5 marzo
Il mio risveglio assomiglia sempre a quello del giorno precedente. Posso quasi prevedere ogni gesto: metto su il bollitore, infilo due cucchiaini di tè nella vecchia teiera panciuta quella stessa di quando Caterina e Marco erano bambini e credevo che tutto il futuro mi appartenesse ancora. Mentre lacqua si scalda, accendo la radio in cucina e ascolto il Giornale Radio, distrattamente. Le voci dei conduttori sono ormai più famigliari di molti visi che ho incontrato.
Sulla parete, lorologio con le lancette gialle continua ostinato a segnare le ore. Sotto di lui, il telefono fisso trilla raramente. Ricordo i tempi in cui squillava ogni sera: prima erano le amiche, con cui spettegolavo su un feuilleton della Rai o ci lamentavamo della pressione. Adesso, chi è ammalata, chi si è trasferita dai figli a Milano o Torino, chi purtroppo se nè andata del tutto. Quel telefono, pesante e rassicurante, se ne sta lì nellangolo, la cornetta ben calzata. Ogni tanto, passando, laccarezzo piano come a sincerarmi che sia ancora viva anche questa voce del passato.
I miei figli ormai chiamano solo tramite cellulare. O meglio, so che si chiamano tra loro, perché, quando vengono a trovarmi, hanno sempre il telefono in mano. Marco può interrompere una conversazione guardando fisso lo schermo, mormorando Un attimo, e poi via a digitare veloce. Mia nipote Martina, magrolina e coi capelli legati in una coda lunghissima, non lo posava neanche per fare merenda. I suoi amici, i giochi, la musica, le lezioni: tutto là dentro. Tutti là, fuori da qua.
Per me, invece, cè ancora un vecchio telefonino a tasti. Labbiamo comprato quando sono finita in ospedale per la pressione alta.
Così ti raggiungiamo sempre, mamma, aveva detto Marco allora.
Rimane nella sua custodia grigia, sulla mensola dellingresso. A volte dimentico di ricaricarlo, a volte finisce in fondo alla borsa, tra fazzoletti e scontrini della Conad. Squilla di rado, e quando lo fa, ci metto sempre un po a rispondere: spesso mi accorgo di aver premuto il tasto sbagliato e poi mi arrabbio con me stessa per la lentezza.
Oggi compio settantacinque anni. Il numero scritto sulla carta didentità mi sembra appartenere a qualcunaltra. Dentro mi sento almeno dieci anni di meno. Va be, forse anche quindici. Ma il documento non mente. Procedo come tutte le mattine: tè, radio, qualche esercizio che la dottoressa mi ha mostrato in ambulatorio. Poi riscaldo linsalata di riso preparata ieri e metto in tavola la torta salata ripiena di ricotta e spinaci. I ragazzi hanno promesso che arrivano per le due.
Mi stupisco ancora che il compleanno si organizzi ormai in una chat, invece che con quelle lunghe telefonate di una volta. Un giorno Marco ha detto: Con Giulia decidiamo tutto nella chat di famiglia. Te la farò vedere, mamma. Ma non lha mai fatto. La parola chat mi suona estranea, da un altro mondo: gente che vive in finestrine e parla digitando.
Alle due arrivano davvero. Per primo irrompe Roberto, mio nipote, col suo zaino e le cuffie, poi Martina, che si infila silenziosa in cucina, e infine Marco e Giulia, la nuora, carichi di borse. La casa si riempie del profumo dolciastro di pasticceria, del profumo alla lavanda di Giulia e di un odore frizzante di quotidianità veloce che non so decifrare.
Mamma, auguri!, esclama Marco abbracciandomi veloce, lui sempre di corsa.
Lasciamo i regali sul tavolo, i fiori finiscono nel vaso buono. Martina subito mi chiede la password del Wi-Fi. Marco sospira, la cerca in tasca su un foglietto sgualcito e inizia a dettare numeri e lettere. Mi gira la testa solo a sentirli. Nonna, come mai tu non stai nella chat di famiglia?, chiede Roberto scalciando le scarpe e buttandosi in cucina. Lì succede tutto!. Che chat…, rispondo io, allungandogli una fetta di torta. Mi basta questo telefonino.
