la neve gli si appiccicava alla schiena.

Il telefono sul davanzale trillò: nel gruppo era arrivato un nuovo messaggio: Cè un cane nel cortile, qualcuno lha smarrito? Allego foto. Lo scatto era palesemente dal portone accanto: lo stesso cane, un po sfocato.

Sotto, le risposte in rapida sequenza: Non nostro, Abbiamo solo gatto, Adesso pensano sia stato io a raccoglierlo, Fate pulire ai bidelli, che ci fa qui sto animale?. Un emoji che alzava le spalle.

Gina si incupì. Guardò la sua sciarpa appesa, la minestra, le patate. Poi tornò allo sguardo dellanimale.

No, così non va, disse ad alta voce, dirigendosi verso il corridoio per vestirsi.

Antonio, che stava salendo le scale col cartone della pizza, sentì il bip del telefono. Si fermò, guardò lo schermo: stessa foto del cane.

Qualcuno può scendere a controllare?, scrisse la signora Maria dal primo portone, quella che si lamentava sempre del chiasso.

Antonio fu tentato di ignorare, ma si bloccò. In foto, il cane sembrava davvero perso. E con quella neve Si immaginò lanimale che tremava.

E vabbè, bofonchiò a mezza voce. Tanto non ho fame subito.

Scese di nuovo, borbottando contro il suo cuore tenero.

Nel secondo portone, Sergio era ancora incollato al vetro.

Mamma, guarda, un cane! gridò. È solo!

La mamma si avvicinò, diede una rapida occhiata.

Sarà randagio, non toccare nulla, disse. Se vai fuori così, ci porti pure le pulci.

Ha freddo, replicò testardo Sergio.

Abbiamo ancora mille cose da fare, tagliò corto Lucia. Aiuta papà, per favore.

Sergio rimase qualche istante, poi infilò la giacca di corsa.

Solo un attimo, spiegò scappando nel corridoio.

Dove credi di andare?! gridò la madre ma lui già si infilava gli stivaletti.

Sotto, allingresso, incrociò nonna Gina, che si stringeva al petto una vecchia coperta a quadri e una scodella.

Buonasera, fece lui in imbarazzo, cercando di passare.

E tu dove corri? domandò lei. Così, in pantofole?

Guardò giù: aveva infilato le pantofole di casa.

Ohibò, fece arrossendo.

Su, vai a cambiarti, o ti prenderai un raffreddore, disse lei, ma con tono gentile. Anche tu dal cane?

Sergio annuì.

Bravo, sorrise lei. Ma metti gli scarponcini giusti.

Quando uscirono, la neve caduta gli aveva già imbiancato i cappellini. Il cane li vide avvicinarsi, si mise subito in allerta, ma non scappò. Si avvicinò annusando, coda bassa ma non tra le gambe.

Poverino, mormorò Gina mentre apriva la coperta. Chissà chi ti ha lasciato con questo freddo.

Sergio stava lì, in dubbio se fosse permesso accarezzarlo.

Posso? chiese.

Non so, rispose onesta lei. Se morde?

Il cane si avvicinò, annusò la coperta, poi la mano di Gina. Il naso caldo e umido sfiorò le sue dita. Lei, pian piano, gli passò la mano sul collo. Lui rimase, solo un piccolo sussulto per un botto lontano.

Visto? È buono, disse lei a Sergio. Accarezzagli il fianco, mai la testa.

Sergio lo toccò piano: il pelo era caldo, appena umido di neve.

Trema, fece lui.

Adesso vediamo, Gina lo coprì con la coperta, lui allinizio si scostò ma poi capì e si lasciò avvolgere. Sulla stoffa la neve si sciolse subito.

Arrivò anche Antonio, con un contenitore di plastica.

Eh, vi siete già presi cura, sorrise timido. Ho trovato un po di mortadella. Nella pizza non ci stava.

