La felicità degli altri
Caterina si aggirava nel suo orto, la primavera era arrivata presto quellanno, anche se era solo la fine di marzo tutta la neve era già scomparsa, sciolta come zucchero nel caffè. Sapeva che il freddo sarebbe tornato, ma per ora il sole la accarezzava così dolcemente che Caterina era uscita allaperto, presa dal desiderio di sistemare la recinzione che stava crollando, o di riparare la tettoia della legna.
Chissà, pensava, magari sarebbe stato bello prendere qualche gallina e un maialino, forse anche un cagnolino e una gatta. Basta, però, basta sogni, disse tra sé e sé con un sorriso stanco. Aveva già fantasticato abbastanza.
Le era venuta una gran voglia di zappare lorto velocemente, mettere mano alle aiuole, respirando lodore della terra scura, come da bambina. Voleva togliersi le scarpe e correre scalza sul terreno appena smosso, affondando fino alle caviglie nella terra umida e calda, soffice come la focaccia della nonna.
Vivremo ancora sussurrò Caterina a nessuno in particolare, come se il vento fosse lunico in grado di ascoltarla.
Buongiorno,
Caterina sobbalzò. Al cancello cera una ragazzina, adolescente, quasi ancora bambina. Un trench grigio, quelli che a volte regalano agli istituti tecnici, scarpe di cattiva fattura, calze color carne troppo leggere per la stagione si sarebbe raffreddata, pensò Caterina, ma le ragazze doggi vogliono già sentirsi grandi. Scarpe leggere, suola sottile, non valgono nulla, annotò mentalmente Caterina.
La ragazza tamburellava i piedi sottili, impaziente.
Ciao, disse Caterina, sbrigativa.
Per favore, posso usare il vostro bagno? chiese la ragazza.
Ah, certo là a destra, poi dietro langolo.
Caterina osservò la ragazza correre via, leggera come una farfalla.
Grazie, mi avete salvata. Sto cercando una stanza in affitto. Non è che voi?
Non ci ho mai pensato ma dimmi, perché?
Non voglio stare in dormitorio bevono, fumano, e i ragazzi entrano dappertutto
E quanto potresti pagare?
Cinque euro non ho altro.
Va bene, entra. Vieni, su
Posso andare ancora in bagno, per favore?
Corri, va
Come ti chiami? chiese Caterina mentre la faceva entrare in casa.
Lucia squittì la ragazza, sottovoce.
Allora, Lucia perché sei venuta da me? Caterina la fissava negli occhi, seria.
Io io la stanza
Lucia, non mentire perché sei qui davvero?
Posso andare di nuovo in bagno?
Ma insomma, che succede?
Non lo so, mi fa troppo male, non ce la faccio più
Corri, dai
Caterina la seguì con lo sguardo, inquieta.
Solo pipì fa male
Capiremo poi. Ora racconta, perché sei qui?
Silenzio, la ragazza si fa coraggio.
Allora, chi ti ha mandato?
Nessuno sono venuta da sola. Tu sei Caterina Rossi?
Sono io, sì
Non mi hai riconosciuta mamma? Sono io, Lucia tua figlia.
Caterina rimase immobile, la schiena dritta come un cipresso, il volto temprato dal vento e dalla fatica senza un fremito.
Lucia sussurrò, figlia mia Lucina
Sì, mammina sono io. In orfanotrofio non mi volevano dare il tuo indirizzo, dicevano che non si può, mamma ma io ho convinto la supplente, sai comè gentile, la professoressa Anastasia Carli. Lei mi ha aiutata, abbiamo fatto una richiesta e poi ecco, nome, cognome, indirizzo labbiamo trovato e adesso eccomi qui.
Le lacrime cadevano sulle guance di Caterina, silenziose.
Lucia Lucina figlia mia
Mamma, mammina! gridò la ragazza aggrappandosi al collo della donna, quanto ti ho cercata, mamma scrivevo lettere e ridevano di me, dicevano che mi hai buttata via come una cosa vecchia Ma io ho sempre creduto in te, sempre, mamma
Caterina abbracciò timidamente quella figlia sconosciuta, le mani callose si stringevano al maglione a grossi punti di Lucia, figlia Lucina
Rimasero così, abbracciate, nessuna voglia di parlare, ormai era tutto chiaro.
Solo più tardi, ricordando quel poco che la nonna le aveva insegnato da bambina, e con la saggezza del dolore, Caterina correva avanti e indietro accendendo lacqua, preparando tisane, coccolando la sua Lucia, la sua bellissima Lucina.
Lucia, figlia, ragione di vita.
