La felicità rubata Anna si dava da fare nel suo orto: quest’anno la primavera era arrivata presto, era solo fine marzo e già tutta la neve era sciolta. Sapeva che sarebbe tornato il freddo, ma intanto il sole scaldava così tanto che Anna era uscita in giardino e aveva sentito il desiderio di fare qualcosa: raddrizzare la staccionata che ormai pendeva, aggiustare il deposito della legna. Forse sarebbe stato il momento giusto per prendere delle galline, un maialino, magari anche un cane e un gatto. Basta, si è già divertita abbastanza, pensava Anna sorridendo di se stessa, ora basta davvero. Aveva una gran voglia di arare l’orto e dedicarsi alle aiuole, sentire il profumo della terra come da bambina, togliersi le scarpe e correre scalza sulla terra appena lavorata, affondando le dita tra il terreno umido e morbido come la piuma. — Vivremo ancora, — disse Anna a voce alta, chissà a chi. — Buongiorno. Anna sobbalzò: al cancello c’era una ragazzina, un’adolescente, praticamente una bambina. Indossava un impermeabile grigio — Anna li riconosceva, li davano agli studenti degli istituti tecnici — scarpette leggere, calze color carne. Non era tempo di vestire così leggera, pensò Anna, è proprio giovane, si prenderà un malanno, quelle scarpe sono di carta, roba scadente… La ragazzina si muoveva da una gamba all’altra. — Ciao, — disse Anna secca. — Mi scusi, posso andare da lei… al bagno? — Eh beh, vai pure. Dritto e poi dietro l’angolo. Anna osservava incuriosita la ragazzina mentre correva via. — Grazie, mi ha salvata. Sto cercando un appartamento, non affitta mica una stanza? — Non ci avevo pensato, e perché ti serve? — Vorrei affittare una stanza, non mi va il convitto: fumano, bevono e i ragazzi girano dappertutto. — E quanto pensi di pagare? — Cinque rubli… di più non ho. — Su, entra, sù, dai. — Oh, posso andare di nuovo al bagno? — Vai pure… — Come ti chiami? — chiese Anna mentre la faceva entrare. — Olya, — squittì la ragazza, — Olya. Ecco. Allora… Olya, perché sei venuta? — Io… cerco una stanza… — Non dirmi bugie, Olya. Perché sei venuta veramente? — Oh, posso andare ancora… — Ma insomma, che hai ragazza? — Non so, — piangeva la ragazza, — non ce la faccio a resistere. — Vai pure… Anna la seguì con lo sguardo. — Devi farla così spesso? O anche altro? — No, solo pipì, brucia tutto… — rispose scuotendo la testa. — Ma ora parliamo, dimmi perché sei venuta. Silenzio, la ragazza cerca le parole. — Allora? Ascolto. Se fosse per rubare, qui non c’è proprio niente. Chi ti ha mandato? — Nessuno, sono venuta io. Lei… è Anna Paola Samoilova? — Io? Sì… — Lei… non mi ha riconosciuta… mamma? Sono io, Olya… tua figlia. Anna sedeva con la schiena dritta, sul suo volto segnato dal freddo e dal vento non si mosse un muscolo. — Olya… — sussurrò la donna, — figlia mia… Olyetta… — Sì, sì, mammina… sono io… Non mi hanno mai dato il tuo indirizzo in orfanotrofio, dicevano che non era possibile, mamma… Ma io ho chiesto aiuto a una maestra, Anastasia Sergeevna, una bravissima persona, mi ha aiutata, hanno fatto una richiesta, ho scoperto il tuo nome e cognome, poi abbiamo trovato l’indirizzo e ora… sono qui. Anna restò immobile, lacrime le scendevano sulle guance. — Olya, Olyetta… figlia mia… — Mamma, mammina, — gridò la ragazza stringendola al collo, — quanto tempo ti ho cercata, mamma. Ho scritto lettere, ridevano, dicevano che mi avevi abbandonata, data via come una cosa… Ma io ci ho sempre creduto, mamma… Ti ho sempre amata… Anna abbracciava timidamente quella ragazza in lacrime, le sue mani dure e segnate dalle callosità accarezzavano la maglia grossa della figlia, Olya… la sua bambina, Olyetta… Restarono abbracciate, senza bisogno di dire nulla. Poi, più avanti, ricordandosi di quello che la nonna le aveva insegnato da piccola, e forte della sua esperienza, Anna si affaccendò, scaldò l’acqua, preparò l’infuso di finocchio, curò la figlia, la sua bella Olyetta. Olya, figlia mia, senso della vita. Adesso ho uno scopo per vivere, sì… Dio ha avuto pietà, non è ancora tutto perduto… L’orto, il maialino, una giacchetta nuova da cucire. Aveva qualcosa da parte. Era stata sciocca, ormai