Non ho più parenti, disse il marito.

«Non ho più parenti», disse Marco, il marito.

«Eccola che se ne va!» urlò Luigi, il cognato.

Maria sobbalzò. In tutti i sei anni di matrimonio non laveva mai sentito alzare la voce così.

«Che sei, figliolo» iniziò a dire la suocera, cercando di alzarsi, appoggiandosi al bordo del tavolo.

«Io non sono tuo figliolo!» afferrò Luigi la sua borsa e la scaraventò nel corridoio. «Che il tuo spirito non torni più qui!»

Fiorella, la bambina, dormiva stesa a forma di stella marina, le manine aperte. Maria aggiustò la coperta.

Le piaceva stare lì, a fissare la piccola figlia. Per anni aveva sognato di essere madre, aveva messo tutto se stesso per arrivare a questo.

Il marito rientrò dal turno di notte lo capì dal fruscio nella hall dingresso. Maria uscì dalla cameretta, chiudendo la porta. Luigi si tolse le scarpe.

Stanco, più magro del solito, lavorava come un mulo per pagare al più presto i debiti in euro presi per la fecondazione assistita.

«Dormiva?» chiese a bassa voce.

«Sì. Ha mangiato e subito si è addormentata.»

Luigi strinse Maria al petto, poggiandosi con il viso sul suo collo. Raramente parlava damore, ma Maria capiva: era immensamente grato a lei per non essere andata via, per non averlo scambiato con un uomo sano, per avergli regalato la felicità.

A sedici anni Luigi aveva avuto una infiammazione ai testicoli, ma aveva avuto paura di dirlo alla madre perché cera dolore lì. Quando alla fine lo rivelò, era già tardi: la complicanza aveva quasi annullato tutta la speranza.

«Mia madre ha chiamato», disse Luigi, senza allentare la presa.

Maria si irrigidì.

«Che cosa vuole la signora Luisa?»

«Arriva a pranzo. Ha portato una torta, dice di averci pensato molto.»

Maria sospirò, uscendo dallabbraccio di Luigi.

«Luigi, forse non è il caso Lultima volta la zia mi ha fatto un attacco di panico con i suoi consigli sulla pulizia con il bicarbonato.»

«Maria, ma è la madre Vuole vedere la nipote. È passato un anno e ha visto Fiorella solo in foto. È la nonna, dopotutto.»

«La nonna», replicò Maria con un sorriso amaro. «Quella che ci chiama la figlia un rottame.»

Avevano adottato Fiorella un anno prima. Le liste dattesa per neonati sani nella loro zona, la Campania, erano così lunghe che ci si poteva fare la barba in attesa. Con qualche conoscenza, un sacchetto di denaro ben impacchettato per le spese del reparto e la prontezza di una ostetrica di fiducia, erano riusciti a portare a casa la bambina.

Fiorella era nata da una giovane ragazza di sedici anni, una studentessa spaventata, la cui vita sarebbe stata distrutta da un figlio. Maria ricordava ancora quel giorno: un piccolo mucchio di trecento grammi, con due occhietti azzurri che la guardavano.

«Va bene», disse Maria girandosi. «Che venga. Ce la faremo. Ma se ricomincia a parlare con quel tono»

«Non lo farà», promise Luigi. «Te lo giuro.»

***

Verso mezzogiorno arrivò la suocera. Luisa entrò nella casa riempiendo lambiente con il suo profumo di campagna. Era una donna robusta, forte, con quella tenacia rustica che può fermare un cavallo, spegnere un fuoco in una capanna e far impazzire gli astuti intorno.

«Mamma mia!» esclamò dalla soglia, appoggiando una borsa a quadri sul pavimento. «Il treno era una sauna, la metro una pressione!»

«Che cosa siete arrivata così in alto? Lascensore tremava, sembrava un terremoto!»

«Ciao, mamma», le diede un bacio a Marco, prendendo la borsa pesante. «Passa, ti mostro le mani.»

Luisa si tolse il cappotto, rivelando un vestito colorato che avvolgeva il suo corpo possente, e fissò Maria come se avesse scoperto una bestia al mercato.

«Buongiorno, signora Luisa», sorrise Maria.

«Ciao, ciao», sussurrò la suocera. «Sei diventata così trasparente, Maria. Solo ossa sporgono. Come fai a reggere tuo marito?»

«Hai visto il tuo figlio indebolirsi, non è vero? Lo lasci a morire di fame?»

«Marco mangia bene», replicò Maria, sentendo le guance ardere. «Entrate, accomodatevi.»