Ci sono ancora motivi per vivere, ce ne sono, si diceva Caterina. Forse Dio si era impietosito. Forse non era tutto perduto.
Lorto, il maialino, il cappottino da rammendare; aveva da parte qualche risparmio. Aveva pensato di lasciarsi andare, ma ora cera Lucina, la sua figlia
***
Mamma!
Oh!
Mammina
Dimmi, coccolina.
Lucia prese un panzerotto dal piatto, le guance già più rotonde, la madre laveva vestita graziosa come una bambolina, e anche lei stessa sembrava ringiovanita.
Mammuncciaaaa
E che c’è ora?
Mamma sono innamorata!
Ma va
Sì! Si chiama Marco. È così gentile vorrebbe conoscerti
Io non so
Caterina capì: la felicità stava per finire, il destino dà e subito si riprende.
Mamma, che hai, mamma
Niente, Lucia mia Sei cresciuta troppo in fretta! Non ho fatto in tempo a godermi Scusami, Lucina
Mamma, non dirlo, per favore! Tu sei la mia mamma Ma come ti viene in mente? Noi io e Marco ti daremo dei nipotini, vedrai! Ti voglio bene, mamma! Io ti ho cercata tanto, mamma! Non dirlo mai più
La conoscenza con Marco fu piacevole. Ragazzo di campagna, laborioso, ragionevole. Un bravo ragazzo, pensò Caterina, che sarebbe stata orgogliosa di dare a lui la figlia.
Erano tempi difficili, la miseria faceva capolino tra le case. Cera chi non aveva pane e chi sfamava i cani meglio delle persone.
Ma Caterina, Lucia e Marco non soffrivano. Caterina cuciva bene, quando la fabbrica chiuse entrò in una cooperativa, pagavano discretamente, e così non solo vestiva di tutto punto la sua figliola, ma anche il genero Marco.
Marco non stava mai fermo. Ricostruì la staccionata, cambiò con i fratelli le travi basse della casa, rimise a nuovo il pollaio e lorticello cantava di nuova vita, come quando Lucia, la figlia, era arrivata.
Il cuore di Caterina si sciolse, la voglia di vivere esplose tripla, per tutti quegli anni di silenzio, per tutto quello passato, che cercava invano di dimenticare. Ma di notte, a volte, il dolore stringeva così forte che non riusciva a trattenere i lamenti.
Mamma, mamma? Che succede, hai male?
No, cara Dormi, vai a dormire, piccola
Mamma, posso venire con te?
Certo, Caterina si spostò, lasciando spazio alla figlia accanto a sé nel letto.
Piccolina mia, cuore mio, pensava Caterina. Ma questa è lamore di una madre, grazie Signore grazie per avermelo fatto capire.
Il matrimonio si fece. I giovani rimasero con Caterina: lei fioriva come un papavero e anche al lavoro se ne accorsero. La serissima Caterina Rossi non riusciva più a trattenere il sorriso; sulle guance la primavera.
Avrò un nipotino, lho saputo! bisbigliò alle colleghe. Sono così emozionata!
Che fortuna avere una figlia come Lucia, sospiravano le compagne. Si vede quanto la ama!
Nacque un nipote! Un piccolo Andrea! In onore della mamma di Caterina, nonna della piccola Lucia: dura sì, ma giusta donna, diceva la felice Caterina: Che amore, ragazze!
Non aveva mai tenuto davvero un neonato tra le braccia se non Lucia, tanti anni prima. E ora, adesso, avere Andrea in grembo, il cuore che batte forte in testa: questa è, sì, la felicità.
Solo Andrea e nessun altro era il fulcro dei pensieri di Caterina. Il migliore, il più bello, e nessuno le avrebbe tolto il suo nipotino.
Marco iniziò a costruire una casa grande, una villa vera, con spazio anche per Caterina: come avrebbero potuto mai vivere senza la mamma?
I ragazzi lavoravano bene, Marco e i fratelli aprirono unimpresa edile e poi un negozio di materiali; la vita scorreva tranquilla.
Caterina ebbe unaltra gioia: una nipotina, una bambina questa volta. Quanti vestitini le cucì, quanti abiti preparò! Si chiamava Marina, una vera principessa, sempre in movimento. La loro casa era piena di risate.
Tutto andava bene, se non fosse per quel fastidio al petto che bruciava sempre più spesso
Mamma, mamma, da quanto tempo non lo dici? Dove fa male, dimmi!