Guarda, Lucia, interviene Giulia sorridendomi, è proprio per questo che, si scambia unocchiata veloce con Marco. Poi tirano fuori da una busta una scatolina bianca, elegante, con disegnini lucidi. Mi sento crescere lansia: ho già capito.
Uno smartphone, mamma, annuncia Marco come se fosse una diagnosi. Niente di troppo costoso, ma buono. Fotocamera, Internet, tutto quello che serve.
A che mi serve?, cerco di suonare indifferente.
Perché così possiamo videochiamarci!, ribatte subito Giulia, col suo tono pragmatico. Mettiamo le foto in chat, ci teniamo aggiornati. E in più, ora tutto passa da lì: prenotare dal dottore, vedere le bollette. Non ti lamentavi delle file in ambulatorio?
Farò da sola, mi azzardo a rispondere, ma vedo Marco sospirare con pazienza.
Mamma, siamo più tranquilli noi, così. Se cè bisogno, scrivi subito. Non ti va di perdere tempo con il vecchio telefono e ricordarti quale tasto è la cornetta verde.
Prova ad addolcire la frase con un sorriso ma la sento come un morso: Ricordati qual è la cornetta verde. Sembra voglia dire che non capisco più niente.
Va bene, dico, abbassando lo sguardo sulla scatola. Se proprio ci tenete.
La apriamo tutti insieme: come quelle mattine di Natale in cui si scartavano i regali ai bambini. Solo che ora sono loro i grandi e io seduta al centro, più allieva all’esame che festeggiata. Ne esce un rettangolo nero e sottile, freddo e un po scivoloso. Nessun tasto visibile, solo una lastra lucida.
Si fa tutto col tocco, spiega Roberto, passandoci sopra un dito. Si accende, colmo di simboli e colori. Trasalgo: mi sembra un oggetto astuto, che subito mi chiederà password, codice, non so quali altre cose.
Non aver paura, fa Martina, stranamente dolce. Configuriamo tutto insieme. Ma per ora non premere nulla, va bene?
Stranamente fa più male questo: Non premere nulla. Come se fossi una bimba pronta a rompere gli oggetti preziosi.
Dopo pranzo, ci spostiamo tutti in salotto. Marco si siede vicino e mi mette lapparecchio in grembo.
Allora, guarda. Questo tasto accende. Tieni premuto. Ecco, qui vedi la schermata. Per sbloccare, fai scorrere il dito. Tutto troppo veloce, mi gira la testa: tasto, schermata, blocco sembra una lingua straniera.
Aspetta, uno alla volta. Altrimenti mi confondo.
Ma ti abituerai, mamma, è più facile di quanto pensi.
Annuisco senza crederci. Ho bisogno di tempo: tempo per accettare che il mondo vive in questi rettangoli e che io dovrei infilarcisi dentro come posso.
La sera Marco salva nei contatti i numeri di famiglia, la vicina Valentina e persino il mio medico di base. Apre WhatsApp, mi crea il profilo, mi aggiunge alla chat di famiglia. Imposta i caratteri grandi, così non devo strizzare gli occhi.
Ecco qui la chat: scriviamo tutti qua. Aspetta, ti faccio vedere. Digita un messaggio, lo vedo spuntare sullo schermo. Subito sopra, compare quello di Giulia: Evviva, mamma è con noi!. Poi quello di Martina: un fiume di emoticon colorati.
E io come faccio?, chiedo. Dove scrivo?
Premi qui, Marco indica il campo. Appare la tastiera. Se non vuoi scrivere, puoi inviare vocale: premi il microfono, parli.
Provo. Ho le dita che tremano. Digito grazie ma viene fuori grazei. Ridono quasi tutti. Martina aggiunge una fila di faccine allegre.
