Sei sempre stata un peso per me” – disse mio marito davanti ai medici

“Sei sempre stata un peso,” disse il marito davanti ai medici.

“Signora Beatrice, lasci stare quelle flebo, è la terza ora che le cambia! Vada a casa, domani mattina continuerà,” il primario del reparto di medicina si fermò sulla soglia della sala, osservando linfermiera anziana che sistemava meticolosamente i flaconi. “Suo Carlo, immagino, starà già aspettando.”

“Mio Carlo mi aspetta da trentanni, eppure è ancora vivo e vegeto,” rispose Beatrice con un sorriso, le mani che continuavano a ordinare, controllare, sistemare. “Non si preoccupi, dottor Rossi, finirò presto. Voglio solo che tutto sia pronto per il giro visite di domani.”

Il primario scosse la testa, ma non insistette dopo quarantanni in ospedale, Beatrice aveva conquistato il diritto di fare le cose a modo suo. La sua precisione, attenzione e devozione erano leggendarie nel reparto.

“A proposito,” aggiunse, già voltandosi per uscire, “una paziente della settima stanza la cercava. Alba Maria. Dice che le aveva promesso delle gocce.”

“Oh, Madonna, è vero!” esclamò Beatrice, battendo le mani. “Me nero completamente dimenticata. La poverina non riesce a dormire. Le avevo promesso il farmaco del dottor Bianchi.”

“Ecco, si occupi di questo e poi vada a casa,” disse severamente il primario. “Altrimenti suo Carlo domani mi chiamerà per lamentarsi che la sfrutto.”

Beatrice rise: “Non lo farà. Non ha mai imparato a usare il telefono. Dice che è troppo vecchio per ste diavolerie moderne.”

Quando il primario se ne fu andato, terminò con le flebo e si diresse verso la settima stanza. Lì, sul letto vicino alla finestra, giaceva una donna sulla cinquantina, magra, sfiorita, con capelli castani già striati dargento. Nonostante la malattia, negli occhi aveva una dignità tranquilla e una tristezza nascosta.

“Alba Maria, mi cercava? Scusi, mi sono persa nel lavoro,” Beatrice si sedette sul bordo del letto. “Come si sente?”

“Meglio, grazie,” sussurrò la donna con un sorriso debole. “Il fiato corto è quasi passato. Solo che la notte non riesco a dormire pensieri, sempre pensieri…”

“È lo stress,” annuì linfermiera. “Dopo unoperazione così, il corpo ha bisogno di tempo. Ecco, le ho portato le gocce che ha prescritto il dottore. Venticinque gocce in mezzo bicchiere dacqua prima di dormire.”

“Grazie,” Alba Maria prese il flaconcino. “Lei è sempre così gentile. Nella vita, non ho incontrato molte persone così.”

Qualcosa nella sua voce spinse Beatrice a guardarla più attentamente.

“Tutto bene? Non parlo della salute. Qualcuno viene a trovarla?”

“Mia figlia viene,” rispose. “È brava, premurosa. Ma vive lontana, non sempre riesce. E mio marito…” esitò, “mio marito è occupato. Ha il lavoro.”

Beatrice aggrottò le sopracciglia ma non disse nulla. Negli anni, aveva imparato a riconoscere le cose non dette dai pazienti. E qui, qualcosa non tornava.

“Senta,” propose improvvisamente, “perché non le sistemo un po i capelli? Sono così belli, ma un po arruffati. Lei è ancora debole, e di piacevole qui dentro cè poco.”

Senza aspettare una risposta, prese il pettine dal comodino e iniziò a districare con delicatezza i capelli. Alba Maria dapprima si irrigidì, ma poi si rilassò sotto il movimento calmo delle sue mani.

“Mia madre amava pettinarmi i capelli,” disse piano. “Diceva che era la migliore medicina per la tristezza. Poi lo facevo io con mia figlia, quando era piccola. Mio marito, invece…” si interruppe.

“Invece?” chiese Beatrice, continuando a pettinare.

“Mio marito diceva che era una sciocchezza,” rispose dopo una lunga pausa. “Che i capelli lunghi erano solo un fastidio. Che con i miei problemi alla schiena avrei dovuto tagliarli corti, più pratico. Ma non lho mai ascoltato… almeno in questo.”

“E ha fatto bene,” annuì Beatrice. “I capelli sono la forza di una donna. Questo gli uomini non lo capiranno mai.”

Tacquero un attimo. Beatrice finì di pettinare e iniziò a intrecciarle i capelli in una treccia morbida.