E tu chi sei? chiese Gina, socchiudendo gli occhi.

Quello del settimo piano, sopra di voi, spiegò. Antonio.

Ah, quello del computer la notte, disse lei, con lieve rimprovero.

È il lavoro, si giustificò lui. Posso dargliela?

Vai, ma piano, acconsentì lei.

Il cane, sentendo lodore, si rianimò, andò incontro ad Antonio, prese il pezzo con delicatezza e lo fissò con più attenzione.

Si vede che non è randagio, commentò Antonio. Quelli di strada sono diffidenti. E poi ha il collare.

Sarà scappato, ipotizzò Gina. Con questi botti, poveri animali!

Sergio intanto prese il cellulare.

Scrivo nel gruppo del nostro portone, disse. La zia Rita sa sempre tutto.

Fa pure, approvò Gina.

In pochi minuti Sergio pubblicò una foto: Abbiamo trovato un cane in cortile, pelo rossiccio e coperta. Di chi è? Nella foto il cane sembrava già più sereno, un orecchio spuntava dalla coperta.

Arrivarono subito risposte: Non nostro, Sembra quello che usciva con la bimba del palazzo di fronte, Magari viene da un cortile vicino, Proviamo nel gruppo animali.

Quale gruppo? mormorò Gina, guardando il telefono di Antonio.

Su WhatsApp, cè per animali persi e trovati, spiegò lui. Scrivo io.

Scattò unaltra foto, più da vicino, e mandò nel gruppo della zona: Trovato cane, pelo rosso, collare scuro senza medaglietta. Zona San Paolo, via Verdi.

E se non si trovano i padroni? abbassò la voce Sergio.

Si troveranno, rispose Gina senza convinzione. Non possono essere tutti irresponsabili.

A volte succede, rispose piano Antonio. Ma speriamo bene.

La neve continuava a cadere. Il cane si stava scaldando, smetteva pian piano di tremare, ma ogni botto lo faceva ancora sussultare. Dalla cucina di qualche vicino arrivò lodore di arrosto; il cane alzò il naso.

Serve un posto caldo, disse Gina. Qui si gela.

Dentro il portone? propose Antonio.

Ci ammazzano i vicini, sospirò lei. Sporco, pulci

Noi il tappeto lo abbiamo sporco comunque, intervenne Sergio. Da noi si può.

Sergio! gridò una voce dallalto. Si affacciò la madre dalla finestra, vide il figlio, il cane, i vicini. Perché sei fuori senza dirlo?!

Mamma, qui il cane soffre il freddo!

Che torni a casa sua! Vieni su subito!

Sergio guardò Gina.

Vai, vai, disse dolce lei. Restiamo noi.

Sergio salì, il cane lo seguì con lo sguardo.

Antonio si rivolse a Gina:

Forse meglio portarlo da lei, suggerì esitante. Abita a piano terra, meno scale per lui.

Ce la farò? chiese lei, sorpresa. Ho il tappeto nuovo suppergiù E il minestrone.

Aiuto io, disse Antonio. Ho anche una coperta vecchia da mettere sotto.

Lei sospirò.

Va bene, decise alla fine. Non posso lasciarlo qui.

Salirono insieme, richiamando il cane che, tentennando, seguì il profumo della mortadella nella mano di Antonio. La coperta impolverava il pavimento.

Dentro, li accolse il profumo di disinfettante e tappeti bagnati. Qualcuno chiuse una porta, passi lontani.

Piano, sussurrava Gina. Arriviamo, caro.

Alla porta di casa il cane si fermò, annusò. Lei aprì.

Entra, disse.

Il cane entrò diffidente. In corridoio si scrollò, lasciando cadere gocce ovunque. Gina fece una smorfia ma si riprese subito.

Antonio, porta la coperta, io stendo le vecchie La Stampa vicino al termosifone, ordinò.

Subito, andò lui di corsa.