Va benissimo, dice Marco, che si accorge del mio disagio. Poi prenderai la mano. Sbagliamo tutti allinizio.
Annuisco, ma sento una gran vergogna. Come una verifica non superata.
Quando vanno via, la casa ricade nel silenzio. Sul tavolo restano un po di torta avanzata, il vaso di fiori e la scatola bianca dello smartphone. Loggetto vero è lì, schermo in giù. Lo giro piano: il display si illumina a fondo, mostrando la fotografia che Martina ha scelto come sfondo: noi tutti insieme a Capodanno. Mi guardo di profilo, con quellaria perplessa di chi già si chiede se sia giusta, quella posizione nel gruppo.
Faccio scorrere il dito: saltano fuori le icone. Telefono, messaggi, fotocamera, mille altre cose. Ricordo Marco: Non premere nulla di troppo. Ma che cosè di troppo?
Alla fine, appoggio lo smartphone sul tavolo e vado a lavare i piatti. Che resti pure lì, a familiarizzare con la casa.
Lindomani mi sveglio presto e la prima cosa che vedo è il telefono nuovo, fermo al solito posto: ancora uno sconosciuto. La paura è meno forte però. In fondo, è solo un oggetto. Anche il microonde mi faceva paura allinizio; poi ho imparato.
Preparo il tè, mi seggo e avvicino lo smartphone. Lo accendo. La mano è sudata. Riecco la foto di gruppo. Sfioro il display. Cerco la cornetta verde: questa almeno mi è nota. Pigio.
Spunta la rubrica: Marco, Giulia, Martina, Roberto, Valentina la vicina. Scelgo Marco. Chiamo. Vibra e parte lattesa.
Pronto?, la voce di Marco sorpreso. Mamma? Tutto ok?
Sì, volevo solo provare. Funziona.
Evviva!, ride. Te lavevo detto. Brava. Solo che sarebbe meglio chiamare su WhatsApp, costa meno.
Come si fa?
Dopo ti mostro. Ora sono a lavoro.
Chiudo con la cornetta rossa. Ho il cuore che batte come dopo una salita ma sento un calore piccolo ma soddisfacente. Ho chiamato da sola, senza chiedere aiuto a nessuno.
Dopo un paio dore, un messaggio nella chat di famiglia. Lo smartphone squilla piano, lo schermo si illumina. È Martina: Nonna, come stai?. Sotto lampeggia il campo per la risposta.
Ci metto uneternità ma lo digito: Tutto bene. Bevo tè. Con un errore su bene, ma pazienza. Invio.
Subito arriva: Brava! Lhai scritto da sola? e cè pure un cuore.
Sorrido. Ho risposto. Le mie parole lì, tra le loro.
Verso sera, Valentina mi porta un vasetto di marmellata.
Allora, sentivo che i ragazzi ti hanno regalato quella roba lì il telefono intelligente?
Smartphone, la correggo. Mi sembra strano dire una parola così moderna, ma mi fa piacere.
E come va? Si comporta bene?, fa col suo solito sarcasmo.
Per il momento, solo squilla e lampeggia, sospirando. Non cè neanche un bottone!
Anche mio nipote insiste. Dice che senza, non sei nessuno. Ma mi sa che per noi sia troppo tardi. Lascio fare a loro e ai loro internet.
Troppo tardi morde. Anche io lo pensavo. Ma adesso qui, nella mia stanza, cè una cosa nuova che sembra dirmi: Non è troppo tardi. Prova.
Qualche giorno dopo, Marco mi chiama e dice che mi ha prenotato la visita dal medico tramite Internet. Resto stupita.
Come?, chiedo.
Su SPID, mamma. Tutto si fa così. Ti ho scritto login e password su un foglietto, lo trovi nel cassetto sotto il telefono.
Apro il cassetto: cè davvero un foglietto con lettere e cifre. Lo prendo come una prescrizione, comprendo tutto ma non so bene come fare.