Tutto bene, tesoro, tutto bene
***
Tardi, non possiamo più fare nulla
Dottore, ma comè possibile? Era mia madre
Mi dispiace
***
Figlia mia Lucina è il mio tempo, perdonami, ho vissuto troppo da tempo avevano rinunciato a me, ma tu mi hai salvata, quel giorno
Mamma, non parlare così
Lucia, ascolta, è dura . non interrompermi, tesoro Io non sono la tua vera madre. Perdonami
Mamma! Mamma, non lo dire mai più, capito? Sei mia, mia madre vera e basta. Basta, non voglio sentire altro. Hai capito?
Sì sì piccola il mio cuoricino Cè un quaderno, il mio diario perdonami, Lucia Ti voglio bene, figlia.
E io a te, mammina mamma mamma
***
Lucia, dovresti mangiare
Sì, Marco arrivo Vai pure tu
Lucia era rimasta nella vecchia stanza, a leggere il quaderno di Caterina. Vi era riversata tutta la sua vita, senza pietà per sé stessa: dura, sbagliata, piena di rabbia e qualche gioia.
La severa madre, Antonella, padre morto in guerra. Caterina, Annetta, piccola fiorellina ribelle. Si era innamorata di un malvivente, ah che vita spericolata! Divertimento, pericolo, sangue giovane e caldo.
Si era persa con quel malvivente, per tanti anni; e poi la vecchiaia, allimprovviso, la solitudine. Il ladro scomparso nei carceri, il mondo svanito. Avrebbe voluto un figlio, ma lo perse nel gelo mentre aiutava il suo uomo a fuggire: giovinezza e stupidità.
Rimase da sola, senza figli né gatti; la casa lasciata da una madre ormai persa tra i ricordi. I medici dicevano: aspetti, o in chiesa a pregare, a chiedere perdono
E invece Dio aveva mandato questa gioia inattesa, Caterina non aveva voluto lasciarsela scappare.
Voleva anche solo per poco sentire cosa si prova a essere madre, guardare, vivere.
Lucia, la figlia, la sua gioia, il senso della sua esistenza. Mai avrebbe pensato Caterina di vivere tanto, scriveva di sé in terza persona nel diario. Felicità, come tutti, una vita normale.
Ora aveva una figlia, una nipotina, e quasi pensava di aver ingannato persino la malattia.
Perdonami, Signore, per la mia preghiera: lasciami ancora un po, lasciami vedere i miei nipoti crescere, aiutare ancora Lucia
Allinizio Caterina aveva paura che Lucia scoprisse la verità: che non era la vera madre, solo una quasi omonima o per qualche errore burocratico. Poi smise di avere paura e cominciò veramente a vivere. Finalmente credette anche lei di meritare tutto questo.
Perdonami, Lucia, perdonami cara, che ti ho rubata alla tua vera madre. Questa è, la mia felicità rubata
Mamma piangeva Lucia, mamma mia adorata Spero che mi ascolti Io sapevo, quasi subito ho capito. Quando vivevo con te, qualcuno mi disse che i dati non coincidevano: Caterina era di secondo nome Antonietta, la trovai, per curiosità.
Fu lei stessa a rifiutarmi, si era risposata, le davo fastidio. Mamma, lei aveva una nuova famiglia, non si curava di me. Aveva paura di farsi scoprire. Mi diede dei soldi, mamma
Io scappai. Ricordi, mi ammalai tanto. Avevo la febbre, tanta febbre, ti ricordi, mammina? E tu mia cara, io ringrazio Dio di averti incontrata. Quanto a lungo ti ho cercata tu sei la mia unica mamma.
Chissà, forse fu un errore, o forse lassù sanno sempre a chi mandare a chi, dove e quando. Come si può vivere senza di te ora, mamma
Lucia, Lucina
Marco, lasciala piangere ha appena salutato sua madre
***
Nonna, ma la nonna Caterina era buona?
Buonissima, tesoro
E bella?
La più bella, Caterina mia.
Ma chi le ha dato questo nome?
Non lo so, forse tuo nonno o la nonna.
Tuo nonno oppure tua nonna?
Sì, tesoro, proprio loro.
E io mi chiamo come la bisnonna? Come la tua mamma?
Sì, io e il tuo papà ti abbiamo chiamata così, lui adorava la sua nonna.
Lei mi vede ora?
Certo tesoro, sempre e ti aiuterà sempre.
Ti voglio bene, bisnonna Caterina, sussurra la bambina, posando una corona di fiori sul marmo della tomba tra le margherite.
Io ti voglio bene, piccola, fruscia il ramo di betulla, e noi tutti ti vogliamo bene, sussurra il vento nel giardino, nella strana e dolce logica dei sogni.







