Ma sei proprio insopportabile! ha sbottato mia madre, Anna Petrini.
Anchio ti voglio bene, mamma ho sussurrato piano.
A volte basta dire di no per diventare la pecora nera in famiglia. O, semplicemente, smettere di prendere sulle proprie spalle la vita della sorella preferita, quella che, lo sanno tutti, è sempre stata la cocca di mamma e papà.
Quella cocca, ovviamente, non sono mai stata io.
Tutto è iniziato fin dalla nascita di Alessia: Fai spazio che sei la più grande! Alessia ha più bisogno, lasciaglielo! È piccola, si sentirà meglio lì! Potevo scegliere una ragione qualsiasi, ma il risultato era sempre lo stesso.
Io cedevo. Amavo la mia piccola e confusa sorellina!
Confusa? Sì, perché Alessia non era capace di fare nulla da sola: aveva sempre bisogno di aiuto, dei genitori o del mio. È confusione questa? Forse no, ma sembrava così.
E tutti si precipitavano ad aiutarla, o precipitavano come diceva la nonna Olga, lunica al mondo che avesse occhi più teneri per me che per Alessia. Pensava che i miei genitori mi avessero consumata a forza di richieste.
E tutti a ripetere che Alessia era la più bella, una bambola, altro che te!
Me lo disse chiaro anche mia madre un giorno: Tu, Giulia, non sei niente di speciale Perché mai dovrei volerti bene più degli altri?
E dire che io me la cavavo benissimo a scuola, non davo problemi. Ad Alessia, invece, fino ai quindici anni scioglievano lo zucchero nel tè
Andare dalla nonna era il mio rifugio. In quella casa mi sentivo davvero apprezzata, amata. Profumava di libri e di spezie quella casa, stipata di tutte le cose raccolte negli anni dal nonno Pietro, operaio in una fabbrica, e da lei: tovagliette alluncinetto ovunque, fatte a mano.
La tecnologia era vecchia, ma funzionava ancora, come ripeteva lei: Un tempo si faceva tutto come si deve!
Bisognerebbe buttare tutto questo ciarpame! borbottava mia madre nei nostri rari pranzi lì.
Sopravvivo bene anche così, rispondeva la nonna, E poi questa è la mia vita! Io non ti chiedo come vivere la tua, non farlo neanche tu.
Mio padre Luca, cresciuto in quellappartamento di via Garibaldi a Firenze, aveva portato lì mia madre da giovane, ma poi avevano comprato casa e si erano trasferiti.
Nel cuore di quella casa la nonna Olga mi diceva ogni volta di farmi forte, ma era troppo saggia per armarmi contro mia madre, nonostante i torti che vedeva.
Provò anche a parlare con mio padre: Ma insomma, perché caricate tutto su Giulia? Non ha mai un momento per sé!
Papà fu lapidario: Ce la vediamo noi!
E lei, la nonna, zitta. Come sempre.
Sono cresciute così, io e Alessia, cinque anni di differenza. A ventidue anni, Alessia s’è sposata alla svelta e presto ha avuto due gemelli, mentre io, a ventisette, di cavalieri me ne sono passati tanti accanto, ma nessuno ha mai chiesto la mia mano. E comunque, anche senza un uomo, il mio cervello era più apprezzato sul lavoro che in famiglia.
E poi la nonna Olga ci ha lasciati, senza soffrire, nel sonno: una morte doro, come dicono. Nessuno se lo aspettava, ma fu ancora più sorprendente leggere il testamento: la casa della nonna era tutta per me, solo per me.
Papà e mamma ci rimasero. Proprio a me, la meno amata? Alessia era in affitto a Siena, col marito e i gemelli, e nessuna casa. Ma io? Io non avevo né gatto né figli, potevo pure restare a casa con i genitori, che problema cera?
Mia madre si fece venire la grande idea: perché non regali la casa alla sorella? Anzi, perché non gliela doni il giorno di Capodanno? Sarebbe un gesto giusto e generoso. Quando ci troveremo tutti la sera del 31 dicembre, potresti alzarti e annunciare che la casa di nonna andrà ad Alessia, come dovrebbe essere.
Lidea le piaceva talmente che già pensava ai dettagli: liberare lappartamento da tutte le cose vecchie (tutto inutile, secondo lei, soprattutto quelle dannate tovagliette alluncinetto), sistemare i letti, organizzare il cenone, comprare la bottarga che piace tanto ad Alessia, regali per tutti E indovina chi doveva occuparsene? Io, naturalmente. Alessia ha i bambini, io lavoro parecchio e prendo meno di te; che altro devi fare tu?