Il giorno dopo mi decido. Accendo il telefono, cerco quel simbolino del browser. Sfioro. Si apre una barra in alto. Con fatica, copio lindirizzo. Sbaglio due volte. Ma carica. Tante scritte blu e bianche.
Inserisci login leggo ad alta voce. Password.
Col login ce la faccio. La password, con lettere e numeri mischiati, mi manda nel panico. La tastiera a schermo si nasconde e riappare. Premo inavvertitamente e cancella tutto. Mi scappa una mezza parolaccia.
Alla fine appoggio il telefono e prendo la cornetta del fisso. Chiamo Marco.
Non ce la faccio! Queste vostre password sono un vero tormento.
Mamma, non agitarti. Passo stasera e ti aiuto.
Passate sempre a aiutarmi, poi però riparto da sola, mi scappa. Non lavevo mai detto a voce alta.
Silenzio di là.
Lo so, mamma. Però lavoro tutto il giorno. Facciamo così: vengo con Roberto, lui è più paziente.
Accetto, ma riaggancio con una pesantezza addosso. Mi sento un peso, sempre lì a domandare.
La sera arriva Roberto. Si siede vicino a me sul divano.
Allora nonna, mostrami.
Apro il sito e confesso: Mi dispiace, ma qui è difficile. Ho paura di schiacciare e mandare tutto allaria.
Non puoi fare danni, mi rassicura calmo. Al massimo esci. Si rientra.
Le sue dita vanno naturali, veloci. Mi mostra ogni passaggio: dovè la registrazione, il cambio lingua, i messaggi.
Vedi? Qui cè la prenotazione dal medico. Se vuoi disdire, premi qui.
E se ci clicco per errore?, tremo.
Fa niente, ride, si rifà da capo.
Annuisco: per lui è un attimo, per me unimpresa.
Dopo che va via, rimango ancora col telefono in mano. Mi sembra che il piccolo schermo mi metta alla prova: login, password, errori di connessione Un tempo chiamavi, fissavi, andavi. Ora devi passare per mille simboli.
Una settimana dopo, succede che devo controllare lorario del dottore. Mi sento già poco bene, la pressione ballerina. Accendo lo smartphone, apro il sito come ha mostrato Roberto. Nel reparto prenotazioni il mio nome non cè. Forse ho toccato per sbaglio? Forse ieri sera ho fatto confusione.
Vorrei chiamare Marco, ma so che ha una settimana piena. Me lo immagino scocciato: Scusate, mia madre col telefono. Mi vergogno.
Mi sforzo: respiro, riprovo. Penso anche di chiamare Roberto ma lui ha lezione. Non voglio sembrare sempre quella da soccorrere.
Mi guardo lo smartphone. Guardo la schermata col cuore in gola ma ci provo. Apro la sezione. È vuota. Allora pigio Prenota nuova visita. Seleziono il medico di base. Scelgo la prima data utile, confermo.
Il telefono ci mette un attimo e poi mi scrive: Prenotazione avvenuta con successo. Leggo e rileggo. Ce lho fatta. Da sola.
Per sicurezza, vado sulla chat con il medico che Marco ha aggiunto tra i contatti. Esito un poco, poi premo il microfono.
Buongiorno, sono Lucia Bianchi. Ho la pressione un po alta e ho prenotato per dopodomani, mattina. Se può darci unocchiata prima, la ringrazio.
Premo invia. Dopo due minuti, risposta: VA BENE SIGNORA, LA VEDO NEL SISTEMA. SE PEGGIORA CHIAMI SUBITO.
La tensione scala di un gradino. Ho risolto. Tutto da sola, col piccolo schermo.
La sera scrivo nella chat di famiglia: Mi sono prenotata dal medico da sola. Col telefono. Sbaglio a digitare, ma mando comunque.
Prima risponde Martina: Sei un mito! Più brava di me. Poi Giulia: Mamma, bravissima. Sono fiera di te. Infine Marco: Hai visto che ce la fai?.
Leggo tutto, sento una lieve distensione. Non sono dentro alla loro giostra di battute e meme ma ora cè un filo che lega anche me. Lo posso tirare, posso esserci.
