Il vicino non delletà giusta
Le mie mattine iniziano sempre allo stesso modo. La moka borbotta sui fornelli, la radio in cucina gracchia e aggiorna sulla viabilità e il tempo, e nel pianerottolo sbattono due o tre porte dappartamento: la gente va al lavoro. Io ormai non ho più bisogno di sbrigarmi, ma il vizio di alzarmi presto mi è rimasto, così come quello di fare il giro della casa per verificare che il balcone sia chiuso, il gas spento, le chiavi al loro posto.
Abito da più di trentanni in uno stabile di nove piani, in periferia a Bologna. Conosco chi ha il campanello stridulo, chi sbatte la porta con più forza, chi lascia sempre il passeggino nellandrone. Al mio piano domina il silenzio, e questa pace mi piace. La sera mi siedo in poltrona, accendo la vecchia tivù per una replica dei telefilm, ascolto la tosse della signora Rosina in fondo al corridoio e sento che la casa è viva, ma senza rumore.
Nel condominio si segue la routine di sempre. Se qualche annuncio viene appeso storto, lo raddrizzo. Una volta ho anche comprato lo scotch e rifatto il cartello delle pulizie, stavolta senza errori. Sul pianerottolo, tra il settimo e lottavo, tiene banco il mio ficus, infilato in una bottiglia di plastica tagliata a mo di vaso. In estate lo sposto sulla rampa delle scale in modo che non sembri troppo cupo.
Quel giorno, mentre annaffiavo il ficus, il profumo di carne alla griglia saliva dal piano terra: qualcuno friggeva polpette, e lodore invadeva le scale. Lascensore ebbe uno scossone e si aprì cigolando. Ne uscì un ragazzo con un trolley e uno zaino. Cuffie alle orecchie, filo che pende dallo smartphone, da cui trapelava una musica martellante.
Si fermò, cercò con lo sguardo il numero degli appartamenti, poi si rivolse a me.
Buongiorno mi disse, togliendosi una cuffia è qui il duecentotrentasette?
Duecentotrentasette? È il prossimo, la numerazione qui è tutta strana, non mettetela in ordine spiegai.
Annuisce e trascina il trolley. Le ruote rimbombano forte sulle piastrelle. Il corridoio si riempie dei suoi bagagli, lo zaino mi urta il braccio.
Scusi, fa lui in fretta. Sto per sistemarmi qui.
La parola sistemarmi mi punge. Al 237 viveva la vedova, la signora Paola Gentili, donna silenziosa con un gatto. Avevo sentito dire che voleva affittare una camera. Ecco dunque linquilino.
Torno a casa mia, la 235, chiudo la porta e resto in ascolto nellingresso. Attraverso il muro si sente un trasloco di mobili e sportelli. Poi varie volte suona un campanello: forse sono arrivati altri ragazzi. Le voci sono giovani, veloci, risatine brevi.
Mi verso altro tè, un po troppo forte oggi, ma lo bevo ugualmente. Mi risuona nella mente la frase della signora Paola: E che vuoi farci, la pensione è poca, faccio stare uno studente, tanto sono tutti tranquilli. Tranquilli.
La sera si capisce subito quanto tranquilli. Prima, col buio, sacchetti di plastica frusciano nel corridoio, sbatte una porta. Poi dalla parete parte la musica. Non altissima, ma coi bassi che rimbombano nei muri e nel petto. Spengo la TV e ascolto. Quel tum tum persistente, come un pugno sordo.
Dopo dieci minuti vado a picchiettare le dita contro il muro. Nulla. Picchio più forte. Dopo poco la musica si abbassa, ma non sparisce.
E questi sarebbero i tranquilli, borbotto tornando alla poltrona.
Quella notte è turbolenta. Verso mezzanotte la porta sul pianerottolo sbatte così forte che pure il mio armadio trema. Risate, sussurri, chiavi che faticano ad entrare nella serratura. Resto a letto, conto i battiti del cuore. In testa mi torna la frase dal gruppo WhatsApp del condominio: Cari vicini, rispettiamo il silenzio dopo le 23. Una frase che avevo scritto anchio, qualche anno fa.
La mattina apro la porta e vedo in corridoio due paia di scarpe da ginnastica, una giacca appesa, laddove prima cerano solo le mie e quelle della signora Paola. Cè anche una scatola di pizza appoggiata al muro.
