Ma cosa sta succedendo? Mi sono accovacciato davanti a mia figlia, scrutando quelle macchioline rosa sulle sue guance. Ancora…
Giulia, quattro anni, era in piedi in mezzo al salotto, paziente e con un’espressione insolitamente seria per la sua età. Ormai si era abituata a queste visite, alle facce preoccupate mie e di mia moglie, alle infinite creme e compresse.
Claudia si è avvicinata e si è seduta accanto a me. Con delicatezza, ha sistemato una ciocca dalla fronte di Giulia.
Queste medicine non servono a niente. Macché, è come dare acqua. E i medici al consultorio… non si sa chi siano. Terza volta che cambiano terapia, ma risultati zero.
Mi sono rialzato e ho strofinato il ponte del naso. Fuori il cielo era grigio e la giornata prometteva di essere spenta come le precedenti. Ci siamo preparati in fretta Giulia nella giacca pesante e dopo mezz’ora eravamo già nel piccolo appartamento di mia madre.
Lucia sospirava, scuoteva la testa, accarezzava la schiena di sua nipote.
Così piccola, e già tutte queste medicine. Ma ti rendi conto che stress per il corpo? Ha preso Giulia sulle ginocchia, e la bambina le si è stretta accanto come fosse la cosa più naturale. Mi si spezza il cuore a vederla così.
Se potessimo, non gliele daremmo Claudia era seduta sulla punta del divano, le mani strette. Ma lallergia non va via. Abbiamo tolto tutto. Tutto davvero. Mangia solo alimenti base, eppure ha la pelle piena di sfoghi.
E i medici che dicono?
Nulla di concreto. Non riescono a localizzare la causa. Analisi, prove, tutto… Claudia agitava la mano. E il risultato come lo vedi, sulle guance.
Lucia ha sospirato, ha sistemato il colletto di Giulia.
Speriamo che le passi crescendo. A volte succede nei bimbi. Ma certo, adesso non cè molto da sperare.
Mentre guardavo la mia bambina minuta, magra, con quegli occhi grandi e seri mi sono venuti in mente i miei giorni dinfanzia. Come rubavo le focaccine che la mamma faceva il sabato, come chiedevo sempre i cioccolatini, la marmellata mangiata a cucchiaiate dal barattolo… E ora la mia Giulia. Solo verdura bollita, carne lessa, acqua. Niente frutta, niente dolci, niente cibo per bambini normale. A quattro anni era più a dieta di tanti adulti.
Non sappiamo più che togliere, ho detto piano. Da mangiare non le è rimasto quasi nulla.
Il tragitto verso casa è stato silenzioso. Giulia si è addormentata sul sedile posteriore, e ogni tanto la guardavo attraverso lo specchietto. Dormiva tranquilla. Almeno non si grattava.
Mia madre ha chiamato, Claudia ha rotto il silenzio. Vorrebbe Giulia da lei il prossimo weekend. Ha preso i biglietti per il teatro dei burattini, vuole portarci la nipote.
Al teatro? Ho cambiato marcia. Ottima idea. Si svaga un po.
Anche secondo me. Le farà bene distrarsi.
Sabato mattina ho parcheggiato davanti casa di mia suocera, ho preso Giulia dal seggiolino. Mezza assonnata, si stropicciava gli occhi con i pugni: lavevamo svegliata presto. Lho sollevata in braccio, e lei si è accoccolata contro di me, calda e leggerissima come un passerotto.
Caterina è uscita sullingresso, nel suo vestito colorato, allargando le braccia come se avesse visto una naufraga.
Oh, tesora mia, sole! Ha stretto Giulia sul petto generoso. Ma guarda quanto sei pallida, magrolina. Le vostre diete lhanno ridotta, povera bambina.
Ho infilato le mani in tasca, cercando di trattenere la rabbia. Sempre la stessa storia.
Lo facciamo per il suo bene. Non per capriccio, lo sai.
Che bene e bene! ha stretto le labbra guardando la nipote come fosse appena tornata dall’inferno. Solo pelle e ossa. Deve crescere, e voi la fate morire di fame.
Ha portato Giulia in casa senza voltarsi. La porta si è chiusa delicatamente alle loro spalle. Sono rimasto fuori, davanti al cancello, con quel senso di vuoto che ti lascia una paura non ancora compresa. Ho massaggiato la fronte e ascoltato il silenzio di un cortile che non era mio. Poi ho scrollato le spalle e sono tornato alla macchina.
Un weekend senza nostra figlia: una sensazione strana, quasi dimenticata. Sabato io e Claudia siamo andati allIpercoop, carrellino fra i corridoi, facendo la spesa per la settimana.
A casa mi sono messo tre ore a sistemare il rubinetto del bagno, che perdeva da mesi. Claudia ha svuotato gli armadi, tirato fuori vecchi vestiti, preparato sacchi per lisola ecologica. La solita routine, solo che però la casa senza la voce di Giulia sembrava sbagliata, troppo vuota.
La sera ci siamo concessi una pizza da asporto quella con mozzarella e basilico che Giulia non può mangiare. Una bottiglia di vino rosso. Seduti in cucina, a parlare del più e del meno come non accadeva da tempo. Del lavoro, delle vacanze, della ristrutturazione che non volevamo mai affrontare facendo davvero.
Che pace, ha detto Claudia, mordendosi subito le labbra. Cioè… tu capisci cosa intendo. Semplicemente… silenzio. Tranquillità.