In cucina, Luisa aprì la borsa e tirò fuori contenitori di torte, un vasetto di cetrioli sottaceto e un pezzo di pancetta.

«Mangiate, che altrimenti a casa vostra mangiate solo plastica.»

Si sedette, appoggiando i gomiti pesanti sul tavolo.

«Allora, raccontateci. Come vanno i conti? Avete chiuso i debiti con questi esperimenti?»

Maria strinse la forchetta. Esperimenti, chiamava così tutti i sei anni di dolore, speranza e disperazione.

«Quasi chiusi, mamma», ringhiò Marco, servendosi dellinsalata. «Parliamo di altro.»

«Di cosa?», chiese la suocera, mordendo una fetta di torta. «Del tempo? In paese, da tuo fratello Cosimo è nata una terza figlia. Bella, forte! Quattro chili! E tua sorella Teresa ha due gemelli. Una vera razza!»

Luisa osservò Maria con un sorriso ambiguo.

«Se non roviniamo il sangue, ovviamente»

Maria posò lentamente la forchetta.

«Luisa, ne abbiamo già parlato mille volte. Non è una questione di noi. Abbiamo le certificazioni mediche.»

«Oh, smettila! Quei fogli sono solo per fare soldi. La infiammazione la dirai anche tu! Nella nostra zona metà dei ragazzi hanno avuto problemi così e hanno finito con tre o quattro protesi. È una scusa tua per coprire la tua impotenza.»

«Mamma!», gridò Marco, sbattendo il palmo sul tavolo. «Basta!»

Luisa si portò una mano al petto, come se il cuore le fosse stato trafitto.

«Non alzare la voce contro tua madre. Ho cresciuto cinque figli, conosco la vita. Vedo che il suo bacino è stretto, dove trovare bambini? È un vuoto.»

«Siamo felici, mamma», disse Marco a bassa voce. «Abbiamo una figlia. Fiorella.»

«Una figlia», sbuffò Luisa. «Fammi vedere.»

Andarono nella cameretta. Fiorella era sveglia, con una mano sul peluche a forma di orso. Guardò la zia sconosciuta, aggrottò le sopracciglia ma non piangeva. Il suo carattere era sorprendentemente calmo.

Luisa si avvicinò al lettino, Maria rimase pronta a proteggere la figlia da qualsiasi attacco della suocera.

La donna osservò Fiorella per un lungo momento, si strinse le labbra, poi toccò la guancia rotonda. Fiorella si ritirò leggermente.

«E chi è questa?», chiese la suocera, scontenta. «Occhi neri, noi in famiglia siamo tutti occhi chiari.»

«Ha gli occhi blu», corresse Maria. «Blu scuri.»

«E il naso? A forma di patata. Il tuo naso è appuntito, il naso di Marco è dritto. E qui»

Si raddrizzò, scrollandosi di dosso la tensione. «Sangue straniero, è proprio quello!»

Ritornarono in cucina. Marco riempì un bicchiere dacqua, le mani tremanti.

«Mamma, ascolta», cominciò, cercando di parlare dolcemente. «Amiamo Fiorella. È nostra, per i documenti, per il cuore, per tutto. E continueremo a lottare. I medici dicono che cè ancora speranza, anche se piccola. Ma anche se non funzionasse, avremmo già una famiglia.»

Luisa rimase in silenzio, i suoi occhi stretti. Il peso di aver cresciuto cinque figli, di essere nonna di dodici nipoti, la opprimeva vedere il figlio spendere la vita per qualcosa di estraneo.

«Sei un fallito, Marco», soffiò infine. «Hai trentacinque anni, sei secco come il pane. E ti comporti da babysitter con un bambino che non è tuo.»

«Non osare chiamarla così!», sbottò Maria.

«E allora come la chiami? La principessa?»

«Stai zitto, cara. Non sei capace di partorire, hai rovinato luomo. Hanno preso una tangente lhanno comprata come un gattino al mercato!»

«Questo è il nostro bambino!»

«Un bambino è quello che è tuo! Quando non dormi la notte, quando hai la nausea, quando il parto è un tormento!»

«E questo», indicò verso la cameretta. «È solo un gioco da bambine, un bambino preso fuori dal negozio di una giovane donna. Non è genetica, non si taglia con lascia!»

Gli occhi di Marco si dilatarono. Si alzò lentamente, con passo pesante.

«Guardate», mormorò. «Ecco.»

Luisa rimase interdetta.