“Mi parli di lei,” chiese Alba Maria. “Ha una famiglia grande? Diceva di suo marito…”

“Che famiglia grande,” sorrise Beatrice. “Io e Carlo, punto e basta. Nostro figlio vive in Canada, i nipoti li vedo ogni cinque anni in videochiamata. Noi due vecchietti, come passerotti solitari. Quarantacinque anni insieme fa paura pensarci!”

“Quarantacinque…” ripeté Alba Maria. “Io e Vittorio ne faremo trentadue questanno. Se ci arrivo.”

“Non dica queste cose!” esclamò Beatrice. “Certo che ci arriverà. Loperazione è andata bene, le analisi migliorano. Vedrà i nipoti, e anche i pronipoti.”

“Vittorio non vuole nipoti,” sussurrò Alba Maria. “Dice che io gli do già abbastanza problemi. Con dei nipoti, non avrebbe più pace.”

Beatrice smise di intrecciare. Qualcosa nel tono di quella donna le strinse il cuore.

“Alba Maria,” iniziò con cautela, “suo marito… è sempre stato così con lei?”

La donna rimase in silenzio a lungo, poi sospirò: “No, non sempre. Una volta, da giovani, era diverso. Attento, premuroso. Mi portava fiori, mi faceva complimenti. Poi… poi mi sono ammalata. Problemi alla schiena un nervo schiacciato, dolori. Ho dovuto lasciare il lavoro. E Vittorio… è come se fosse diventato un altro. Si irritava per i miei lamenti, per le medicine, perché non riuscivo più a fare le faccende come prima.”

Beatrice le strinse la spalla, incoraggiandola a continuare.

“Allinizio pensavo fosse temporaneo, che fosse stanco, stressato dal lavoro. Poi speravo che, quando nostra figlia fosse cresciuta, sarebbe migliorato. Ma lei è partita per luniversità, e invece è peggiorato. Sono diventata un… un peso. È quello che dice: ‘Sei un peso, Alba. Solo problemi e spese.'”

“Senza cuore!” sbottò Beatrice. “E lei sopporta?”

“Che posso fare?” Alba Maria alzò le spalle. “Dove andrei? Con la mia schiena nessuno mi assumerebbe, la pensione è misera. Mia figlia sta iniziando la sua vita, non posso caricarla dei miei problemi. Così resisto, cercando di non disturbare troppo.”

Beatrice finì la treccia e si mise di fronte a lei.

“Alba Maria, cara, ma così non si può vivere. Un marito dovrebbe sostenerti nella malattia, non rimproverarti. Siete insieme da trentanni, avete cresciuto una figlia. Non capisce che non è colpa tua se sei malata?”

“Vittorio dice che è colpa mia,” abbassò lo sguardo. “Che mangiavo male, che mi muovevo poco, che stavo seduta male al computer quando lavoravo. E poi tutte queste spese per le cure… Cerco di risparmiare, non compro molti farmaci. E ora questa operazione era furioso quando ha saputo quanto costava.”

“Aspetti,” aggrottò Beatrice. “Ma loperazione lavete fatta con il sistema sanitario, gratuitamente.”

“Sì, loperazione,” annuì Alba Maria. “Ma ci sono stati esami, un busto ortopedico, la riabilitazione. Con i soldi non siamo messi bene mutuo, rate della macchina…”

“E la macchina, immagino, è sua?” chiese Beatrice, strizzando gli occhi.

“Certo,” sorrise amaramente. “Lui deve andare a lavoro, è il capofamiglia.”

Beatrice stava per rispondere quando una giovane infermiera entrò nella stanza:

“Signora Beatrice, la cercano al telefono. Suo marito ha chiamato alla reception.”

“Carlo? Al telefono?” si stupì. “Devessere successo qualcosa. Va bene, Alba Maria, vado. Non dimentichi le gocce prima di dormire.”

Uscendo dalla stanza, vide alla reception il giovane dottor Bianchi che parlava con un uomo sulla cinquantina, ben vestito, con un orologio costante e unaria di superiorità. Si intuiva subito che era abituato a comandare.

“Voglio sapere le previsioni,” diceva. “Quanto tempo ci vorrà per la ripresa? Quando potrà tornare a casa?”

“La riabilitazione dopo unoperazione del genere richiede tempo,” spiegò paziente il dottore. “Almeno un mese in ospedale, poi riposo a casa. Le prime settimane, Alba Maria avrà bisogno di assistenza continua per muoversi, per ligiene…”

“Assistenza continua?” luomo fece una smorfia. “Ma io lavoro, non posso starle dietro tutto il giorno. Non si può accelerare? Magari con terapie aggiuntive?”

