Sotto il giogo di una madre
A trenta cinque anni, Francesca era una donna timida, riservata, e, come si dice in paese, spenta nellanima. Non aveva mai avuto un fidanzato, né conosciuto laffetto di un uomo, nonostante lavorasse da anni come contabile in uno studio nel centro di Firenze, lo stesso posto dove era approdata appena finita la scuola superiore.
Non curava molto il suo aspetto: vestiva sempre abiti larghi, portava qualche chilo in più, gli occhi malinconici e le labbra perennemente rivolte verso il basso. Francesca era nata da sua madre, Teresa, quando lei aveva appena diciotto anni, figlia di un amore mai dichiarato: la ragazza infatti non aveva mai conosciuto il padre. Era cresciuta nelle campagne di Chianti, accudita dalla nonna paterna, donna severa e burbera, che mai le aveva regalato un gesto daffetto.
La madre, intanto, viveva in città, prendeva la vita alla leggera e cambiava compagno come si cambia il vestito. Bella, elegante, capricciosa e appassionata di feste, tornava in campagna una volta al mese, forse, portando qualche giocattolo alla figlia, per poi sparire di nuovo. Francesca, sotto il tetto della nonna, non aveva conosciuto né amore né tenerezza, nemmeno una gentile carezza.
Da adulta, si era trasferita con Teresa in un appartamento vecchio e stretto a Firenze. La madre, ormai cinquantaduenne, era ancora bellissima: viso fresco, corpo snello, truccata con prodotti costosi e assidua cliente del salone di bellezza. Talvolta usciva la sera per un appuntamento galante. Francesca, invece, si viveva come unombra.
Quella sera, Francesca consegnò le pratiche alla collega che lavrebbe sostituita durante le ferie, e uscì dallufficio, la borsa stretta tra le mani.
– Ecco, un altro periodo di ferie – pensava, – la tredicesima è già nella borsa. Che peccato: mamma me li porterà via tutti, ancora. Dovrò passare le vacanze chiusa in casa. Sono stanca, stanca di tutto questo. Perché non riesco mai ad impormi? Non sono più una bambina! E allora, perché mi tiene ancora accanto a sé? Pretende sempre il mio denaro, euro su euro, non posso nemmeno gestire il mio stipendio. Nessuna luce in fondo al tunnel della mia vita
Quando aprì la porta di casa, Teresa lattendeva già in corridoio.
– Finalmente sei arrivata, – disse con tono spiccio. – Hai preso la tredicesima? Dammeli subito.
– Sì, mamma, ora te li do, fammi almeno togliere la giacca.
– Tempo per spogliarti ce lavrai dopo
Scavando nervosamente nella borsa, Francesca cercava il portafoglio.
– Per lamor di Dio Con questa borsa vecchia e sgualcita, sembri una nonna, non ti vergogni? sibilò la madre con disprezzo.
Francesca si bloccò, le lacrime le salirono agli occhi.
– Eh, se potessi comprarmi una borsa nuova! Ma tu mi prendi tutto, fino allultimo euro, – ribatté Francesca, stupita dal coraggio crescente in lei.
– Non solo la borsa, guarda come sei ridotta tu: trascurata e grassa. Datti una sistemata, dimagrisci, diventa presentabile! – la madre continuava a insultarla, divertita. – Con te ho solo imbarazzo ad uscire.
– Imbarazzo? gridò Francesca. – E tu che mi saccheggi i soldi, non ti vergogni? Tanto con te non vado mai da nessuna parte! urlò, poi scappò fuori dalla porta.
La vista offuscata dalle lacrime, corso giù per le scale, Francesca uscì dal palazzo e si sedette su una panchina sotto gli olivi, il viso coperto dalle mani. Il tempo passava sottile, quando una voce gentile la scosse.
– Francesca, perché sei qui fuori? era la signora Anna, la vicina del primo piano del palazzo accanto. Stai piangendo? Si sedette accanto a lei, prendendole la mano. Dai, cosa ti è successo, è tutto così grave per piangere così tanto?