Guardo quella scena, resto perplesso, torno dentro. Apro il telefono, vado sul gruppo del condominio, scrivo: Per favore non lasciate rifiuti sul pianerottolo. Cancello. Chi si è trasferito al 237? Di notte cè confusione. Cancello di nuovo. Mando solo Chiedo cortesemente di tenere pulito il corridoio.
Qualcuno risponde con una faccina. Poi un altro: Ma chi lascia la spazzatura? Da me è pulito. La signora Paola non partecipa a queste chat; non le sono mai piaciute.
Più tardi la incontro davanti allascensore. Teneva un sacchetto con un filone di pane e un mazzo di prezzemolo che fa capolino.
Allora, lo avete sistemato linquilino? provo a chiederle, diplomatico.
Ah, Luigi! si illumina. Sì, è uno studente, lavora coi computer, molto educato. Non preoccuparti, ci parlo io se fa rumore.
Eh certo, educato, rispondo.
La sera mentre tento di seguire il telegiornale, da dietro il muro parte di nuovo la musica. Stavolta si sente anche la voce, canta in inglese. Spengo la televisione, mi infilo le pantofole, esco sul pianerottolo.
Suono alla porta della signora Paola. La musica, attutita, fa comunque vibrare la porta. Sul pianerottolo si presenta Luigi in maglietta e tuta.
Buonasera, dico io, sarebbe il caso di abbassare la musica. Ormai è tardi.
Si toglie la cuffia dal collo, sembra sorpreso.
Sì, certo, mi scusi. Sono stato con le cuffie, ma ho lasciato acceso il volume delle casse… adesso abbasso.
Meglio spegnere, ribatto secco, qui ci vivono famiglie, non siamo in un ostello.
Capito, non succederà più.
Quasi subito la musica tace. Ritorno a casa. Ma il fastidio resta. Non si era accorto che le casse erano a tutto volume
Il giorno dopo mi citofonano allora delle notizie. Apro e trovo davanti Luigi, stavolta in jeans, con un portatile sotto il braccio.
Buonasera, fa, un po a disagio, volevo solo scusarmi per ieri e chiedere una cosa: a lei la rete funziona bene? Io non riesco ad agganciarmi. La signora Paola dice che lei qui se ne intende.
Avrei voluto rispondere che nessuno deve toccarmi il wi-fi, ma le parole mi muoiono in gola. Luigi tiene il portatile come fosse un quaderno di scuola.
Rete, eh? ripeto. Io vado col cavo di solito. Cosè che non ti funziona?
Il router, spiega. Inserisco la password, ma niente.
Di quale password parli? Della mia?
No, no, si affretta la mia, ma la signora Paola diceva che lei aveva chiamato un tecnico una volta, magari ha il numero…
Questa sì che è una richiesta ragionata: avevo davvero appuntato il numero del tecnico, attaccato col magnete al frigo.
Aspetta, gli dico. Come ti chiami?
Luigi.
Io sono Giovanni Bruni, ribatto, tornando con il foglietto. Prova a chiamare qui, lui mi ha sistemato tutto laltra volta.
Grazie davvero, sorride sollevato, senza internet è un disastro con luniversità.
Se ne va, poi, ma tentenna sulla soglia.
Se le serve mai una mano col telefono, o col computer, mostra il portatile posso aiutarla. È il mio campo.
Ho tutto a posto, liquido la faccenda. Arrivederci.
Luigi annuisce e sparisce. La porta si chiude pian piano.
Quella stessa sera, mentre cercavo di risolvere da solo il mistero dei simboli spariti dal cellulare dopo un aggiornamento, pensai allofferta di Luigi. Ma lorgoglio non mi permise di chiedere. Schiaccio qui, mi innervosisco là, alla fine faccio sparire anche lorologio dalla schermata principale.
Il giorno dopo sulla chat del condominio esplode una discussione. Si lamentano di scatole abbandonate, qualcuno posta foto di scarpe da tennis fuori dalla porta. Riconosco quelle di Luigi. Sono sicuramente gli inquilini del 237, scrive una. Rispettiamo gli spazi!, rincara unaltra.
Guardo a lungo lo schermo, poi digito: Forse meglio parlare di persona, invece di litigare qui dentro. Persino io mi stupisco di quanto scrivo.
Pochi giorni dopo, tornando dal mercato con una borsa pesante di patate, trovo Luigi seduto fuori dal portone che fuma, incollato al telefono. Accanto a lui cè una busta del supermercato.
