Il telecomando per due
Alle quattro in punto, la porta dingresso sbatté con tanta forza che il vecchio piumino appeso allattaccapanni si mise a dondolare, mentre nella casa piombarono in tre: per primo entrò Marco, alto e con lo zaino, seguito da un sacchetto pieno di clementine; dietro di lui Orietta, sua moglie, incastrata tra un giubbino per bambini e la scatola di un gioco da tavolo; infine, il piccolo Gabriele, otto anni, già impegnato a tirarsi il berretto sugli occhi e a ringhiare, per motivi noti solo a lui.
Siamo arrivati! tuonò Marco in fondo al corridoio, senza nemmeno togliersi le scarpe.
Dal cucinino fece capolino la mamma, Rosanna, armata di coltello e con il grembiule a quadretti. Guance rosa, i capelli raccolti con una molletta, sul tavolo dietro di lei giaceva già una montagna di patate tagliate e salame nostrano pronto da servire.
Oh, siete qui! lasciò andare il coltello e corse incontro a tutti, asciugandosi le mani sul grembiule. Avanti, fatevi largo. Toglietevi cappotto e scarpe, via, che altrimenti cè corrente!
Dalla sala arrivava la voce calda di un telecronista e il borbottio dello studio: sulla RAI trasmettevano un concerto del pomeriggio. Papà Paolo, chiamò da lì, senza alzarsi:
Ciao belli! Sono qui, tengo docchio la situazione.
Marco, abbassandosi, aiutò Gabriele con gli stivali e con la coda dellocchio diede unocchiata al paesaggio che conosceva dallinfanzia: il tavolo in parte già apparecchiato, sul tavolino davanti al divano il telecomando, una ciotola traboccante di torroncini, una vecchia fila di lucine colorate che lampeggiava sulla parete. La tv, manco a dirlo, era accesa. Non era il volume, era la costanza: un brusio costante, come il motore del frigorifero.
Scommetto che è su da stamattina, pensò Marco, sentendo subito la solita piccola irritazione che si sforzava di mascherare con un sorriso.
Mamma, ti aiuto disse entrando in cucina con il sacchetto. Questo è per te. Cè anche uno spumante decente, non quello… si interruppe vedendo la bottiglia (annata 1986!) di “Asti Dolce” già sul tavolo. Ok, ne avremo due tipi.
Ho già preso tutto, rispose Rosanna, dolce ma con un pizzico di rimprovero. Ma tienilo pure, magari il vostro moderno è meglio. Orietta, cara, spogliati pure. Io finisco il pinzimonio e fra poco si fa merenda.
Orietta sorrise e annuì, anche se Marco sentì chiaramente la sua tensione. Per tutto il viaggio avevano discusso di come, questanno, avrebbero voluto cambiare copione: niente tv continua, giochi, musica, i bimbi senza cellulare. Ma appena varcato il portone, ecco la solita colonna sonora: RAI Uno, canali a rotazione, la sequenza dei classici.
Nel frattempo, Paolo aveva trovato la sua postazione dangolo sul divano, stile comandante della nave. Il telecomando gli stava vicino come una reliquia, e lui lo accarezzava di tanto in tanto, cambiando canale quasi senza guardare: concerto, lustrini, conduttori con lo scintillio negli occhi, di nuovo concerto.
Ecco che ci siamo, pensò Paolo con un vago sospiro. Arriveranno con le loro casse Bluetooth, le playlist. E io, dovrei spegnere tutto? Come se il mio Capodanno non esistesse.
Aveva acceso la tv già di mattina, mentre Rosanna pelava le patate. Paolo amava avere le voci in sottofondo, la musica. Era sempre stato così. Anche quando Marco era bambino e correva dal presepe al tavolo, la tele faceva da sfondo: segno che tutta lItalia, non solo loro, stava festeggiando.
Nonno, possiamo vedere i cartoni? sbucò Gabriele in sala, lo zaino già per terra.
Prima il concerto, rispose Paolo, sempre senza distogliere lo sguardo. Guarda che bravi, senti come cantano.
Ma non mi piacciono queste canzoni fece Gabriele, smorfia etrusca da vero Toscano.
Marco sbirciò in sala, asciugandosi le mani sui jeans.
Papà, almeno per stasera possiamo abbassare un pochino? Volevamo giocare a Carcassonne con i ragazzi, lho portato apposta.
Cosa? Paolo sembrava spaesato.
