Destino di nascita
Mi chiamo Giorgio e ancora oggi ricordo bene quell’estate del 1993, un periodo in cui sembrava che il mondo intero fosse caduto in una confusione senza fine. LItalia attraversava tempi difficili, pieni di incertezza economica e sociale; avere un lavoro stabile era quasi un lusso, e io e mia moglie Francesca ci sentivamo tra i pochi fortunati. Proprio quando le cose avevano iniziato a girare per il verso giusto, ecco la notizia che ci avrebbe sconvolto: Francesca era incinta.
Francesca era furibonda quella sera, non lavevo mai vista così. Da poco aveva finalmente trovato un lavoro fisso in una piccola azienda di Modena, e lo stipendio era dignitoso, una rarità per quei tempi. La vita sembrava filare dritta, e ora come avremmo fatto? Dopo la maternità, chi lavrebbe più assunta? Avevamo già un figlio, Matteo, sette anni, che aveva appena iniziato la prima elementare. Ai tempi, quando i problemi economici erano solo unombra lontana e la stabilità ancora regnava, avevamo sognato una famiglia più grande. Ma ormai ci sembrava tardi per ricominciare.
Quella sera, durante la cena, affrontammo la questione. Ne parlammo a lungo, tra sospiri e silenzi. Alla fine, col cuore pesante, prendemmo la decisione insieme: Francesca avrebbe interrotto la gravidanza.
Abitavamo in un paese grande, vicino a Reggio Emilia, e la clinica era a due passi da casa nostra. Ai tempi non cerano tante riflessioni, nessuno che cercasse di convincere le donne a pensarci su; si entrava in ambulatorio e bastava dire se si voleva proseguire o meno. A occuparsi dellintervento era la dottoressa Morandi, lunica ginecologa del paese, nota per la sua grande esperienza. Una mattina dinizio estate, sotto un sole già implacabile e unafa che sapeva di pianura padana, Francesca uscì di casa diretta verso lospedale, che distava una ventina di minuti a piedi. Ma quella volta, passo dopo passo, il suo corpo sembrava tradirla: sentiva le gambe pesanti come piombo, un torpore insolito, la testa che girava. A metà strada, con la vista offuscata, capì che non ce lavrebbe fatta e rientrò a casa, dove dormì senza interruzione fino a sera, come se non avesse riposato per giorni.
La mattina dopo, finalmente si recò in ospedale e lì le dissero che la dottoressa Morandi si era ammalata gravemente; non sarebbe tornata prima di due settimane almeno.
Mi telefona in preda alla disperazione. Due settimane, mamma, capisci?! È una catastrofe! Tra due settimane sentirò pure il bambino muoversi, urlava Francesca spiegando tutto a mia madre Pina dallaltra parte del telefono.
Mia madre, donna di grande fede, ascoltava senza interrompere: “Figlia mia, forse è destino così?”
“E che destino! E io e Giorgio come faremo? Come cresceremo Matteo? E chi mi riprenderà dopo la maternità?”
“Ci pensiamo noi con tuo padre, daremo una mano col piccolo”
“No mamma, non voglio!” chiudeva Francesca, irremovibile, tra rabbia e paura. Mia madre sospirò, consapevole che quelle scelte non spettavano a lei.
Francesca continuò, intanto, a cercare una soluzione. Alla clinica di Parma il tempo dattesa era infinito: ospedalizzazione non prima di tre settimane, salvo emergenze.
Un giorno, la sua amica dinfanzia, Daniela, la chiamò: Fran, ho una conoscente a Sassuolo, la dottoressa Eleonora Grimaldi. Ti può aiutare. Ma bisogna che vai domattina, entro le dieci.
Quanto vuole? chiese diretta Francesca.
Non molto, ho già parlato io. Ricòrdati il nome.
Così, allalba, prese il pullman per Sassuolo. Durante il viaggio, stanca ma decisa, Francesca sentiva il suo corpo già cambiare, un fastidio che la faceva arrabbiare ancora di più: quellinsistenza di eliminare il problema era diventata quasi ossessiva.