«Cosa?»

«Eccola!», urlò di nuovo Luigi.

Maria sobbalzò; non aveva mai sentito il marito urlare così in tutti i sei anni di vita.

«Che sei, figliolo», iniziò Luisa a sollevarsi, afferrandosi al bordo del tavolo.

«Non sono tuo figliolo!» afferrò la borsa e la scaraventò nel corridoio. «Che il tuo spirito non torni più qui!»

«Stai cercando di dare via il bambino? È mia figlia! È mia!»

Lui ansimava.

«Sei più che una madre. Torna al tuo villaggio e pensa ai tuoi purissimi. Non tornare più qui!»

Dal corridoio si udì il pianto di Fiorella. Maria corse verso la porta, ma si fermò vedendo il volto di Luisa trasformarsi: il rossore divenne un grigio terroso.

Luisa aprì la bocca, respirando come un pesce gettato sulla riva. La mano che si stringeva al cuore strinse il tessuto del vestito.

«Marco», gorgogliò. «Brucia come brucia»

E si lasciò cadere, pesante come un sacco di grano, sbattendo contro una sedia. Il rumore della caduta si mescolò al pianto del bambino.

***

Maria chiamò lambulanza. Marco era inginocchiato accanto alla madre, le mani tremanti gli sfilavano il colletto del vestito.

«Mamma, perché? Respira!»

Luisa ansimava.

I soccorritori arrivarono in fretta. Il paramedico sbuffò:

«Infarto massivo. Barella! Subito!»

Quando la porta si chiuse dietro i medici, Marco si sedette sul pavimento dellingresso, appoggiato alla parete, guardando il fazzoletto dimenticato sulla credenza.

«Lho portata a morte?», si chiese.

Maria si sedette accanto a lui, prendeva la sua mano gelida.

«No. È stata la sua stessa rabbia.»

«È tua madre, Maria.»

«Ha voluto gettare via la nostra figlia come merce difettosa. Marco, svegliati. Difendevi la tua famiglia.»

Il cellulare di Marco iniziò a vibrare dopo unora. Chiamava la sorella Teresa, poi il fratello Giovanni. Marco non rispose.

Poi arrivò un messaggio da una zia:

«Mamma in terapia intensiva. I medici dicono poche speranze. Hai rovinato tutto. Non tornare più. Ti maledico insieme a tutta la famiglia.»

«Ecco, non ho più parenti», mormorò Marco.

Maria lo abbracciò per le spalle, sentendo il suo piccolo tremolio.

«Hai me, hai Fiorella. Siamo la tua famiglia vera, quella che non tradirà mai.»

Lo sollevò, prendendolo per mano.

«Andiamo, dobbiamo nutrire Fiorella. Ha avuto paura.»

Quella sera, seduti in cucina, Fiorella giocava con i mattoncini sul tappeto ai loro piedi. Marco la guardava come se fosse la prima volta che la vedeva.

«Sai», disse allimprovviso, «la madre aveva ragione in una cosa.»

Maria si irrigidì.

«Quale?»

«Non si può cambiare il sangue con il dito. Ma il sangue non è solo colore degli occhi o forma del naso. È la capacità di amare.»

Una madre di cinque figli, lamore dentro di lei era più duro di una pietra. Forse ero adottato? Ma io sapevo amare E sì, piccolina?

Si piegò e sollevò la bambina. Fiorella prese il suo naso e rise con la bocca senza denti.

«Papa», disse netta.

Per la prima volta, una parola chiara. Prima di allora cerano solo baba e mama.

Marco rimase immobile. Le lacrime che aveva trattenuto tutto il giorno scivolarono sul suo viso, bagnando il piccolo tuta rosa.

«Papà», ripeté la bambina. «Sì, piccola. Io sono papà. E non ti darò mai via.»

***

La madre si riprese,Il futuro, ora, si apriva davanti a loro come un cielo terso, pronto a raccontare nuove speranze.