È vietato fumare davanti allingresso, gli dico distinto, passando.
Trasalisce, nasconde la sigaretta dietro la schiena, poi la spegne nel cestino.
Scusi, si affretta. Vado via subito.
Ormai hai già fumato, borbotto. Salgo le scale, mi giro a guardarlo. Lui si carica la borsa sulla spalla e mi raggiunge per tenere la porta aperta.
Grazie, mormoro controvoglia.
Saliamo insieme in ascensore. Comincia a tremare fra il terzo e il quarto piano, Luigi trattiene la borsa per non urtarmi.
Ma vive qui da tanto lei? chiede, fissando il display con l8 acceso.
Da una vita, rispondo breve.
Io non sono abituato, sa Vengo dalla campagna, da noi ognuno fa come vuole, nessuno manda foto delle scarpe nelle chat.
E come si fa allora?
Se ti danno fastidio, te lo dicono in faccia. Mio padre magari lanciava la ciabatta, ride, mica mandava le foto.
Lascensore si ferma, le porte si aprono.
Anche qui si può parlare, faccio notare. Ma la prossima volta, prima togli le scarpe e poi dibatti.
Tolgo tutto, assicura serio.
Qualche giorno dopo ho problemi col contatore dellacqua. Arriva lavviso dellamministratore: non ho inviato le letture, rischio laddebito forfettario. Chiamo in portineria, mi spiegano che devo caricare subito i dati, altrimenti multa. Mi inginocchio sotto il lavello, illumino con lo smartphone, ma non leggo i numeri: la schiena mi cede.
Mi siedo, impreco. Mi torna in mente la frase di Luigi: Se vuole, la aiuto. Inizialmente scuoto la testa, poi esco e busso al 237.
Apre Luigi quasi subito, cuffie ma niente musica.
Giovanni? chiede.
Hai detto che te ne intendi, no? Devo leggere i dati e inserirli nel sito, ma non vedo niente, mi fa male la schiena.
Si anima subito. Prendo il telefono e arrivo.
Entra in casa rispettoso, si toglie le scarpe e le allinea. Strano, lo noto proprio.
I contatori sono dove?
Sotto il lavello, sospiro.
Si inginocchia, illumina, mi detta i numeri, fa lui stesso linserimento sul sito dellacquedotto.
Fatto. Arriverà lsms di conferma.
Grazie, non ci sarei mai riuscito. Lì al telefono parlano come se fossi un tecnico informatico!
Parlano così con tutti, ride. Può anche scaricare lapp, sarebbe più facile.
Che app e app, mi difendo. Non sono pratico di queste cose.
Non è nulla di difficile. Vuole che le spiego?
Mi mostra come si fa. Va veloce ma è chiaro. Alla fine ho licona della società dellacqua nel telefono.
Così la prossima volta va più liscio.
Mh, annuisco senza confessare che non ho capito niente.
Da quel giorno vedo Luigi con occhi diversi. Continuano a infastidirmi le sue visite a notte fonda, la puzza di fritto che filtra dal muro, le sue risate sonore con gli amici. Ma al fastidio si mescola pian piano unaltra sensazione: sto scivolando, mio malgrado, in un mondo diverso, fatto di velocità nuovi.
Una notte, verso mezzanotte, cominciano discorsi allegri e rumorosi al 237; ridono, si sente un film dal portatile. Tengo duro, poi mi alzo, mi metto la vestaglia e esco. Sulla chat del condominio scorrono: Che casino! Sempre il 237? Chiamo i carabinieri?
Guardo i messaggi, sento salire la rabbia come la pressione nel bollitore. Infine suono con decisione.
Si placano le risate, qualcuno sussurra. Apre Luigi, spettinato; dietro a lui intravedo una ragazza e un altro giovane.
Giovanni… inizia, ma lo fermo.
Hai visto lora? Qui cè gente che lavora, oppure sta male. Ti piace che di notte ti urlino contro il muro?
Luigi abbassa lo sguardo.
Scusi, veramente. Andiamo, non ci pensavo.
Appunto, non ci pensate mai. Pensate che il palazzo si adatti a voi.
Dietro di lui la ragazza si scusa: Ce ne andiamo presto. Scusate davvero.
Va bene, sospiro. Ma basta così. Sulla chat già scrivono di chiamare i carabinieri.
