**Diario di Luca**
Tutto iniziò con una busta ufficiale di carta pesante che il postino consegnò a Beatrice con una solennità insolita. Dentro, su carta intestata, il notaio Roberto De Santis comunicava in un linguaggio asciutto e burocratico la necessità di presentarsi per la lettura del testamento della defunta signora Bianchi, Maria Adelaide.
Beatrice rilesse la lettera più volte. Un testamento? Maria Adelaide non ne aveva mai parlato. Quellinvito formale la turbava, sembrava fuori posto, come un rumore che spezza il silenzio del lutto ancora vivo nel suo cuore.
E ora eccola lì, seduta in un angusto ufficio soffocante, impregnato di polvere e di un profumo troppo intenso di qualcun altro. Si era appollaiata sul bordo della sedia, stringendosi come se volesse scomparire. Lunica estranea in quella stanza.
“Allora, quando comincia?” sussurrò ad alta voce una donna robusta in un abito sgargiante, sfoggiando anelli doro. Era Laura Vitali, una cugina lontana che Beatrice aveva visto solo tre volte in dieci anni, e sempre sulla soglia di casa di Maria Adelaide con una richiesta o un pretesto.
La fissò con disprezzo, storcendo le labbra. “E tu cosa ci fai qui, cara? A Maria Adelaide ormai non servi più.”
Beatrice trasalì e non rispose, stringendo solo più forte le maniglie della sua vecchia borsa. Il notaio, un uomo austero con gli occhiali, tossì per richiamare lattenzione. “Dunque, signori, cominciamo.”
Laura si sistemò i capelli con fare teatrale. “Ma cosa cè da leggere, Roberto? Una casetta vecchia e qualche tappeto. Siamo qui in famiglia, no?”
Il notaio la guardò severamente sopra gli occhiali e iniziò a leggere con voce monotona. Beatrice ascoltava distrattamente, ripensando agli ultimi giorni trascorsi con Maria Adelaide. Le sere tranquille, le chiacchiere sui libri, quella mano secca e calda tra le sue Maria Adelaide parlava spesso del marito defunto: “Mio marito, Enrico, era un genio, Beatrice, ma incompreso. Vedeva tutto nei numeri, nei grafici. Diceva che i soldi non sono carta, ma energia. Bisogna solo saperla indirizzare”
Beatrice allora annuiva, senza afferrare davvero il senso.
“il totale degli asset sul conto broker intestato alla defonta ammonta a trentottomila euro,” dichiarò il notaio senza emozione.
Un silenzio di ghiaccio. Persino il fruscio delle carte tra le mani di Roberto sembrava assordante.
Laura si voltò lentamente verso di lui, il volto improvvisamente privo di qualsiasi sicurezza. “Quanto?”
“Trentottomila,” ripeté lui, senza alzare lo sguardo. “Il testamento è stato redatto e firmato un anno fa. In piena lucidità.”
I parenti si agitarono come un vespaio. Si scambiarono occhiate, i volti contratti, gli occhi pieni di avidità. E tutti, come per un comando, fissarono Beatrice.
Era pallida come un lenzuolo, senza capire. Trentottomila euro? Era questo che significavano quelle parole sull”energia”?
Il notaio tossì e passò al punto cruciale.
“Tutti i miei beni mobili e immobili, comprese le somme depositate sui conti, lascio a Beatrice Conti”
“Cosa?!” urlò Laura.
Roberto alzò gli occhi dal foglio, il suo sguardo freddo come lacciaio.
“in segno di gratitudine per dieci anni di cure disinteressate, di affetto e sostegno, mentre la mia famiglia mi dimenticava.”
Finì di leggere.
Beatrice alzò lo sguardo, incrociando quello lupesco di Laura.
“Ecco perché le stavi sempre appiccicata, vipera,” sibilò quella, la voce carica di rancore. “Hai plagiato una vecchia! Truffatrice!”
Beatrice rimase immobile. Non erano i soldi, cadutile addosso come una valanga, a sconvolgerla. Era il suo piccolo mondo tranquillo, fatto di silenzi e gesti semplici, che era esploso. E i frammenti le volavano addosso.
Scivolò via dallufficio come unombra. Voleva solo aria. Ma i parenti le si riversarono dietro, circondandola sul marciapiede.
“Aspetta un attimo, Conti,” Laura le afferrò il braccio. La stretta era di ferro. “Credi di andartene così?”
“Io non sapevo nulla,” mormorò Beatrice, cercando di liberarsi.
“Non sapeva!” ridacchiò un uomo, un nipote lontano. “Dieci anni a pulire i piatti e non sapeva! Santa ingenuità!”
“Ascoltate, non voglio quei soldi,” disse piano. “Non li ho chiesti io”
“Ah, non li vuole!” esclamò Laura. “Senti, ragazzina, facciamola semplice. Ti sei intromessa in una famiglia. Sono soldi nostri, di sangue. Tu non sei nessuno. Faremo causa. Dimostreremo che lhai plagiata, che non era lucida. Avrai problemi, Beatrice. Grossi problemi.”
Beatrice si liberò in silenzio e se ne andò. Le loro grida la seguirono.
I giorni seguenti furono un inferno. Il telefono squillava in continuazione.
“Bea, siamo persone ragionevoli,” borbottò il marito di Laura al telefono. “Perché sporcarsi con una causa? Dacci la metà, e ti lasceremo in pace. Parola mia.”
Unora dopo, era Laura stessa a chiamare.
“Mi hai rubato il futuro dei miei figli!” strillò. “Ti ridurrò sul lastrico! Lo dirò a tutti che sei una serpe!”
E lo disse. Al supermercato, dove Beatrice comprava il pane, Laura raccontò a voce alta alla cassiera e alla fila come “quella truffatrice ha derubato la nostra povera zia rimbambita.”
La gente cominciò a guardarla storto, a bisbigliare. La vicina, la signora Valeria, che la settimana prima le chiedeva la ricetta della parmigiana, ora attraversava la strada per evitarla.
Ogni sguardo, ogni sussurro alle spalle era una pugnalata. Il suo nome, lunica cosa che aveva, era stato calpestato nel fango.
Una sera, bussarono alla porta. Laura era sulla soglia, con unespressione falsamente compassionevole.
“Posso?” Entrò senza aspettare una risposta. “Vedi, Beatrice, capisco che sia difficile. Ma devi capire, non lo faccio per cattiveria. Lotto per la mia famiglia. Quei soldi ci servono. Mio figlio ha bisogno di una casa, i nipoti di studi. È giusto, no?”
“Maria Adelaide ha scritto il testamento,” rispose Beatrice, con fermezza. “Era la sua volontà.”
Laura fece una smorfia. La maschera cadde.
“La volontà di una vecchia pazza! Credi che un giudice ti darà ragione? Assumeremo i migliori avvocati, Beatrice. Ti spennelleranno viva, e resterai a mani vuote. Pensa bene. Rinuncia al testamento. Volontariamente.”
Dopo che Laura se ne fu andata, Beatrice rimase a lungo immobile. Era quasi tentata di cedere. Forse era meglio rinunciare? Tornare alla sua vita tranquilla. Ma poi sentì unamarezza profonda. Rinunciare sarebbe stato tradire Maria Adelaide. Smentire la sua ultima volontà.
Quella notte non chiuse occhio. La mattina dopo, incapace di sopportare quellatmosfera opprimente, andò a casa di Maria Adelaide.
Ancora al cancello, sentì che qualcosa non andava. La porta era socchiusa. La spinse con cautela e si bloccò sulla soglia.
Dentro, il ca