Intanto Gina stese le giornali, mise la ciotola dacqua. Il cane bevve con foga, si sedette pesante.

Lei si sedette vicino, accarezzando la schiena muscolosa.

Allora, amico, sussurrò. Starai un po con me?

Il cane sospirò.

Poco dopo, durante lo scambio nel gruppo condominiale: Il cane è al piano terra del secondo portone, da donna Gina Valducci. Se qualcuno conosce il padrone, avvisi lei o Antonio, settimo piano.

Dopo dieci minuti suonò il campanello. Gina, pulendosi le mani nel grembiule, aprì alla ragazza col capuccio dellaltro palazzo capelli neri, occhi pieni di speranza.

Buonasera, fece lei. Ho letto nel gruppo posso vedere il cane? Avevo amici con un cane simile scomparso.

Entrate pure, sospirò Gina.

Dopo un attimo di esame: No, non è lui. Quello aveva una macchia bianca sul petto. Ma avviso loro comunque, magari

Grazie, disse Gina.

La ragazza carezzò ancora il cane e andò via.

Arrivò anche la vicina del quarto piano, sempre scontrosa. In mano, un sacchetto di biscotti.

Ho fatto qualche biscotto, disse in imbarazzo. Magari vi fa piacere con il cane e anche ai bambini piace sapere che abbiamo una specie di rifugio nella scala.

Ma grazie! si sorprese Gina. Entrate per un caffè?

No grazie, rifiutò la vicina. Ho il forno acceso. Ma se serve cibo, chiedete pure in chat.

Antonio tornò con coperta e vecchio lenzuolo.

Ecco, rassettò lui vicino al termosifone. Il cane si avvicinò, si sdraiò.

Vede che si trova subito bene? ridacchiò Antonio. Pare fosse già di casa.

Non portare sfortuna, lo rimbeccò semiseria Gina, ma sorrise.

Intanto la minestra si raffreddava e linsalata restava da finire. Gina controllava il telefono: nessun messaggio utile dal gruppo animali. Solo domande: Ha microchip?

Cosè sto chip? borbottò lei.

Una cosa sotto pelle, il veterinario la rileva, spiegò Antonio. Ma ora saranno tutti chiusi.

Alcuni chiudono alle otto, lesse nel gruppo. Altri alle nove.

Antonio pensò.

Posso portarci il cane, disse. Ho la Panda fuori, ci metto dieci minuti.

Con questo freddo? esitò Gina. E il cane ha trovato ora un po di tepore.

Se ha il chip troviamo subito i padroni, insisté Antonio. Altrimenti resta qui chissà quanto.

Lei guardò il cane. Negli occhi riflessi le luci del lampadario.

E se i padroni non lo meritano? chiese sottovoce. Magari lo maltrattano

Allora si vedrà, disse Antonio. Ma prima dobbiamo sapere chi sono.

Un attimo di esitazione, poi Gina annuì.

Vengo anchio, disse. Non lo lascio solo.

Io anche! spuntò Sergio dalla porta, che era rimasto ad ascoltare.

Ma dove vai? sospirò Lucia, sopraggiunta. Il pollo è in forno!

Ti prego, mamma, implorò Sergio. Starò buono, racconto le fiabe al cane.

In macchina? rise Antonio.

Va bene, intervenne Gina. Lascia che venga.

La madre guardò figlio, cane e vicini.

Solo se ti metti la sciarpa e il berretto vero, quello senza buco.

Dopo dieci minuti erano tutti in macchina, il cane che saltava a fatica sul sedile dietro. Antonio accese il riscaldamento; i tergicristalli lottavano con la neve.

Come si chiama lui? chiese Sergio dietro.

Non sappiamo, rispose Gina. Per ora si chiama Cane.

Non va bene, protestò Sergio. Serve un nome.

Non abituarti troppo, sussurrò lei. I padroni magari si trovano stasera.