È un gioco da tavolo: mappe, castelli, strade. Una figata.
Ma giocate pure, chi ve lo vieta? replicò sinceramente stupito Paolo. Tanto la tv mica urla. Lasciatela andare.
Marco stava per spiegare che il problema era proprio il lasciatela andare, quando incrociò lo sguardo vigile di Rosanna che apparecchiava con salumi e pane. Se li guardava come se sentisse già una minaccia nellaria.
Prima cenate, decretò lei. Poi vi massacrate a giochi, fate quello che volete. Cè tempo fino a mezzanotte e oltre.
Secondo Marco, questo cè tempo non era poi molto. Sapeva già cosa lo aspettava: Il Cinepanettone, concerto, discorso del Presidente, di nuovo concerto, e poi, quando tutti sbadigliano, tu stai lì con la tua scatola di giochi… che colleziona polvere.
La cucina profumava di maionese, prezzemolo fresco e cipolla fritta. Sul davanzale, una ciotola con le patate arrostite per la vinaigrette. Rosanna, con destrezza madre-italiana, affettava cetrioli nellinsalatiera già ricca di mille altri ingredienti.
Mamma, facciamo metà insalata russa senza mortadella? azzardò Orietta, sedendosi. Io sto leggera e poi Gabriele non ama la carne.
Senza mortadella non è insalata, rispose automatica Rosanna. È… boh, insalata di patate. Vuoi? La metto in una ciotolina a parte finché non mescolo tutto.
Sì, grazie, annuì Orietta sollevata.
Orietta voleva bene alla suocera, davvero, ma ogni Capodanno si sentiva una comparsa in uno spettacolo ormai rodato, con gli attori e le battute sempre uguali. Rosanna reggeva stretto alle tradizioni e alle sue ricette: il resto era quasi intoccabile. Orietta lo capiva, ma avrebbe voluto che anche le loro abitudini contassero, non solo quelle di casa.
Di nuovo con le tue varianti? si sentì dalla sala Paolo. So già, ora toccherà insalata senza gusto. Dopo aggiungo io il sale!
Vedrai che va bene così, replicò Rosanna, con una nota doffesa nella voce.
Marco colse il malumore: forse Orietta aveva esagerato con la storia della mortadella. Ma ricordò anche il Capodanno precedente, quando Gabriele aveva rigirato la forchetta sussurrando che quellinsalata lo faceva star male. Quindi: no, si era fatto bene.
Mezzora dopo erano tutti a tavola. Fuori era ancora chiaro, ancora niente candele; lalbero sbrilluccicava nellangolo. La tv gracchiava il concerto, ma il volume era sceso: il primo, microscopico compromesso. Marco passò e abbassò, Paolo fece finta di non vedere.
Alla nostra, brindò Paolo. Perché siete venuti. Perché, sapete, i figli crescono, poi Si fermò, cercando le parole, poi tornò al bicchiere. Insomma, mi fa piacere.
A Marco si strinse qualcosa dentro. Sapeva che suo padre temeva di restare solo in quellappartamento di tre camere, pieni di tappeti e porcellane, come in un museo. Temendo che un giorno i figli avrebbero detto: Meglio dagli amici, ognuno con le sue tradizioni. E allora la tv, il concerto, linsalata russa restavano come garanzia che il passato aveva ancora il suo posto.
Anche noi siamo felici, disse Marco. Veramente.
Si brindò: lo spumante pungeva sulla lingua, ma era buono. Gabriele si attaccava alle clementine, Orietta rabboccava il succo, Rosanna serviva linsalata nei piatti.
Stasera guardate Il classico di Capodanno? buttò lì Orietta, con finta indifferenza.
E certo! si accese Paolo. Senza quello che Capodanno è? Alle nove inizia. Prima mangiamo, poi tutti davanti.
Magari questanno saltiamo? azzardò Marco. Lo sappiamo a memoria! Si potrebbe
Parla con tua madre, tagliò corto Rosanna. Io senza quel film non sento latmosfera. Da ragazza, ci stavo attaccata. Pure in ospedale, col televisore in corridoio, te lo ricordi Paolo?
Altroché! Passavo avanti e indietro per guardare.
Marco sentì scivolare via ogni speranza. Parlare di togliere quel film era come toccare la memoria di qualcuno, non solo la programmazione TV.
Possiamo guardarlo, intervenne in fretta Orietta. Ma magari dopo giochiamo un po? Ho portato un gioco bello, per tutti.