Francesca non ce la fece più e raccontò ad Anna tutto, senza filtri.
– Mamma si prende ogni mio euro, si compra creme costose, vestiti firmati e io indosso sempre cose logore. È colpa mia, sono sempre stata debole, mai ribellata a nonna, oggi non riesco a oppormi neanche a mamma. Lei è dura, cattiva Anna scuoteva il capo, ma Francesca si vergognò.
– Oddio, parlo così di mia madre Penserà che sia una pettegola, una fallita, e in effetti lo sono
Anna conosceva Teresa da anni, e mai le aveva voluto bene. Guardava Francesca sempre con compassione, capendo che la figlia soffriva sotto il controllo di una madre prepotente.
– Basta, Francesca, smettila di tormentarti e piangere; sei una donna adulta, devi pensare finalmente a te stessa.
– Donna, io? Anna Non mi ha mai voluto bene nessuno, nemmeno io riesco a volermi bene non servo a nessuno
– Ascoltami, devi andartene da tua madre subito, Francesca la guardava spaventata.
– E dove vado? Non posso affittare un appartamentino con il mio piccolo stipendio. E mamma farà scenate, vuole la mia tredicesima. Non ho resistito, troppo umiliante come mi tratta
– Quindi hai ancora i soldi? Tua madre non è indifesa, se la caverà, pensa a te. Ascolta: puoi andare nella mia casetta in campagna, vicino a Greve, ho una villa che costruì mio marito, ormai defunto E tu sei in ferie, stai tranquilla, non voglio euro da te.
– Anna, non hai paura a lasciarmi il tuo posto? chiese Francesca.
– Ma figurati, ti conosco da sempre. Aspettami un secondo, ti porto le chiavi e ti scrivo lindirizzo, ti do anche il mio telefono.
Francesca andò alla stazione di Santa Maria Novella, acquistò un biglietto per il regionale e guardò fuori dal finestrino. Mai aveva lasciato Firenze, sempre casa e ufficio. Nessuno sembrava interessarsi a lei. Mentre il treno scivolava tra i vigneti, piano il cuore tornava a battere calmo. Arrivò alla fermata di Greve, scese e percorse la stradina verso la casetta.
Il silenzio che lavvolse la lasciò stordita. Si sedette sulla poltrona vecchia al centro del soggiorno.
– Dio mio, che pace! Che bello stare da sola, che mondo ignoto, fatto di libertà e silenzio pensava.
Teresa non la controllava, non la insultava. Sul tavolo cera il telecomando: rallentando, accese la TV. Andava in onda un talk show, il genere che sua madre non le aveva mai permesso di vedere, obbligandola a guardare solo i suoi programmi preferiti.
– Sei incapace, e guardi certe trasmissioni! scherniva Teresa, urlando insulti.
Francesca non aveva mai reagito alle volgarità, sempre più rannicchiata in se stessa. Mai aveva immaginato di rispondere, di ribellarsi.
Si alzò, fece il giro della villetta, accese il frigorifero, e vi mise una confezione di lasagne, del formaggio pecorino e uno yogurt, che aveva comprato al mini-market della stazione.
Cucinò le lasagne, mangiò e si sentì finalmente sollevata.
– Che meraviglia vivere sola, gioiva.
Poco dopo, il telefono squillò: era la madre.
– Sei scappata, lo so! Ti ho vista chiacchierare con Anna sulla panchina Stai tranquilla, ritornerai presto. Ho chi ti credi di ascoltare, estranei? Nessuno ti aiuterà mai, perché sei incapace e inconcludente. Senza di me sparirai
Francesca smise di ascoltare e chiuse la chiamata. Sapeva che sarebbero arrivati solo altri insulti. Ma stranamente non ne soffrì. La sera, chiamò Anna.
– Francesca, come ti trovi? Ti sei ambientata?
– Sì, Anna, grazie mille.