La clinica veterinaria era poco distante, insegna al neon, le finestre calde di luce.

Arrivati in tempo, sospirò Antonio.

Dentro profumava di disinfettante e polpette per cani. Lassistente smise di scorrere il telefono.

Buonasera, disse Antonio. Trovato un cane, volevamo verificare microchip.

Attendo leducatore, pazientate un attimo.

Si sedettero; il cane si distese accanto a Gina, il muso sulle sue scarpe. Lei lo carezzò piano.

Sembra sempre mio, sussurrò, meravigliandosi del pensiero.

Arrivò il veterinario in camice verde.

Dovè il nostro eroe?

Lo portarono dentro. Con un apparecchio passò vicino al collo e al dorso.

Lapparecchio suonò.

Eccolo, disse il veterinario. Scrivo il numero, ora vediamo i dati…

Digitò sul computer.

Registrato: maschio, tre anni, si chiama Riccio. Padrona… strizzò gli occhi. Abita nella via accanto. Numero di telefono qui, provo a chiamare.

Gina sentì il cuore stringersi: da una parte sollevata, dallaltra un po triste.

Riccio, eh, mormorò guardando il cane.

Bel nome, aggiunse Sergio. Gli sta bene.

Il veterinario fece il numero. Alla seconda chiamata una voce femminile gridò, poi il medico rassicurò: Sta bene, lo hanno trovato e scaldato. Può venire a riprenderlo prima delle nove?

La padrona dice che è scappato per i botti, spiegò. Lo stavano cercando. Sta arrivando.

Meglio così, sospirò Gina, cercando di trattenere le lacrime.

Avete fatto una cosa buona, aggiunse il vet. Non tutti avrebbero aiutato.

Possiamo aspettare con lui? chiese Sergio.

Certo, annuì il dottore. Accomodatevi in corridoio.

Il cane si sdraiò ricominciando a respirare tranquillo.

Dai Riccio, sussurrò Gina. Sta per tornare a casa.

Antonio chiese: Gina, è contenta di aver trovato i padroni?

Certo, rispose lei. Ma fa piacere, qualche volta, quando qualcuno ha bisogno di te. Anche se è solo un cane.

Antonio annuì, pensando al suo appartamento vuoto, la pizza che lo aspettava, la serie tv. Improvvisamente tutto parve meno importante.

Forse dovrei prendermi un animale anche io, provò a dirle. Un gatto, magari

Non mi sono mai piaciuti, tagliò lei, con dolcezza. Ma oggi le forze le ho trovate anchio, va a capire.

Anche io, in fondo vorrei che qualcuno avesse bisogno di me.

Silenzio. Solo in fondo, un altro cane abbaiava.

Dopo venti minuti, la porta si spalancò ed entrò una donna avvolta in un lungo piumino, senza cappello, i capelli scompigliati dal vento.

Riccio! gridò correndo verso il cane.

Lui balzò su, coda come una bandiera; saltò, le leccò il viso. Lei lo strinse al petto, singhiozzando.

Pensavo di averlo perso grazie, davvero ha fatto il giro del quartiere

Sollevò lo sguardo su Gina, Antonio e Sergio.

Siete stati voi?

Sì, rispose Gina. Era sotto la neve, nel nostro cortile.

Grazie, davvero, e pianse di nuovo. Lui è come un figlio per me…

Basta che lo teniate stretto, disse Antonio. I botti qui non perdonano.

Giuro, la donna. Abito nella via accanto. Se vi serve qualcosa… davvero, sono a disposizione, ho la macchina…

Nulla, la rassicurò dolce Gina. Solo abbiate cura di lui.

La donna annuì, ringraziò ciascuno, anche Sergio che si gonfiò dorgoglio. Se ne andarono, Riccio ben saldo al guinzaglio.

Quando si richiuse la porta, parve che laria si alleggerisse.

Si torna? chiese Antonio.

Si torna, confermò Gina.