No, la prego, tutto ok da adesso.
La porta si chiude, davvero torna il silenzio. Ma invece del sollievo sento un peso: non sembra più solo un ammonimento a un vicino, ma qualcosa che si spezza.
Il giorno dopo prendo la posta e trovo Luigi vicino ai bidoni, con due sacchetti, che legge pigramente il cartello della raccolta differenziata.
Buongiorno, saluta per primo. Volevo ancora scusarmi. Non credevamo si sentisse tanto.
I muri sono di carta, ribatto. Si sente tutto.
Silenzio. I sacchetti frusciano.
Lei… vive da solo? chiede piano.
Sembra una domanda normale, ma mi stringe il petto.
Perché vuoi saperlo? esagero, brusco.
Così, indietreggia, la signora Paola diceva che lei è qui da tanto, pensavo
Penserai alle tue cose, lo interrompo e vado verso lascensore.
Dentro mi guardo nello specchio opaco: capelli grigi, rughe agli occhi, labbra serrate. Che bisogno avevi di attaccarlo così? penso. Ma non dico nulla.
Due settimane dopo, sabato mattina, mi sveglia un plin plin strano: non arriva dalla cucina, ma dallingresso. Sistemandomi sulla porta, vedo una striscia dacqua che cola dal soffitto e si raccoglie in una pozza sul tappetino.
Impreco, metto una bacinella e telefono allamministratore: Stiamo arrivando, è scoppiato un tubo al nono piano. Sulla chat si scatenano le foto di muri umidi, qualcuno scrive che si rischia la corrente.
Mentre sono in giro con stracci e secchi, mi citofona Luigi con una ciotola in mano.
Anche lei ha perdite? chiede.
Ormai sì, gli faccio vedere il danno.
Da noi lacqua gocciola sulla presa. Ho staccato tutto, ma sono preoccupato. La signora Paola è andata a protestare. Se posso aiutarla a spostare mobili…
Insieme trasciniamo armadi e prepariamo altri contenitori. Luigi muove i pesi con agilità, senza lamentarsi. La schiena mi punge, ma non mollo.
Non si affatichi, nota lui. Faccio io.
Sto ancora in piedi, ribatto. Non sono un relitto.
Arriva il tecnico e chiude lacqua. Il soffitto resta segnato, il tappeto bagnato. Sorseggiamo tè in cucina, ognuno col suo bicchiere. I capelli di Luigi ancora umidi, la maglietta con una chiazza ruggine.
Sa, da noi quando la casa perdeva dal tetto, mio padre si arrabbiò tre giorni, poi salì lui a mettere mano. Io però ero già via per studiare. Me lo raccontava al telefono.
E perché hai lasciato casa? mi scopro a chiedere.
Studio. A casa mia solo tecnico distituto, qui invece università, borsa di studio. I miei mi hanno detto Vai, non sprecare loccasione. Ma qui tutto è così distante, la gente corre e non conosce nessuno. Allinizio vivevo in residenza universitaria, sembrava un manicomio. Qui pensavo fosse più tranquillo.
Tranquillo? Bel posto hai scelto.
Sbotta una mezza risata.
Ci provo, davvero. Ma ogni tanto, sa, viene voglia che non sembri tutto un museo. Qui cè silenzio come in biblioteca.
E cosa cè di male nel silenzio?
Nulla, alza le spalle. Ma quando è tutto troppo silenzioso, si finisce col pensare troppo.
Cala il silenzio. Dal lato del palazzo si sente il trapano di qualcuno.
Quindi sei un informatico.
Annuisce, Sì, programmazione. Però finora ho più paura che altro, la prima sessione appena passata. A volte penso: ma chi me lo ha fatto fare? Meglio tornare a casa mia, trovare un lavoro. Ma poi mio padre direbbe che sono un debole.
I padri han sempre la risposta pronta, sospirò. Anche il mio.
Non gli racconto che a mia volta partii da un paesino, vissi in studentato, feci il muratore di sera. Sembra roba dunaltra epoca. Eppure in lui sento una paura che mi era familiare: quella di non farcela.
Dopo quella perdita, ci incontriamo più spesso: in ascensore, alle cassette della posta. Spariamo due battute ogni volta. Luigi ora la musica la tiene bassa, e se la dimentica, dopo poco abbassa lui stesso il volume, come se ci tenesse a non disturbare.