Capisco, ho posato la mano sulla sua. Anche io sento la mancanza, ma ogni tanto serve staccare.
La domenica pomeriggio sono andato a riprendere Giulia. Il sole scendeva sui tetti aranciando le strade. La casa di Caterina era in fondo al giardino, nascosta tra i vecchi meli: vista al tramonto, sembrava quasi accogliente.
Sono uscito dalla macchina, ho aperto la cancella arrugginita e mi sono fermato, stupefatto.
Sul gradino cera Giulia. Insieme a lei Caterina, accovacciata vicino, col viso raggiante di felicità. In mano aveva una focaccia, bella dorata, lucida dolio. E Giulia la stava mordendo. Guance sporche, briciole sul mento, gli occhi felici, luminosissimi, quasi non li ricordavo così da chissà quanto.
Sono rimasto a fissare. Poi quella rabbia calda mi è salita dal petto come una fiammata.
Mi sono avvicinato di slancio, e ho strappato la focaccia dalle mani di Caterina.
Ma che è questa storia?!
Caterina è sobbalzata, indietreggiando. Il viso è diventato paonazzo, dal collo ai capelli.
Ha agitato le mani nellaria, cercando di scansare la mia furia.
Ma è solo un pezzettino, uno piccolo! Non fa niente, su, una focaccia
Non volevo sentire ragioni. Ho preso Giulia in braccio si è zittita impaurita, stretta al mio giubbotto e lho portata alla macchina, lho rimessa nel seggiolino, allacciato le cinture. Le mani mi tremavano dalla rabbia. Giulia mi fissava con gli occhi spalancati, le labbra tremanti, sul punto di piangere.
Tranquilla, amore, le ho accarezzato la testa, cercando di sembrare calmo. Resta qui, papà torna subito.
Ho chiuso la portiera e sono tornato indietro. Caterina era ancora li, a torcere il vestito, con la faccia a chiazze.
Davide, non capisci…
Non capisco?! Mi sono fermato a due passi da lei e la rabbia è esplosa. Sei mesi! Sei mesi senza capire cosa succedeva a nostra figlia! Esami, analisi, test per allergie ti rendi conto quanto abbiamo speso? Quante notti senza dormire? Quanta ansia?
Lei indietreggiava verso la porta.
Ho fatto per il suo bene…
Il suo bene?! Ho avanzato ancora. Solo acqua e pollo bollito! Abbiamo tolto tutto dalla dieta, tutto! E tu, di nascosto, la riempi di focacce?
Stavo rafforzando il suo sistema immunitario! Caterina ha ritrovato coraggio, mento in alto. Le davo poco a poco, così il corpo si abitua. Ancora un po e sarebbe guarita grazie a me! Lo so, ho cresciuto tre figli!
La guardavo senza riconoscerla. Avevo sopportato questa donna per anni per amore di Claudia, per la pace in famiglia e ora avvelenava mia figlia. Con orgoglio, sentendosi più esperta dei medici.
Tre figli, ho detto sottovoce, e lei è diventata bianca come la neve. E allora? Ogni bambino è diverso. E Giulia è mia figlia, non tua. Da oggi non la rivedrai più.
Cosa?! Si è aggrappata alla ringhiera. Tu non puoi!
Posso eccome.
Mi sono voltato e sono andato via. Dietro di me urla e pianti. Ma non mi sono fermato. Sono salito in macchina, ho acceso il motore. Nello specchietto ho visto Caterina che correva nel vialetto, le braccia alzate, ma ho spinto sullacceleratore.
A casa, Claudia aspettava in corridoio. Ha visto i miei occhi, Giulia che piangeva e ha capito subito.
Che è successo?
Le ho raccontato tutto. Senza emozioni, le avevo lasciate da Caterina. Claudia ascoltava in silenzio, il viso sempre più duro. Poi ha preso il cellulare.
Mamma. Sì, Davide mi ha detto. Come hai potuto?!
Ho portato Giulia in bagno via i resti di focaccia e lacrime dal viso. Dietro la porta la voce di Claudia era ferma, dura, diversa da come la conoscevo. Alla fine: «Finché non risolviamo lallergia, Giulia non la vedi».
Sono passati due mesi…
Il pranzo della domenica da Lucia ormai tradizione. Stavolta in tavola cera una torta: pan di Spagna, crema, fragole. E Giulia la mangiava. Da sola, col cucchiaio grande, tutta sporca. Sulle guance neanche un segno.
Chi lo avrebbe mai detto Lucia scuoteva la testa. Olio di girasole. Unallergia che si vede una volta su mille.
Il medico lo ha confermato, Claudia spalmava burro fresco sul pane. Appena labbiamo eliminato e siamo passati allolio doliva in due settimane è sparito tutto.
Guardavo Giulia e non smettevo di sorridere. Guance rosa, occhi vivi, crema sul naso. Una bambina felice, che finalmente poteva mangiare come tutti: torte, biscotti, tutto purché senza olio di girasole. E sono davvero tantissime cose.
Con Caterina i rapporti sono rimasti freddi. Telefonava spesso, piangeva e si scusava. Claudia le parlava poco, senza cordialità. Io proprio niente.
Giulia ha ripreso la torta col cucchiaio, Lucia ha avvicinato il piatto.
Mangia, piccola. Mangia e stai bene.
Mi sono appoggiato allo schienale. Fuori pioveva, ma in casa era caldo e profumava di dolci. Mia figlia stava meglio. Il resto non contava più.