“Mi dispiace, ma il corpo ha i suoi tempi,” scosse la testa il dottor Bianchi. “Potreste assumere una badante. O forse un familiare potrebbe aiutare?”

“Una badante costa,” tagliò corto luomo. “E non abbiamo parenti, solo nostra figlia, che vive in unaltra città.”

Beatrice si avvicinò al telefono, cercando di non ascoltare, ma non poté fare a meno di notare lirritazione nelluomo. Qualcosa le diceva che era il marito di Alba Maria. Prese il ricevitore:

“Pronto, Carlo?”

“Bea, quando torni?” la voce del marito era preoccupata. “Il forno non funziona, ho chiamato il tecnico, ma dice che serve il proprietario.”

“Arrivo tra poco,” rispose. “Venti minuti e sono fuori. Intanto metti su lacqua per la pasta, torno affamata.”

Appesa la cornetta, sentì ancora la conversazione alla reception.

“Dottore, voglio parlare con mia moglie,” luomo ormai non nascondeva più la stizza. “Deve capire che deve impegnarsi di più per la riabilitazione. Lei spesso… come dire… non è molto motivata.”

Il dottor Bianchi, giovane ma già stimato chirurgo, si raddrizzò:

“Sua moglie ha subito unoperazione seria alla colonna vertebrale. Si sta impegnando al massimo, creda. Ma il corpo ha i suoi tempi.”

“Mi accompagni da lei,” insistette luomo. “Glielo dirò io.”

Si avviarono verso la stanza, e Beatrice, senza sapere perché, li seguì. Qualcosa in quelluomo la turbava.

Quando entrarono, Alba Maria stava cercando di sedersi sul letto, aggrappandosi alle maniglie. Vedendo il marito, si bloccò con unespressione sorpresa e, forse, spaventata.

“Vittorio? Sei venuto?”

“Sono venuto,” rimase in piedi sulla porta. “Ho parlato con il tuo dottore. Dice che resterai qui ancora a lungo.”

“Sto cercando di riprendermi il prima possibile,” rispose piano. “Faccio tutti gli esercizi che mi hanno detto.”

“Non abbastanza, a quanto pare,” serrò le labbra. “Hai idea di quanto costa tutto questo? È la terza volta che mi assento dal lavoro per portarti robe, firmare documenti. E poi queste medicine che continui a chiedere…”

“Non le chiedo io,” abbassò la testa. “Solo quelle necessarie. E cerco di risparmiare…”

“Eh, sì, la regina del risparmio,” la interruppe. “Fino a quando hai avuto bisogno di unoperazione. Quante volte ti ho detto di andare dal dottore prima che peggiorasse? Ma no, tu rimandavi, preoccupata delle spese. E ora costerà ancora di più.”

Il dottor Bianchi si schiarì la voce: “In realtà, permetta, le patologie vertebrali…”

“Dottore, conosco mia moglie da trentadue anni,” lo interruppe Vittorio con freddezza. “È sempre stata così rimanda tutto, e poi si stupisce se i problemi aumentano. Con il lavoro, con nostra figlia, e ora con la salute.”

Alba Maria stava zitta, gli occhi bassi, le dita che tormentavano il bordo della coperta.

“Vittorio, ti prego,” alla fine sussurrò. “Non adesso. Sto davvero meglio, tornerò presto a casa e non ti darò più fastidio.”

“Fastidio?” ridacchiò lui. “Alba, sei sempre stata un peso. Prima con quella depressione dopo il parto, poi con i mal di testa, ora con la schiena. La nostra vita insieme è stata io che mi caricavo dei tuoi problemi.”

Nella stanza calò un silenzio pesante. Il dottor Bianchi lo fissava con disgusto. Beatrice, sulla soglia, fece un passo avanti.

“Signore,” disse, sorpresa dalla propria audacia, “siamo in un ospedale. Sta parlando con una persona appena operata. Abbia rispetto, se non per sua moglie, almeno per il luogo in cui si trova.”

Vittorio si voltò, come se solo allora lavesse notata.

“E lei chi sarebbe?” chiese con sufficienza.

“Beatrice, caposala del reparto,” rispose decisa. “E la prego di lasciare la stanza se non riesce a parlare con calma.”

“Questa è mia moglie, e ho il diritto di…”

“Il diritto di visitarla negli orari stabiliti e con educazione,” interruppe Beatrice. “Non di violare la quiete del paziente.”