Si gioca, si gioca, la rassicurò Paolo sventolando il telecomando. Cè tempo.
Riprese il telecomando, Marco si rese conto che ormai guardava quante volte schiacciava il tasto. Uno, due, tre. Come i rintocchi dellorologio.
Dopo aver mangiato, Gabriele iniziò a contorcersi sulla sedia.
Papà, e giochiamo? sussurrò. Lo sentirono tutti.
Adesso, rispose Marco. Laviamo almeno i piatti.
Ci penso io, insisté Rosanna. Andate, fate voi. Poi magari vi raggiungo.
Dai mamma provò Marco. Almeno facciamo insieme.
Non mescolare il mio sistema, rispose, ma senza cattiveria. Ho il mio metodo. Giocate, vai.
Per metodo intendeva: piatti nel lavandino, calici a parte, insalata coperta, tutto come sempre negli anni. Sapeva a memoria dove stava ogni cosa: era la sua sicurezza.
Marco e Orietta si scambiarono uno sguardo. Da un lato, volevano aiutare; dallaltro, contestare ora avrebbe solo peggiorato latmosfera.
Va bene, cedette Marco. Prepariamo il gioco.
Salirono in sala. Paolo era già riuscito a trovare il canale giusto: stava iniziando Il classico. Sulle note riconoscibilissime del jingle, il viso si illuminava.
Oh, ecco, diceva soddisfatto. La parte più bella inizia adesso.
Papà, ma volevamo abbozzò Marco con la scatola in mano.
Giochiamo dopo, ribatté Paolo, sempre fisso allo schermo. Lo sai, adoro linizio. Dopo potete giocare pure in cucina.
In cucina è stretta, Orietta tentò diplomaticamente. E cè mamma coi piatti. Pensavamo che adesso
Ma insieme perché? Paolo, genuinamente perplesso. Tanto fate le vostre regole, io non capisco mai nulla. Preferisco guardare il film. Volete? Sedetevi qui con me.
Sospiro di Marco. Ecco, ci siamo. Tutta la giornata era andata così.
Papà, cercò di restare calmo. Ma ogni anno è la stessa cosa. Lo stesso film, sempre. Noi volevamo cioè qualcosa di diverso. Parlare, giocare, senza tv.
Ma che ti dà fastidio la tv? Il tono si fece duro. Non ti viene mica nel piatto! La metto pure bassa.
Non va nel piatto, va nel cervello! sbottò Marco. Non si riesce a parlare con questo sottofondo.
Ma che urla! Paolo, punto sul vivo, alzò leggermente il volume.
In quel momento, Rosanna entrò con un torcione tra le mani. La tensione era palpabile.
Che succede? chiese.
Niente, risposero quasi in coro Marco e Paolo.
Il protagonista del film contemplava già lo spumante nella sauna: la scena che tutti conoscevano a memoria si sovrapponeva alla lite reale.
Volevamo solo giocare, Orietta disse piano. Insieme. E il film magari dopo
Il film si guarda, decretò Rosanna. È sempre stato così.
Marco provò rabbia e senso di colpa insieme.
Ma allora non ci sentono! Pensava. Come se voler cambiare qualcosa fosse un capriccio. Loro sì, hanno diritto alle tradizioni. Noi, niente.
Guardò Gabriele. Il bambino stringeva un dinosauro di peluche, indeciso tra la tv e gli adulti. Sulla faccia la delusione era palese.
Io non voglio vedere questo film, dichiarò improvvisamente. È noioso.
Il silenzio calò. La tv parlava, ma nessuno più ascoltava.
Tesoro, Rosanna cercò di essere comprensiva. Non capisci ancora, sei piccolo.
Io voglio giocare, ribatté Gabriele, quasi piangendo. Avevamo detto così!
Marco sentì il cuore stringersi. Agli adulti era facile cedere, ma spiegare a un bambino perché il suo patto non conti quasi fa male fisico.
Fece un passo verso la tv e, prima di ripensarci, spense.
Schermo nero, silenzio improvviso. Si sentiva il rubinetto che gocciolava e una pallina che tintinnava sullalbero.
Marco sospirò Rosanna.
Papà Paolo nello stesso istante.
Nel tono, delusione e smarrimento.
Solo un po, giochiamo cinque minuti Marco balbettò, conscio di aver esagerato. Solo per iniziare poi…
Sei a casa mia, tagliò Paolo. E spegni il mio televisore. Come se io fossi di troppo.