Una sera, a inizio inverno, mi fa male il ginocchio come non mai: non riesco neppure ad arrivare in cucina. Restando sulla sedia, guardo il cellulare. Niente ambulanza, non è così grave. Alla fine chiamo Luigi, il cui numero avevo salvato giorni fa.
Giovanni? risponde.
Sei a casa? È che… potresti farmi un favore? Devo prendere una scatola di medicine, ma non riesco ad alzarmi.
Arriva in un attimo, trova la scatola, porta anche un bicchiere dacqua, mi aiuta a distendermi.
Vuole che chiamiamo il medico?
Si sistema, taglio corto. Solo vecchi dolori che ritornano…
Da cosa vengono?
Da ragazzo sono caduto da una scala. Il ginocchio mi ricorda che sono vivo.
Luigi si siede sul bordo della sedia.
Se serve, mi chiami, propone. Tanto io di notte studio, sono sveglio.
Bravo che studi, mi compiaccio. Alla tua età noi trasportavamo solo sacchi di cemento…
Ma voi avete imparato a parlare con la gente, nota. Noi solo a litigare nei gruppi WhatsApp.
Mi viene da sorridere, e sorrido davvero.
Linverno entra piano in casa. Sui ballatoi penetra il gelo dalle finestre difettose, la gente si fionda negli alloggi a riscaldarsi.
A gennaio la signora Paola parte per una settimana dalla figlia, scrive nel gruppo che cè Luigi in casa, se serve qualcosa. Sorrido: Adesso è il responsabile lui.
Una sera, mentre la neve cade a grandi fiocchi, sento bussare. Mi trovo Luigi con una busta.
Ho cucinato troppo minestrone, mi dice quasi in imbarazzo. Non posso mangiarlo tutto io, ne vuole?
Tientelo, mangialo tu.
Già mangiato, sorride. E la signora Paola non cè. Lei diceva che a lei piacciono le zuppe.
Non ricordo di averlo detto, ma accetto la vaschetta di minestrone. Grazie. Poi vieni a riprenderti la ciotola.
Arrivederci e buon appetito.
Il minestrone era buono davvero, un po salato, ma sostanzioso. Mangio e penso a comè strano: quel ragazzo che mi sembrava solo uno storditore adesso mi offre la cena.
Pochi giorni dopo torna da me, portando il portatile.
Giovanni, cè la partita stasera, quella della Roma. A me non funziona la piattaforma, han bloccato il sito. La signora Paola diceva che lei ha ancora Sky col cavo. Posso guardarla qui? Prometto, non faccio caos.
Stavo per dirgli che ormai il calcio non mi appassiona più, poi sento dentro il desiderio antico del rito: vedere le partite, inveire contro larbitro, discutere le azioni.
Vieni pure, acconsento. Ma via le scarpe.
Ci accomodiamo davanti alla TV, Luigi siede composto. Durante lintervallo prepara il tè e porta due tazze.
Pensavo tifasse Napoli, osserva vedendo la sciarpa vecchia appesa alla libreria.
E cosa te lo fa pensare?
Lho vista lì sopra la mensola, indica, anche se sembra vecchia.
Lo è, confermo.
Ma ancora fedele.
Guardiamo la partita, ridiamo e ci arrabbiamo insieme. Mi accorgo che non ridevo così da tempo.
Alla fine, mentre saluta sulla porta, Luigi dice: Grazie. Era proprio come guardare la partita a casa con mio papà. Lui bestemmiava di più, però.
Anche io potrei, sorrido, ma con gli estranei mi trattengo.
Ormai non sono più un estraneo, mormora.
Ci resta un attimo di silenzio, poi annuisco.
La primavera arriva allimprovviso. La neve si scioglie sul cortile dellasilo, sbuca la sabbia, restano solo le vecchie cartacce. In condominio odora di vernice: finalmente ridipingono le pareti. Un imbianchino imbrattato tira la pennellata sulle macchie grigie.
Un giorno di sole la signora Paola viene a bussare.
Giovanni? Devo chiederle un consiglio. Luigi, il nostro ragazzo, penso che a breve si trasferisca. Ha gli esami, lo stage. Sono dubbiosa se affittare ancora. Da una parte servono i soldi, dallaltra… sono stanca.
Trasloca?
Sì, cerca qualcosa vicino alluniversità. Da qui ci mette più di unora. Lei che dice, affitto ancora?