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Non ho più parenti, disse il marito.
Il destino di nascere Nata il 1993, Natalia era furibonda come non mai: ormai era chiaro, era incinta, ma proprio nel momento meno opportuno. In quegli anni incerti, chi aveva un lavoro era considerato fortunato, e solo da poco Natalia aveva trovato finalmente un impiego fisso e ben pagato per l’epoca. Proprio quando la sua vita sembrava prendere la piega giusta, ecco la sorpresa: e ora, chi l’avrebbe mai voluta dopo la maternità? Lei e suo marito Nicola avevano già un figlio, Vladimiro, di sette anni, appena iscritto in prima elementare, e nei tempi di relativa stabilità prima degli anni Novanta avevano pensato a un altro bambino, ma poi la vita aveva deciso diversamente. Ora, invece, sembrava impossibile. La discussione a cena fu lunga e pesante, ma alla fine Natalia e Nicola presero la difficile decisione: interrompere la gravidanza. Vivevano in una grande cittadina, la ASL era a due passi da casa e non esistevano ancora giorni di riflessione o tentativi di convincere le donne a pensarci su con calma: Natalia si prenotò subito per l’intervento. La “sentenza” sarebbe stata eseguita dall’unica ginecologa del paese, considerata una vera esperta. Una calda mattina d’inizio estate, Natalia uscì di casa diretta all’ospedale: erano giorni bollenti, anche la mattina presto faceva già un caldo impossibile. Camminando, però, le sembrò di trascinarsi; a ogni passo le gambe si appesantivano, la testa le girava e una fatica improvvisa la spinse a tornare a casa. Dormì tutto il giorno, come svuotata. La mattina dopo, Natalia riuscì finalmente ad arrivare in ospedale, ma scoprì che la dottoressa era in malattia e non sarebbe rientrata per almeno due settimane. — Due settimane, mamma, capisci?! — gridava Natalia al telefono — Per me è una tragedia, tra poco il bambino comincia a muoversi! La suocera ascoltava pazientemente, sospirando: — Figlia mia, forse non è destino… — Ma che destino, mamma? Come faremo, io e Nicola? Chi mi prenderà dopo un altro congedo? — Ma noi vi daremo una mano, ci penseremo noi al piccolo… — No, mamma! — tagliò corto Natalia. La suocera si arrese in silenzio: donna credente, non condivideva affatto la scelta della nuora e del figlio, ma non volle imporsi. Natalia provò a rivolgersi all’ospedale provinciale, ma la lista d’attesa era interminabile: almeno tre settimane per un caso non urgente. Un giorno, l’amica Olga la chiama: — Natalia, ho parlato con una dottoressa che può aiutarti, devi solo arrivare domattina entro le dieci. Si chiama Elena Valentina Grisini, ricordatelo! Il mattino seguente Natalia era già sull’autobus. I sintomi della gravidanza la infastidivano sempre di più, sentiva quasi rabbia verso il suo stesso corpo. Scesa in una cittadina immersa nel verde sotto una pioggia insistente, raggiunse in fretta l’ospedale. All’interno regnava un silenzio irreale: muri scrostati, appendiabiti vuoti e finestre spalancate. Chiese alla guardiana: — Cerco la dottoressa Elena Valentina Grisini. — Qui non c’è nessuna di quel nome, — rispose secca la donna senza neanche guardarla. Natalia insistette, ma la risposta fu ancora più dura e, quando la guardiana alzò il viso con occhi vitrei e un sorriso sinistro, Natalia rimase gelata dalla paura e scappò in strada, raggiungendo il primo autobus verso casa. Al telefono, Olga si lamentò: — Eri attesa fino a mezzogiorno! — Aspetterò la nostra Anna Petronilla, — mormorò poco convinta Natalia. Mentre il temporale martellava i vetri, Natalia osservava dalla finestra una giovane donna e un bimbo che spingevano una carrozzina sotto la pioggia, ridendo insieme. Le venne un nodo al cuore: anche lei, fra qualche anno, avrebbe potuto camminare così con due bambini sotto la pioggia… Quando finalmente andò dalla dottoressa Anna Petronilla, questa la accolse con un sorriso pieno di comprensione: — Ormai è tardi, cara, i tempi sono passati, — la rassicurò con i suoi grandi occhi nocciola. Natalia, in fondo, si sentì sollevata. Tornò a casa e comunicò al marito, questa volta con certezza: il bambino nascerà. Quella notte, Natalia sognò di passeggiare in un parco fiorito, dove una ragazza bionda, bellissima, le sorrideva e le diceva: — Chiamami Lidia! E corse via, sparendo tra i fiori. Sedici anni dopo, guardando la sua Lidia, con le stesse lentiggini e gli stessi sorrisi nei grandi occhi verdi di papà Nicola, Natalia sapeva che qualcuno l’aveva fermata in quel momento cruciale. E raccontandolo alla figlia, questa la abbracciò sorridendo. Così Natalia capì: non è vero che i figli non scelgono i genitori; a volte sono loro a darci un segno, molto prima di venire al mondo.