Le parole lo colpirono più di quanto si aspettasse. Marco voleva ribattere, ma proprio non trovava niente da dire. Sì, adesso si era comportato da padrone, non da ospite.
Non era mia intenzione, mormorò. Solo che Gabriele…
A questo punto Gabriele singhiozzava. Lelettricità adulta laveva attraversato subito. Orietta lo prese in braccio.
Su, dai, gli sussurrò. Troviamo una soluzione.
Rosanna guardò suo figlio ed era un mix di esausta, agitata, affettuosa e… spaventata. Spaventata che il suo Capodanno con Paolo si dissolvesse nei progetti di altri, lasciandoli a mani vuote.
Non lo capiscono, pensava. Quel film è lancora. Finché cè, sono ancora quella giovane donna. Se lo perdiamo, sparisco anchio.
Marco, disse. Siamo qui dalla mattina a preparare tutto. Voglio solo sedermi e vedere il mio film. Non do fastidio. Se volete giocare, giocate, ma non spegnete.
Marco sentì le proprie argomentazioni svanire come panna montata lasciata al sole.
È che spiegò, quando è acceso, ho la sensazione che voi non siate con noi, ma con la tv. Vorremmo stare insieme, non semplicemente accanto a voi.
Cadde il silenzio. Paolo guardava altrove, punto nel vivo.
Ecco, pensava. Ho lavorato una vita per dargli tutto. La tv lavevo comprata facendo sacrifici. Adesso pare che non sappia fare nulla senza di lei.
Si ricordò dei giorni in cui Rosanna era stata ricoverata, e la casa sembrava troppo silenziosa. La tv era lunica voce. Da allora aveva paura del silenzio.
Facciamo una cosa, disse infine Paolo, sorpreso dal suo stesso tono. Voi ora giocate. Unora. Dopo, riaccendiamo e guardiamo insieme il film. Va bene?
Marco sbatté le palpebre.
Papà
Giocate pure, proseguì Paolo. Partecipo anchio, se mi insegnate. Poi film. Ok?
Rosanna era perplessa: una tale apertura non se laspettava. Ma nel tono non cera sconfitta, solo il desiderio di restare insieme.
Facciamo così, disse Orietta cauta. Prepariamo il gioco qui in sala. Tv spenta. Poi allintervallo… il discorso del Presidente lo guardiamo insieme. Dopo, il film, meglio basso. Chi vuol vedere, va bene; chi vuole giocare, anche.
Voglio giocare con il nonno, proclamò Gabriele, tra due singhiozzi ormai spenti. E con la nonna.
Rosanna sospirò.
Mica sono un mostro, si disse. Per il nipote posso cedere un po sul regolamento.
Va bene, accettò. Spiegate in fretta: tanto perdo subito, con queste strade vostre.
Marco avvertì la tensione calare. Mise la tv in pausa: sullo schermo il protagonista immortalato col bicchiere alzato.
Laspetterà commentò. Tanto è uno paziente, lui.
Paolo si trovò a sorridere. La battuta era vecchia ma funzionava ancora.
Si sistemarono sul tavolinetto, spostando le caramelle. I tasselli delle strade e città presero il posto del telecomando. Gabriele li mescolava con foga, anche se non serviva.
Allora, iniziò Marco, si prende un pezzo alla volta e si costruisce una strada o una città. E si fanno punti.
E se la strada finisce nel nulla? chiese Paolo, diffidente.
Non si può, sentenziò serio Gabriele. Devessere continua.
Come la vita, brontolò Paolo, e Marco non capì se fosse una battuta.
I primi dieci minuti furono un caos. Rosanna piazzava tessere dove non doveva, Gabriele dimenticava le regole, Orietta correggeva. Paolo faceva lo scettico, ma appena vide che la sua strada gli dava più punti della città di Marco… cambiò intenzione.
Altroché, sono stratega! disse, occhiolino al nipote. Mi avete sottovalutato.
Non lo sapevamo, rideva Orietta.
Ad un certo punto, Rosanna si trovò a ridere davvero, di cuore. Guardava il marito litigare per una tessera col nipote e si chiedeva: forse davvero si può cambiare un po. Non tutto. Aggiungere qualcosa.
Mamma, Marco la chiamava a bassa voce mentre Gabriele era in bagno. Grazie per aver accettato.
Più o meno borbottò, ma ormai era sciolta. Sai che per noi cambiare è dura? È una vita che festeggiamo così. So già cosa succede a ogni ora, e questo mi tranquillizza.
