Mi sono sposato sei mesi fa e da allora c’è qualcosa che non mi dà pace: quel litigio segreto tra mia moglie e il mio migliore amico durante il ricevimento in giardino, una frase rimasta sospesa e un dubbio che ancora oggi non mi abbandona

Mi sono sposato sei mesi fa e da allora cè qualcosa che proprio non mi dà pace.

La festa era in un bel giardino. Musica a tutto volume, luci, gente scatenata che balla. A un certo punto sono uscito dalla sala principale, avevo bisogno di aria col caldo, si sa, labito da sposo diventa una trappola. Da lontano vedo il mio migliore amico e mia moglie, fermi in disparte vicino ai bagni. Ma mica chiacchieravano di pizza: stavano litigando.

Lei gesticolava come una napoletana imbottigliata sul raccordo, le mani nervose. Lui aveva la mandibola serrata come uno che ha trovato la pizza col ketchup. La musica copriva le voci, ma era chiaro che non si stavano scambiando complimenti.

Mi sono avvicinato piano piano, manco fossi un carabiniere in borghese. Quando sono stato abbastanza vicino, ho sentito lui dire secco secco:
«Di questa cosa non se ne parla più.»

Tonò più glaciale del gelato al limone.

In quel momento si sono accorti di me. Domando: Che succede? Che argomento sarebbe, di grazia?.
Entrambi impietriti. Mia moglie reagisce per prima Nulla, sciocchezze!, dice lei. Lui si lancia subito: hanno discusso per una cavolata, una scommessa lui proponeva qualcosa, lei non voleva, fine del film. Spiegazione rapida, pasticciata, senza dettagli: degna di una fiction RAI alle ventuno.

Cambiano discorso e tornano in sala, con una brioches da aperitivo in mano, come se non fosse successo nulla.

Per il resto della serata ho cercato di mantenere alto lumore festaiolo. Ballavamo, brindavamo, salutavamo parenti che non vedevo da mesi. Ma ogni volta che li incrociavo, quei due a malapena si rivolgevano la parola, e le loro occhiate sembravano sostenute solo da una spaghettata a pranzo. Davanti a me, silenzio totale.

Quella sera ho tenuto la lingua a freno.

Dopo il matrimonio la vita è andata avanti. Mi sono trasferito a vivere con mia moglie, come comanda la legge italiana. Continuiamo a vedere il mio migliore amico (che adesso sta con una certa Caterina, rigorosamente milanese) pizzate, compleanni, cose normali per gente normale. Nessuno ha mai accennato a quella scena da Bagaglino. Niente messaggi strani, zero telefonate sospette, nulla che facesse suonare il campanello dallarme.

Solo quel momento.

Eppure, non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione. La frase esatta. Il tono gelido. Lurgenza con cui hanno tagliato corto. E la faccia che hanno fatto quando sono arrivato io, sembrava avessi interrotto chissà che.

Non ho prove. Non ci sono messaggi, confessioni, scenate al bar. Solo quel litigio nel giorno delle bomboniere e il sospetto che, forse, sono capitato al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Sei mesi sono passati e ci penso ancora. Non ho accusato nessuno di niente.

E ora mi domando:
Che diavolo si fa con un dubbio così, quando non hai nulla di concreto in mano? Ovvero, se senti che succede qualcosa, ma ti resta solo questo tarlo fastidioso che sa tanto di commedia allitaliana?