Fuori la neve scendeva più lenta, ma il gelo era sempre lo stesso. Rientrarono in macchina; Sergio raccontava già di come avrebbe narrato limpresa ai compagni.

Non esagerare, rise Antonio. Non lo abbiamo salvato da un incendio.

Avremmo potuto, però, ribatté Sergio. Sarebbe potuto morire di freddo.

Hai ragione, assentì Gina.

Quando tornarono al cortile, i primi fuochi illuminavano il cielo. La notte si colorava di verde e rosso, i vetri tremavano.

Ora mia madre mi ammazza, si rese conto Sergio. Sono via da troppo.

Salgo anchio, decise Gina. Dico che ti ho trascinato io.

E io pure, aggiunse Antonio. Responsabilità collettiva.

Salirono insieme. Sugli scalini profumo di arrosto e arance, da una finestra una vecchia canzone di Capodanno.

Lucia aprì la porta.

Finalmente! sbuffò. Ero…

Li vide tutti insieme e si fermò.

Siamo stati in clinica, disse Sergio. Abbiamo trovato i padroni!

E il pollo? chiese lei, ma il tono era meno severo.

Può aspettare, intervenne Antonio. Il cane non avrebbe aspettato.

Lei esaminò loro, le sciarpe piene di neve.

Venite, almeno per il tè. Abbiamo insalata… già che ci conosciamo poco qui.

Sorrisero, si arresero.

Solo cinque minuti, concesse Gina. Tanto a casa ho il minestrone freddo.

A casa dei Pasquale si stava bene. Lalbero splendeva, la tavola imbandita: insalate, pollo, mandarini. In tv riepiloghi dellanno che finiva.

Io pensavo foste burberi, confidò Lucia a Gina. Una volta avete rimproverato Sergio per il pallone.

E voi sempre la musica alta! ribatté Gina. Ogni tanto si può sopportare.

Sorrisero entrambe.

Antonio guardava la scena e sentiva il cuore più leggero. Sembrava che, in quella cucina affollata, ci fosse più spazio per tutti.

Il telefono di Lucia vibrò: Grazie ai vicini del secondo portone per aver salvato Riccio. Propongo di creare un gruppo di aiuto per animali. Era la signora Maria, sempre la più attiva di tutti.

Gruppo di aiuto, ripeté piano Gina. Forse non è male.

Io mi iscrivo! gridò Sergio. Faccio il volontario.

Fai prima i compiti, volontario lo rimproverò Lucia.

Antonio controllò il telefono: gruppo già in fermento con storie di animali perduti e ritrovati, chi proponeva messaggi sul portone, chi raccontava di gatti e criceti salvati. Qualcuno brontolava per cani nell’androne, subito zittito.

Sentite, disse Antonio, propongono di uscire tutti a mezzanotte col tè, per conoscerci e farci una foto con Riccio se viene.

Io a mezzanotte volevo dormire, borbottò Gina. Ma pazienza.

Lucia guardò lora.

Mancano due ore, disse. Cè tempo per mangiare e lavare i piatti.

E vedere i fuochi! esclamò Sergio.

E forse salutare ancora Riccio, aggiunse Gina, sorprendendosi di quanto le mancasse già.

Alle undici si salutarono, ognuno tornò al proprio appartamento. Gina riscaldò il minestrone, lo mangiò con calma davanti alla tv abbassata. Linsalata rimase a metà, ma ormai non importava.

Si ritrovava a tendere lorecchio: aspettava qualche passo o un raspare alla porta, magari il cane. Ma tutto era tranquillo.

Antonio a casa scaldò una fetta di pizza, lasciando il resto per la colazione. Continuava a sbirciare il gruppo: tutti daccordo di scendere cinque minuti prima di mezzanotte col tè.

Lucia preparava la tavola, sistemava linsalata, la tovaglia; Sergio chiedeva, ogni cinque minuti, se era lora di uscire.