Sì, lo so annuì Marco. Anche noi però vorremmo che Gabriele ricordasse qualcosa in più, oltre ai film che non ama.
Li ricorderà lo stesso, sospirò lei. Basta essere tutti insieme. Il resto si aggiusta.
Alle nove finirono la partita. Vinse Paolo, tra la sorpresa generale. Fregandosi le mani, lanciò unocchiata alla tv.
E ora tocca a me?
Decisamente ammise Marco. Dai, vai!
Tutti di nuovo davanti al film. Ma stavolta la tv non era la protagonista. Davanti, restavano i tasselli del gioco, i segnapunti, un taccuino con i totali. Ma soprattutto, la sensazione che davvero fosse successo qualcosa, oltre al solito zapping.
Arrivato il discorso del Presidente, Rosanna si fiondò a prendere i bicchieri e lo spumante.
Ai bambini il succo, gridava a Orietta. Non voglio essere accusata di corrompere minorenni.
Tutti col bicchiere in mano, ascoltavano le parole di ogni anno: speranza, fatica, futuro. Paolo ascoltava, ma guardava la famiglia.
Eccoli, pensava. Loro sono qui. Se per loro conta giocare, va bene. Limportante è che ci siano.
Scoccarono i rintocchi. Ci fu chi espresse tre desideri invece di uno, chi neppure uno. Gabriele, confuso, decise senza troppi problemi che tre erano meglio.
Il film riprese, ma quasi in sordina. Il volume basso: la storia in sottofondo, non più protagonista.
Rosanna sedeva sul bordo del divano, spumante in mano. Sullo schermo, la protagonista alla porta di casa; intanto, Orietta e Marco già si punzecchiavano per il prossimo turno a Carcassonne.
Mamma, disse Marco. Vuoi che domani mattina lo guardiamo insieme, solo noi, di nuovo? Magari diventa un rito solo vostro, tu e papà. E la sera si gioca. Così abbiamo due Capodanni.
Lei lo guardò, sorpresa.
E perché?
Beh, fece spallucce. Dici che è il tuo film. Così è il vostro momento. E alla sera, giochi e chiacchiere. Due Natali in uno.
Ci pensò su. Lidea era allettante. Più che togliere, era aggiungere qualcosa, rendere esclusiva la tradizione.
Vediamo domani, accennò, per non scoprire subito di apprezzare la novità. Dipende.
Paolo li ascoltava di sottecchi, fingendo di seguire la trama. Ma dentro si rilassò. Non tanto per il film, quanto per il tentativo del figlio di trovare una casa per tutti.
Intanto Gabriele costruiva una torre coi tasselli. In faccia, pura e semplice felicità. Per lui, oggi non era in corso una guerra silenziosa per il telecomando: il Capodanno sarebbe rimasto il giorno in cui il nonno vinse (incredibilmente), la nonna rise e nessuno urlò.
Verso luna di notte, Rosanna si accorse che non guardava quasi più lo schermo. La tv era lì, come sempre, ma per la prima volta da tanto era più importante ciò che accadeva in casa.
Marco era sul divano accanto a Paolo, stavano insieme cercando di capire un altro gioco, ormai senza energie per iniziare. Orietta e Gabriele in cucina sistemavano gli avanzi nei contenitori (Ricordati: le bucce nel sacco dellumido!). In giro, profumo di cibo, abete e spumante un po svanito.
Mamma, chiamò Marco. Vieni! Papà sta pianificando non si sa cosa…
Arrivo, rispose lei, coprendo linsalata con la pellicola. Spense la luce in cucina e si fermò sulla soglia a guardare: la tv illuminava appena i volti, la ghirlanda blinkava a ritmo della musica. Era davvero casa, in quel momento.
E va bene, pensò. Facciamo così. Limportante è che ci siano, tutti.
Si sedette accanto al marito; lui si spostò, per lasciarle spazio. Il telecomando stava tra i due, come una piccola, preziosa reliquia che apparteneva a entrambi e che nessuno, quella sera, avrebbe più afferrato da solo.
Dai, disse lei, rivolta a figlio e nipote. Mostrami le vostre strade.
E il Capodanno andò avanti così, tra salotti, giochi, cucina e qualche luminaria sparata in piazza fuori. Un po tradizione, un po novità: e ognuno, spostandosi appena, trovò posto. E la casa si riempì di nuovo calore.