– Domani viene mio nipote, Stefano, in macchina. Ti porta le tue cose, che Teresa mi ha mollato qui. Ha detto: Hai preso mia figlia, prenditi pure le sue valigie.
– Ma come lo riconosco?
– Si arrangia lui, è alto, porta gli occhiali Non preoccuparti.
– Anna, ma ti disturbo?
– Francesca, smetti di mettere in dubbio tutto; sei adulta, datti forza. Devi cambiare, amarti, comprare vestiti nuovi. Sei anche carina, devi solo volerti bene. Un abbraccio, cara.
Fuori, la rugiada brillava sullerba, il cane del vicino abbaiava e gli uccellini cantavano.
Francesca si avvicinò allo specchio.
– Davvero mi sono lasciata andare Eppure, se guardo bene, ho occhi belli, anche se tristi, i capelli sono folti, ma sempre raccolti in uno chignon come una vecchia. Dovrei dimagrire, qui mamma ha ragione.
Quella notte dormì come non aveva fatto mai. Il sole entrò tra le tende allalba; si sporse alla finestra. Sullerba scintillava ancora la rugiada, da qualche parte abbaiava un cane, gli uccellini si rincorrevano nel cielo.
– Che mattino stupendo pensò, stirandosi.
Si accomodò poi sulla veranda con una tazza di caffè trovato nella dispensa. Guardò la TV. Le venne lidea di cambiare lavoro, trovare un posticino suo in città, magari in affitto. Da qui, ogni spostamento sarebbe stato scomodo. Non pensava più a Teresa. Il cuore palpitava per lattesa di una nuova vita.
– Finalmente vivrò per me stessa! sussurrò, quando un colpetto timido bussò alla porta.
– Oddio, chi sarà? si allarmò, aprì cauta.
Sulla soglia, vide un uomo alto, con gli occhiali e una grande borsa in mano.
– Buongiorno, sorrise Stefano, sono Stefano, lei è Francesca?
– Sì, sono io. Prego, entri pure, rispose lasciandolo passare.
– Mia zia Anna mi ha mandato a portarle i suoi vestiti, e ad aiutarla. Se serve, possiamo andare in giro in macchina, disse con tono gentile. Non si imbarazzi, Francesca, so che è un po timida Scusi, so tutto da zia Anna.
Così, Francesca conobbe luomo che sarebbe diventato suo marito. Stefano si innamorò sinceramente di lei; il suo primo matrimonio era stato un fallimento. Francesca si trasformò: via la timidezza e lo sguardo spento, dimagrì, voleva piacere al suo uomo. Andò al salone di bellezza, e nemmeno lei si riconosceva allo specchio.
– Ma sono davvero io? sorrideva, gli occhi finalmente luminosi.
Stefano la portò con sé a casa sua.
– Francesca, ho sempre desiderato una donna come te: gentile, sincera, attenta. Siamo adulti, non perdiamo tempo: sposami.
Francesca accettò, felice di aver trovato finalmente lamore. La cerimonia fu semplice ma bella: invitarono anche Teresa, che, fedele alle abitudini, si lasciò andare ai soliti commenti acidi durante il pranzo. Ma Anna lammonì subito, e Teresa se ne andò, nessuno ne sentì la mancanza, nemmeno la figlia.
I parenti di Stefano la accolsero con il cuore. Lui la guardava con occhi pieni damore pensava:
– Prima o poi, la felicità arriva per tutti, e per noi, io e Francesca, è venuta.
Poco dopo Francesca scoprì che aspettava un bambino: il suo cuore traboccava di gioia. Felicità tardiva, ma finalmente sua. Aveva dimenticato la vita soffocata sotto il controllo materno, aveva trovato la forza di cambiare. Era sbocciata dentro e fuori, perché aveva imparato ad amare prima sé stessa e poi Stefano.
Grazie a chi legge, segue e sostiene. Buona fortuna a tutti!