pensava che fosse giunta la sua ora… Ma ora c’era la sua Olyetta… *** — Mamma — Eh — Mammina… — Dai, parla, furbetta. Olyetta prese una focaccina dal tavolo, che le aveva preparato mamma: ormai le guance erano piene, la madre l’aveva vestita come una bambolina, e anche lei sembrava ringiovanita. — Mamucciaaaa — Ma che c’è, eh. Mamma, mi sono innamorata! — Oh bella! — Eh già. Mamma, è così buono. Si chiama Ivano, è così… Vuole conoscerti… — Io… non so, non so… Ma dentro pensò che i giorni felici erano finiti, il Signore dà e il Signore toglie. — Mamma, che hai? — Niente, piccola mia, niente, tesoro. Sei cresciuta in fretta, troppo in fretta. Non ho fatto in tempo a goderti, a vivere con te… scusami, Olyetta… — Ma mamma, mammina, come puoi… Dai, non ti viene neanche in mente, eh? Io e Ivan ti daremo dei nipotini… ti voglio bene, mamma, tanto bene. Lo sai quanto ti ho cercata. Siamo insieme, mamma, non lasciarmi… L’incontro andò bene. Ivan, un ragazzo di campagna, lavoratore e ragionevole, piacque ad Anna, pensò che era proprio quello giusto per sua figlia. Erano tempi duri, c’era chi non aveva da mangiare e chi trattava i cani meglio delle persone. Ma Anna, Olya e Ivan non se la passavano male: Anna cuciva bene, quando la fabbrica chiuse entrò in una cooperativa, pagavano bene, vestiva la figlia tutta alla moda, pure il genero Ivan. Ivan non stava mai fermo, riparò la staccionata, sistemò le travi della casa con i fratelli, aggiustò la stalla del maiale: la casetta si rianimò, cantava di nuovo, ancora più di quando Olyetta era tornata. Il cuore di Anna si era sciolto, riscaldato. Aveva voglia di vivere come mai prima per tutti quegli anni passati, per tutto quel passato vergognoso che cercava di dimenticare, che a volte le tornava in mente solo di notte, tanto da farsi male al cuore. — Mamma, che c’è? Ti fa male qualcosa? — No, figlia, dormi pure… dormi, cara… — Mamma, posso stare con te? — Certo, — Anna si mise tutta contro la parete, facendo posto alla figlia. Piccola mia, bambina mia, il mio cuore trabocca d’amore. Ecco cos’è l’amore di una madre, grazie Signore, grazie per avermelo fatto conoscere. Celebrarono il matrimonio, i ragazzi restarono a vivere con Anna che sbocciava come un papavero. Anche a lavoro se ne erano accorti: la serissima Anna Paola ora non riusciva più a trattenere il sorriso, le sue guance erano rosse come mai. — Un nipote o una nipotina, — sussurrò alle colleghe — che emozione. — Sei proprio fortunata con tua figlia, Anna Paola, — sospiravano le altre — vi volete proprio bene. Un nipote! Era nato, Antonello! … In onore di mia madre, la nonna di Olya, donna severa ma giusta, — diceva Anna felice — bello come il sole, ragazze. Io bambini in braccio non ne ho mai avuti… Beh, dopo Olyetta non era più capitato, erano passati tanti anni. Lo tengo ora questo nipotino e mi sembra che il cuore batta in testa: ecco cos’è davvero la felicità. Tutti i pensieri erano ormai per Antonello. Il migliore, il più bello. E lui, il nipotino della nonna, non voleva stare lontano da lei. Ivan ebbe un’altra idea: costruì una casa più grande, anche Anna aveva il suo spazio, come poteva mancare? Non avrebbero mai vissuto senza la mamma. Gli sposi lavoravano, Ivan e i fratelli misero su un’impresa di costruzioni, aprirono un negozio di materiali, vivevano serenamente… Poi un’altra bella notizia, arrivava una bimba, una nipotina. Quanti vestitini aveva cucito Anna per la sua Marinetta, quanti abiti preparati. Marina, la bambina. Una bambina bellissima. Nella casa c’era sempre il suono delle risate dei bambini. Tutto andava bene per Anna, solo che aveva spesso bruciori al petto, forti. — Mamma, mamma, non hai detto nulla! Dove ti fa male? Dove? — Va tutto bene, figlia mia, va tutto bene… *** … Ormai è tardi, non c’è più nulla da fare. — Dottore, dottore, com’è possibile, è… è la mia mamma… — Mi dispiace, capisco… *** — Figlia mia, Olyetta… è la mia ora, perdonami, ho vissuto già troppo. Loro mi avevano già dimenticata, ma tu mi hai salvata allora, sei venuta da me, amore mio… — Mamma, non dirlo… — Devo dirti… è faticoso, non interrompermi, tesoro… Io