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Mi sono sposato sei mesi fa e da allora c’è qualcosa che non mi dà pace: quel litigio segreto tra mia moglie e il mio migliore amico durante il ricevimento in giardino, una frase rimasta sospesa e un dubbio che ancora oggi non mi abbandona
– Ecco fatto! – esclamò Sandro. – Tutto giusto! L’ultima parola deve sempre spettare all’uomo La mattina arrivò a casa degli Efimenco il loro nipote adulto dalla città, quello il cui matrimonio avevano appena festeggiato. Sandro era venuto a prendere delle patate, perché aveva sempre aiutato i suoi adorati nonni a seminarle e a raccoglierle. – Allora, Sandro, racconta: come va la vita con la tua Svetlana? – chiese subito la nonna, trafficando vicino ai fornelli. – Eh, nonna, va un po’ come capita… – rispose Sandro con poca convinzione. – Un po’ così, un po’ colà… – Aspetta, aspetta – si insospettì nonno Giovanni. – Come sarebbe “così e colà”? Già litigate oppure no? – Litighiamo, no, nonno. Però stiamo cercando di capire chi comanda in casa – confessò Sandro. – Eh… – sospirò la nonna con una risatina mentre girava il sugo – avrete proprio trovato una cosa su cui discutere. Dovrebbe essere chiaro già di suo. – Eh già – rise anche il nonno – è chiaro che in famiglia comanda sempre e solo la moglie. – Ma va là… – risuonò ancora dalla cucina. – Nonno, ma dici sul serio? – Sandro guardò il nonno sorpresa. – Stai scherzando, vero? – Ma neanche per sogno – ribatté Giovanni. – Chiedilo pure a tua nonna. Dai, Caterina, dì: chi prende sempre l’ultima decisione in questa casa? – Ma smettila di dire sciocchezze – rispose la nonna affettuosamente. – No, avanti, dimmelo – insistette Giovanni. – Chi decide, tu o io? – Beh, io… – Dai, non ci credo – disse il nipote. – Io qui non l’ho mai visto questo. E secondo me, a comandare dev’essere l’uomo. – Ma smettila, Sandro! – rise ancora il nonno. – In una famiglia vera non funziona come pensi tu. Ora ti racconto un paio di storie e vedrai. Storia – Ecco che inizia… – borbottò un po’ infastidita la nonna. – Mo’ sicuramente parlerà della motocicletta. – Quale motocicletta? – chiese Sandro stupito. – Quella che arrugginisce nel fienile – confermò il nonno allegramente. – Sta per compiere cent’anni quella lì. E sai come mi ha convinto tua nonna a comprarla? – La nonna? Ti ha convinto lei? – Sì, proprio lei. Mi ha dato i suoi soldi, quelli messi da parte. Ma prima c’è stata un’altra storia. Un giorno ho guadagnato dei soldi, giusti giusti per una moto con il sidecar. Dico a Caterina – tua nonna – che voglio comprarla. Così portiamo le patate dal campo a casa più comodamente. Una volta ci davano i campi fuori paese. Ma tua nonna ha fatto muro. Dice: meglio comprarci una televisione a colori – che allora costava una fortuna. Patate, diceva, le hai sempre portate in bici, continua pure così. Un sacco sulla canna, via. Va bene, dico io, l’ultima parola spetta sempre a te. Abbiamo comprato la televisione. – E la moto? – chiese allora il nipote. – La moto l’abbiamo presa… – sospirò la nonna – ma solo dopo. Prima tuo nonno si è rotto la schiena, tanto che ho dovuto portare tutte le patate io, praticamente da sola. E solo, quando a novembre abbiamo venduto i maiali per la carne, gli ho dato tutti i soldi e gli ho detto: vai, in paese a prendere la moto col sidecar. – E l’autunno dopo avevamo di nuovo dei risparmi – continuò il nonno. – E ho detto: questi servono per rifare la sauna. Quella dei miei genitori aveva il tetto marcio, le pareti pure. Ma tua nonna voleva i mobili nuovi, come tutte le persone perbene. Va bene, dico io, l’ultima parola spetta a te. Abbiamo preso i mobili. – E a primavera la sauna è crollata – concluse la nonna – che quell’anno aveva nevicato tanto… Il tetto non ha retto. Da allora ho deciso: come dice Giovanni, così si farà. – Ecco appunto! – esclamò Sandro. – Allora ho ragione! L’ultima parola deve sempre spettare all’uomo! – Eh no, Sandro, non hai capito – rise il nonno. – Perché prima di fare qualunque cosa, vado da tua nonna e chiedo: “Posso rimettere il forno?” Se mi dà il permesso, allora sì. Dipende sempre da lei. – E io dopo tutta quella storia rispondo sempre: fai come credi tu. – Quindi vedi, Sandro, alla fine l’ultima parola deve sempre essere della moglie – concluse il nonno. – Capito il trucco? Sandro ci pensò un attimo, poi scoppiò a ridere. Quando si fu calmato, rifletté ancora un attimo e gli si illuminò il volto. – Ora sì che ho capito, nonno. Torno subito a casa e dico a Sveta: “Va bene, amore, andiamo in vacanza in Turchia come vuoi tu! E la macchina? Beh, per ora niente officina, tanto l’automatico si deve cambiare. Se ci lascia a piedi, pazienza. Lavoreremo in autobus quest’inverno, basta alzarsi un’ora prima, che sarà mai…” Faccio bene, nonno? – Fai benissimo! – rise il nonno. – Vedrai che tra qualche anno troverete il vostro equilibrio. Perché, credimi, la moglie deve essere sempre la regina di casa. E l’uomo vive molto più tranquillo… te lo dico per esperienza!