Arrivata, la città era immersa nel verde, ma una pioggia sottile e fastidiosa aveva svuotato le strade. Avvolta nel suo impermeabile, affrettò il passo verso lospedale. Correndo per non fare tardi, entrò nelledificio semideserto, accolto da un silenzio irreale. Le pareti scrostate e i corridoi deserti creavano unatmosfera da film horror di seconda categoria.
Fece capolino allinterno della prima stanza aperta, che le parve il pronto soccorso. Dietro il banco sedeva una donna anziana, i capelli scompigliati e uno sguardo assente.
Buongiorno, sto cercando la dottoressa Eleonora Grimaldi.
Non esiste nessuna qui con questo nome! gracchiò la donna, la voce stridente come la porta arrugginita.
In che senso, non esiste? Non cè oggi o proprio non cè mai stata?
Te lho detto, non abbiamo nessuna con quel nome, chiaro?! sbottò la donna, alzando lo sguardo. Quando Francesca incrociò quei suoi occhi vitrei e quel sorriso dai denti neri e appuntiti, ebbe un sussulto di paura e fuggì allistante, senza voltarsi. Corse fino alla fermata del pullman e si sentì tranquilla solo una volta seduta tra la gente comune.
Poco dopo, Daniela la chiamò: Ma che hai combinato? La dottoressa Grimaldi ti ha aspettato fino a mezzogiorno!
Francesca balbettò: Non lo so, forse aspetto la nostra Anna Ferri, e riattaccò.
Fuori, il temporale si era fatto più intenso e sul vetro le gocce martellavano forte. Francesca rimase a lungo a osservare la strada vuota dal balcone, pensierosa. Aveva insistito così tanto, eppure era come se qualcosa la tenesse lontana da quella decisione, la spingesse indietro ogni volta. Poi notò una scena semplice: una giovane donna e un bambino di sette anni che spingevano una carrozzina con dentro una bimba. Correvano per ripararsi dalla pioggia; la madre cercava di proteggere i figli con lombrello, ma la bambina continuava a sporgere la testolina bionda per sentire le gocce e rideva felice, seguita dal fratellino. Il cuore mi si strinse: magari, pensai, tra qualche anno anchio avrei potuto vedere la mia famiglia così, felice sotto la pioggia…
Ormai è tardi, cara, siamo fuori tempo, le disse la dottoressa Anna Ferri una settimana dopo, fissando Francesca con i suoi grandi occhi castani che lei chiamava da cerbiatto.
E questo sarebbe un motivo per festeggiare? fece Francesca, anche se in fondo si sentiva sollevata.
Non lo so, ma di certo non è il caso di disperarsi, rispose Anna con un sorriso dolce.
Quella sera Francesca mi comunicò decisa che il bambino sarebbe nato. Non protestai. Ormai avevamo accettato che alcuni avvenimenti accadono perché devono accadere.
Quella notte, Francesca sognò dessere in un giardino rigoglioso, pieno di fiori colorati che brillavano al sole. Sotto un grande albero, una ragazza alta, bionda, vestita con un leggero abito a fiori, le sorrideva con dolci fossette sulle guance e tante lentiggini sul naso. Aveva occhi verdi come i miei. Prima di allontanarsi, la ragazza disse: Chiamami Lidia! e corse via, lasciando Francesca con un senso di pace.
Sedici anni dopo, mentre guardo mia figlia Lidia alta, radiosa, con il volto punteggiato di lentiggini e il sorriso che illumina ogni stanza mi torna spesso in mente come solo un segno, o forse il destino, abbia impedito a Francesca di portare a termine la sua decisione. Un giorno le abbiamo raccontato tutto, e Lidia mi ha semplicemente abbracciato, senza alcuna amarezza.
Penso spesso che la frase i figli non scelgono i genitori sia profondamente sbagliata. Forse, in fondo, sono loro a scegliere noi e talvolta trovano il modo di farsi sentire, molto prima di nascere.
Da questa storia ho imparato che la vita sa davvero sorprendere chi si illude di poterla pianificare tutto. E che spesso, proprio dove sembra esserci solo fatica e paura, ci aspetta una gioia inaspettata.