“Sentiamo, non permetterò che uninfermiera mi dica come parlare con mia moglie!” alzò la voce.

“E io non permetterò che nel mio reparto si insultino i pazienti,” disse improvvisamente fermo il dottor Bianchi. “Credo sia meglio che se ne vada e torni quando saprà controllarsi.”

Vittorio li guardò entrambi, poi rivolse lo sguardo alla moglie, ancora a capo chino.

“Perfetto,” sibilò. “Difendetela pure. Ma sappilo, Alba,” si rivolse a lei, “quando tornerai a casa, niente badanti. Arrangiati come puoi.”

E uscì, sbattendo la porta.

Nella stanza, il silenzio era opprimente. Poi Alba Maria sollevò lo sguardo gli occhi lucidi, ma il viso sereno.

“Scusate,” disse. “Vittorio… non è sempre così. Forse è solo stanco.”

Il dottor Bianchi e Beatrice si scambiarono unocchiata.

“Alba Maria,” iniziò cautamente il dottore, “suo marito parla sempre così con lei?”

“No, cosa mai,” cercò di sorridere, ma fu un gesto doloroso. “È solo un periodo difficile. Problemi al lavoro, e poi io con questa operazione…”

“Non è una scusa,” disse ferma Beatrice. “Nessun uomo ha il diritto di parlare così a una donna, soprattutto se malata.”

“Non capite,” sussurrò Alba Maria. “Non ho dove andare. Dipendo da lui economicamente, fisicamente. Mia figlia sta iniziando la sua vita, non posso gravare su di lei.”

Il dottor Bianchi si sedette sul letto:

“Ascolti, ci sono servizi sociali che aiutano in queste situazioni. Centri di riabilitazione dove potrebbe stare. E poi…” esitò, “questo comportamento potrebbe configurarsi come violenza domestica.”

“Violenza?” scosse la testa. “No, cosa dice. Non mi ha mai alzato le mani. Solo… parole. E stanchezza. Trentadue anni insieme non sono uno scherzo.”

Beatrice le prese la mano:

“Cara mia, non tutti i trentanni di matrimonio sono così. Io e Carlo, viviamo insieme da quarantacinque. Ci sono litigi, incomprensioni. Ma chiamare peso la propria moglie sul letto dospedale? No, questa non è stanchezza. È crudeltà.”

“Ma cosa posso fare?” nella voce di Alba Maria cera disperazione.

“Prima di tutto, guarire,” disse il dottor Bianchi. “E mentre è qui, penseremo a come aiutarla.”

Quando il dottore uscì, Beatrice rimase ancora un po con lei, aiutandola a sistemarsi e dandole le gocce.

“Sai,” disse prima di andarsene, “quando conobbi Carlo, era sicuro di sé come il tuo Vittorio. Pensava che il mondo ruotasse intorno a lui. Poi mi ammalai una polmonite terribile. E lui mi ha assistito notte e giorno, cambiandomi le compresse, preparandomi le minestre. Fu allora che capii cosè un vero uomo. Non uno che fa complimenti quando stai bene, ma uno che resta quando sei malata.”

“Lei è stata fortunata,” sussurrò Alba Maria.

“Non fortunata, ho scelto bene,” corresse Beatrice. “E anche lei può scegliere non un nuovo amore, no. Unaltra vita. Senza umiliazioni, senza questo costante senso di colpa. Ci pensi.”

E uscì, lasciando Alba Maria immersa nei suoi pensieri.

Quella sera, tornata a casa, Beatrice raccontò tutto al marito. Carlo un uomo basso e tarchiato, con un volto solcato da rughe come la corteccia di un vecchio ulivo ascoltava, scuotendo la testa.

“Che maleducato,” commentò quando lei finì. “Come fa la terra a sopportare certa gente?”

“Non lo so,” sospirò Beatrice, versando il tè. “Ma sai, Carlo, quando vedo uomini così, ringrazio il cielo per te.”

Carlo grugnì imbarazzato, ma si vedeva che era contento.

“Ma che dici… Io sono un uomo normale.”

“No, straordinario,” gli accarezzò la mano rugosa. “Il migliore del mondo.”

Nello stesso momento, nella stanza dospedale, Alba Maria giaceva sveglia nonostante le gocce. Pensava alle parole del marito, a trentadue anni vissuti accanto a un uomo che la vedeva solo come un peso. A quanti altri anni avrebbe potuto resistere. E per la prima volta da molto tempo, nel suo cuore nacque un sentimento vago ma insistente che forse non era troppo tardi per cambiare tutto.

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