Alzo le spalle, ma dentro di me si crea un vuoto.
Dipende da lei, mi limito.
Già, sospira. Mi ero abituata. Lui ogni tanto è rumoroso, ma non cattivo. Chissà il prossimo.
Quando se ne va, resto a guardare il ficus che cerca la luce sul davanzale. Le nuove foglie si dispiegano piano.
La sera, salendo in ascensore, incontro Luigi.
Dicono che te ne vai, gli butto lì, cercando di restare indifferente.
Probabilmente sì. Ho trovato una stanza più vicina alluniversità. Qui ci metto unora e mezza tra andata e ritorno. Lì venti minuti. E con gli esami serve stare vicino.
È giusto, i giovani devono spostarsi.
Saliamo in silenzio. Al quinto piano si apre una porta, ma nessuno entra. Lascensore riparte.
Le lascio la password del wi-fi, dice quando scende, in caso serva. O se la signora Paola affitta ancora. Se vuole, le lascio anche il vecchio router.
Va bene così, taglio corto. Già ho fatto fatica a mettere lapp dellacqua.
Come vuole, sorride.
Le due settimane successive beviamo ancora qualche tè insieme. Parliamo di attualità, litighiamo su quali film siano migliori, i vecchi o i nuovi. Luigi mi aiuta a portare le borse della spesa, io una volta gli sistemo una sedia allentata, insegnandogli a stringere le viti.
Il giorno della partenza ricompaiono trolley e zaini nel corridoio. Luigi si ingegna col lucchetto. La signora Paola lo assilla con raccomandazioni.
Io apro la porta, mi fermo sulla soglia.
Eh, si parte.
È ora. Grazie di tutto, anche per le partite.
Rumore a parte, ribatto, stavolta leggero.
Per quello chiedo scusa. Ho provato davvero a farmi sentire meno.
Ci fermiamo un istante.
Non mollare gli studi, gli dico infine. Che poi finisci come me, a rincorrere i rubinetti che perdono.
Non mollo, promesso. E se ha problemi, col cellulare o il computer mi chiami. Ci provo io a spiegare.
Va bene, annuisco. Me lo ricorderò.
Lascensore arriva, Luigi entra coi bagagli.
Arrivederci, Giovanni.
Buon viaggio, Luigi.
Quando le porte si chiudono, riecco il silenzio. Solo la mia giacca appesa, niente scarpe da ginnastica, nessuna scatola in vista. Odora ancora di vernice, arriva una nota dolce dal piano terra.
La sera siedo in poltrona e ascolto la radio. Improvvisamente la casa è così silenziosa che sento il gorgoglio dellacqua nei termosifoni. Sul telefono scorro i contatti. Luigi sta a metà della lista. Apro la chat, la schermata è vuota. Digito: Tutto bene larrivo? Esito prima di inviare.
Poi premo invio.
Pochi minuti e arriva la risposta: Tutto bene, grazie che ha chiesto. Poi: Da lei tranquillo? sorridente.
Mi scappa da ridere.
Scrivo: Tranquillo, pure troppo. Poi aggiungo: Ricordati che qui non è uno studentato. E una faccina.
Promesso, ricevo in cambio.
Appoggio il telefono e vado a preparare la moka. Prendo due tazze, poi ne rimetto una a posto. La finestra mi mostra il cortile: ragazzi che giocano a pallone, qualcuno porta fuori il cane. Nel portone accanto sbatte una porta.
Verso il caffè, mi accomodo. Il ficus sul davanzale cerca la luce. Guardo la sedia vuota davanti e, chissà perché, penso che forse un giorno qualcuno ci si siederà ancora. Non deve essere per forza Luigi, né per forza giovane. Ma qualcuno con cui borbottare per un po di chiasso, chiedere aiuto per il telefono, o anche solo guardare una partita insieme.
Stranamente, questa idea non mi fa paura.
Bevo il mio caffè. In casa cè ancora silenzio, ma ora non lo sento più come vuoto. Piuttosto come una pausa fra battute: il momento in cui laltro esce un attimo e poi ritorna, sbattendo la porta senza troppo rumore.
Ed è questa la mia lezione: a volte il confine tra fastidio e amicizia, tra generazioni e abitudini, passa proprio nel rumore che ci dà fastidio e nella pazienza con cui proviamo ad ascoltarlo meglio.