Dopo la visita, serena, decido che posso imparare di più. Martina diceva che manda foto del pranzo, dei gatti e delle sciocchezze alle amiche. Mi sembrava puerile, ma in fondo le invidio quellallegria: una storia in comune, mentre io ho solo la radio e il cortile.
Un mattino di sole, con le piantine di pomodori in barattoli di vetro che brillano sul davanzale, apro la fotocamera. Inquadro la mia cucina, mi avvicino ai germogli. Scatto.
La foto è un po sfocata, ma si capisce: i germogli verdi, la luce che taglia il tavolo. Mi sembrano proprio come me: timidi verso la luce, ancora circondati di terra.
Invio la foto nella chat. Scrivo: I miei pomodori crescono.
Arrivano subito risposte. Martina manda la foto della stanza piena di libri. Giulia uninsalatona con scritto: Voglio imparare da te!. Marco un selfie in ufficio con la scritta: Mamma cresce pomodori, io cresco scartoffie. Chi è più saggia?.
Rido, e la cucina non sembra più vuota. Sembra di averli qui, intorno al tavolo.
Qualche volta va storto. Una volta invio per sbaglio un vocale invece che una foto e si sente la mia voce arrabbiata col telegiornale. I nipoti ridono e Marco scrive: Mamma, sembri la presentatrice!. Mi vergogno, poi rido anchio. Almeno sono viva.
A volte confondo le chat e scrivo a tutti invece che a Martina da sola tipo quando ho chiesto a tutti come cancellare una foto. Mi hanno risposto dettagliatamente: Roberto con una guida, Martina nemmeno io so, Giulia con una gif: Mamma sei il nostro progresso.
Mi impappino ancora spesso. Ho paura degli aggiornamenti che chiede il telefono, sembrano voler cambiare tutto appena ci sto prendendo gusto.
Ma giorno dopo giorno la paura si scioglie. Mi accorgo di saper consultare gli orari del tram, la meteo. Un giorno perfino trovo una ricetta di torta che faceva la mia mamma occhi lucidi, stavolta non dico niente a nessuno: la preparo e mando solo la foto col messaggio: Mi sono ricordata la nonna. Subito cuori, punti esclamativi, richiesta della ricetta. Le invio la foto del foglietto scritto a mano.
Mi ritrovo a guardare meno il telefono fisso. È ancora lì, appeso, ma non è più lunico ponte con il mondo. Ora cè un filo nuovo, invisibile ma forte.
Una sera, la città si spegne, le luci negli appartamenti si accendono a una a una. Sono seduta con lo smartphone in mano e scorro la chat: foto dallufficio di Marco, selfie di Martina con le amiche, battute di Roberto, messaggi pratici di Giulia. In mezzo ci sono piccoli segni della mia presenza: la foto dei pomodori, un vocale con la ricetta, una domanda sulle medicine.
Di colpo capisco che non guardo più da dietro un vetro. Non capisco metà delle emoticon dei nipoti, non sempre so rispondere con prontezza, ma ora le mie parole vengono lette, a quelle domande si risponde, le mie foto ricevono mi piace.
Il telefono squilla. È Martina: Nonna, domani ho la verifica di matematica. Posso chiamarti dopo per lamentarmi?.
Sorrido. Scrivo piano, evitando errori: Chiamami. Ti ascolto sempre. Invio.
Poso lo smartphone accanto alla tazza di tè. In casa è silenzio, ma ora non è un silenzio vuoto. Da qualche parte, oltre le pareti, mi aspettano chiamate e messaggi. Non sono parte della movida giovane come dice Roberto, ma un angolo nel loro mondo digitale, ormai ce lho.
Finisco il tè, mi alzo, spengo la luce della cucina e, uscendo, butto locchio al telefono. Piccolo, nero, tranquillo sul tavolo. So che, se lo voglio, mi basta un tocco per sentirmi vicina ai miei. E questo, oggi, mi basta.