Tutto come sempre negli ultimi anni: io preparavo il Natale, compravo cibo e regali e nessuno aveva neanche più bisogno di chiederlo, ormai era scontato.
Ma questa volta, per la prima volta in vita mia, qualcosa si è spezzato. Non avevo nessuna intenzione di regalare la casa, né di cucinare lennesima festa di famiglia.
E non era solo una questione di soldi ma di principio, ero stanca marcia.
In più cera una novità: un collega dellufficio, Marco, aveva cominciato a farmi il filo. Siamo usciti, mi sentivo viva. Lui voleva passare il Capodanno con me, da soli.
Ho chiesto consiglio alla mia amica Cecilia, che mi ha presentato unagenzia immobiliare. In poche settimane ho venduto la casa della nonna e con i ricavi 210.000 euro, mica pochi mi sono comprata un monolocale grande e luminoso vicino a Porta Romana; i mobili nuovi, portato via solo i libri della nonna, il resto venduto a un antiquario.
Il 30 dicembre mi sono trasferita, lasciando il vecchio appartamento come un ricordo. I miei pensavano che fossi in casa della nonna, ad allestire la loro festa.
Hai fatto lalbero di Natale? chiede mamma.
Certo! E non mentivo: lavevamo fatto io e Marco il giorno prima.
Lo spumante lhai preso?
Marco porta quello buono!
Hai preparato le lenzuola per tutti?
Sì, mamma! E questa notte sarà speciale per me.
Bene, allora saremo lì per le otto! Trovaci tutto pronto, così salutiamo lanno vecchio!
Sembrava una minaccia. E sentivo che avevo fatto bene.
Il resto accadde come una barzelletta che gira online: Stiamo arrivando da te! Ma figurati. Andate dove volete.
Verso le otto arrivarono tutti scodinzolando in via Garibaldi: il cenone, i letti, i regali tutto doveva aspettarli! E poi, in piena festa, avrei dovuto annunciare che la casa andava ad Alessia. Meraviglioso.
Solo che la realtà li sorprese: la chiave non funzionava più nella serratura.
Suonarono a lungo, finché non si aprì la porta ed uscì un omone sconosciuto, un po brillo, con una grossa cane pelosa un pastore maremmano lurido e simpatico.
L’uomo portava solo una camicia a righe e mutande nere di raso, le gambe scarne infilate in ciabatte di feltro: sembrava uscito da una commedia toscana!
Ma che ci fate qui? sbuffò.
Scusi ma lei chi è? sussurrò il marito di Alessia.
Io? Il nuovo inquilino, piacere! rise, inciampando sulle parole. Scusate la tenuta: dovevo ritirare lo smoking ma non sono riuscito Tutti a pulire smoking, ormai! E poi dicono che qui si vive male.
E Giulia? La voce di mamma tremava.
Giulia chi? fece quello, scocciato.
La nostra figlia
Ah, quella ragazza È andata via!
Come sarebbe? Ma questa è casa sua!
Ora non più! Lha venduta, figlioli. Ha detto che inizia una nuova vita E così io sono il nuovo proprietario! Un saluto da parte sua, mi raccomando: quando arriva la famiglia ditele ciao da parte sua. Buon anno e filate a casa che se no vi perdete il brindisi!
Il cane, Colombo, abbaiò piano, quasi a sottolineare il discorso.
Oh, dimenticavo! aggiunse tutto allegro il nuovo inquilino. Buon anno!
Detto questo, richiuse la porta.
Sei insopportabile, Giulia! urlò la mamma, quando finalmente mi trovò al telefono.
Anche io ti voglio bene, mamma risposi piano, e chiusi. Sì, davvero ero partita per una nuova vita. Una vita che prometteva di essere molto migliore della vecchiaFuori, la sera pulsava di vita, i fuochi dartificio cominciavano a disegnare arabeschi nel cielo sopra Firenze. Mi affacciai sul mio piccolo balcone, il cuore leggero, tra i profumi nuovi dei mobili e quello familiare dei vecchi libri della nonna. Marco mi raggiunse con due bicchieri di spumante.
Pronta al brindisi? chiese, sorridendo.
Sollevai il calice verso le luci lontane, là dove forse la mia famiglia stava ancora cercando una chiave che non cera più. E in quel gesto, per la prima volta, sentii che quella chiave ora era solo mia: apriva la porta a chi volevo io, quando volevo io.
Brindai sottovoce, per me e per la nonna Olga:
Buon anno, davvero.
E quando, a mezzanotte in punto, Marco mi prese la mano e brindammo insieme, pensai che la pecora nera aveva smesso di rincorrere il gregge. Aveva trovato il proprio prato da sola.
E ridevo, davvero. Finalmente.