È ancora presto, rispondeva lei. Prima lo scoccare della mezzanotte.

Dopo il brindisi ufficiale, il cortile era già popolato da piccoli gruppi con thermos fumanti. I bambini correvano, lasciando impronte sulla neve vergine. I fuochi sfrigolavano nellaria satura di fumo e zucchero bruciato.

Ecco i nostri eroi! salutò la signora Maria a Gina e Antonio. Dovè Sergio?

Arrivo! gridò lui, infilando i guanti e raggiungendo il gruppo insieme a Lucia.

Ho fatto il tè al limone! annunciò Lucia. Servitevi.

Si disposero a cerchio. Qualcuno raccontava di un gatto tornato dopo tre giorni, altri si lamentavano dei botti.

Riccio?, domandò Sergio a un tratto.

Arriva!, rispose una voce.

Dallarco comparve la donna con il piumino e, accanto, Riccio al guinzaglio. Vide i suoi soccorritori e scodinzolò, si avvicinò.

Si può?, chiese la padrona.

Ma certo, rispose Gina, accovacciandosi.

Riccio le si fece vicino, Gina lo accarezzò. Grazie ancora, disse la signora. Pensavo

Non dica nulla, la bloccò Gina. Limportante è che voi lo amiate.

Lo amo, eccome se lo amo.

Una alla volta, i vicini si avvicinavano, accarezzavano Riccio, scambiavano numeri per aiutarsi ancora.

Facciamo una foto insieme! propose la signora Maria.

Non verrò bene!, protestava Gina.

Nessuno farà caso alla foto, ribatté la signora.

Si misero in semicerchio: bambini davanti, adulti più dietro. Riccio al centro. Uno sorseggiava il tè alzando il bicchiere.

La foto fu scattata, un lampo avvolse tutti.

Finita! La mando nel gruppo.

Per un istante tutto fu chiaro e sereno. Poi si tornarono alle luci soffuse, ai fuochi cadenzati sui palazzi.

Gina alzò il bicchiere, guardò Antonio che rideva, Lucia che sistemava la sciarpa di Sergio, la donna commossa con Riccio.

Capì che quel cortile, sempre uguale, tra case e salite, era diventato altro, una piccola trama invisibile di legami tra sconosciuti nel gelo di Torino.

Gina, la raggiunse Antonio. Domani ci aiuti a scrivere un cartello per il box degli annunci sugli animali?

Lo scrivo io, confermò. Se qualcuno si smarrisce, qui aiutiamo a ritrovarlo.

Non solo cani! corse Sergio. Magari anche persone…

Le persone sono più difficili…, annotò Lucia.

Ma si può provare, concluse a mezza voce Gina.

I fuochi ormai si allontanavano. La gente rientrava, augurando buonanotte. Altri restavano ancora a chiacchierare, organizzando iniziative per lanno nuovo.

Risalendo in casa, Gina posò la sciarpa, lavò la tazza. Linsalata, lì, rimasta a metà; il telefono acceso. Apre il gruppo, vede la foto di tutti in cortile. Sotto: Buon anno, vicini. Che ognuno abbia sempre casa e qualcuno che aspetta.

Restò a lungo a guardare lo schermo, poi spense il telefono, si avvicinò alla finestra. Il cortile taceva, la neve cadeva lenta. Sul parco giochi le orme ancora fresche raccontavano la storia della notte.

Gina appoggiò la fronte al vetro gelato.

Buon anno, cortile, sussurrò.

Da qualche parte, in basso, abbaiò un cane. Forse Riccio, forse un altro. Il suono salì su per i muri, rimbalzò sulle finestre, si perse nella notte.

Gina lasciò la finestra, spense la luce e andò a dormire, serena. La casa, il cortile, la città: improvvisamente, sembravano meno estranei. Nel silenzio della neve, era il regalo più vero e sottile di quel Capodanno italiano.

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