non sono tua mamma, Olya. Perdonami… — Mamma! Mamma, non dire mai più così, mai con nessuno! Tu sei mia, e basta! Non voglio sentire altro, sei la mia mamma, solo la mia… chiaro? — Sì, sì… figlia… Ho capito, amore mio… C’è il quaderno, il mio diario… Perdonami, Olya. Ti voglio tanto bene. — Anch’io, mammina… Mamma… mamma… *** — Olya, mangia qualcosa… — Sì, Ivan… ora… Vai pure. Olya sedeva nella stanza della madre, leggeva quello che la mamma aveva chiamato “quaderno”. Era la sua vita, quella di Anna. Spietata, storta, marcia ma anche gioiosa. Madre severa, Antonia Carponi, padre morto in guerra. Annina, Anna, Annetta-fiorellino. Si era innamorata di un ladro, eh, vita da scapestrata. Divertimento, pericolo, sangue nelle vene. Era scappata con lui… E dopo, il burrone… Un abisso che l’aveva inghiottita per anni, poi la vecchiaia, arrivata all’improvviso. Saltellava come una cicala. Il ladro finì in galera, nessun parente al mondo… Quel bambino che avrebbe potuto crescere… ma si era presa una polmonite nella neve durante la fuga. Gioventù, stupidità. Aveva perso tutto, anche la sua femminilità… Né figli, né gattini, le era rimasta solo la casa della madre. Si era fermata, aveva ricominciato a vivere, a fatica… I medici le avevano detto di aspettare, o… o andare in chiesa, pregare, chiedere perdono, era dura… E poi un dono inaspettato, quella gioia, non poteva lasciarsela scappare. Pensava: magari sarò mamma, sentirò cosa vuol dire. Figlia mia, Olyetta, luce della mia vita, non pensavo di vivere tanto — scriveva parlando di sé in terza persona — la felicità, una felicità rubata, come tutti, vivo e lavoro. Una figlia, la mia anima, il mio cuore. E anche la malattia sembrava passata. Perdonami, Signore, per ciò che ho chiesto; lasciami vivere, coccolare i nipoti, aiutare mia figlia… All’inizio aveva paura che Olya scoprisse la verità: non era la madre vera, solo una omonima, magari c’era stato uno scambio. Poi aveva smesso di temere, aveva cominciato a vivere semplicemente. Aveva creduto finalmente di essere degna… Perdonami, figlia, perdona se ti ho rubata alla tua vera mamma. Ecco cos’è la mia felicità rubata… — Mammina, — piangeva Olya, — mammina cara. Spero tanto che tu mi senta. Lo sapevo, quasi subito l’ho capito. Quando vivevo con te mi dissero che i dati non erano giusti, che Anna era Ivanovna, e io l’ho trovata, solo per curiosità. È stata lei stessa a rifiutarmi, si è sposata, io ero di troppo, mamma… Lei vive, ha una famiglia, non le importava di me, mamma. Aveva paura, aveva paura che ci vedessero. Mi ha dato dei soldi, mamma… Me ne sono andata, mamma. Ti ricordi, mamma, mi sono ammalata tanto quella volta. Avevo la febbre, ricordi, mammina? Tu, cara, ringrazio Dio d’avermi fatto incontrare te. Ti ho cercata tanto. Sei tu, tu la mia mamma… Quanto sono felice che allora ci sia stato uno sbaglio — o forse non era per nulla uno sbaglio: dall’alto decidono dove mandare le persone, a chi farle incontrare. Come farò a vivere senza di te, mamma… — Olya, Olyetta… — Ivan, lasciala piangere, ha seppellito la madre… *** — Nonna, ma la nonna Anna era buona? — Molto, cara. — E bella? — La più bella, Annetta mia. — È stato qualcuno a chiamarla così? — Non so, forse suo papà o sua mamma. — Il tuo nonno, o la tua nonna l’hanno chiamata così? — Sì, il mio nonno o la mia nonna. — E io, tu mi hai chiamata come la bisnonna? La tua mamma? — Sì, io e il tuo papà, lui voleva tanto bene alla nonna sua. — E lei, mi vede? — Certo che ti vede, ti guarda e ti proteggerà sempre. — Ti voglio bene, bisnonna Annetta, — la bambina lascia una coroncina di margherite sulla tomba della bisnonna. — E io a te, piccola, — sussurra il vento tra le betulle, — e noi tutti a te, mormorano le foglie.

La felicità degli altri

Caterina si aggirava nel suo orto, la primavera era arrivata presto quellanno, anche se era solo la fine di marzo tutta la neve era già scomparsa, sciolta come zucchero nel caffè. Sapeva che il freddo sarebbe tornato, ma per ora il sole la accarezzava così dolcemente che Caterina era uscita allaperto, presa dal desiderio di sistemare la recinzione che stava crollando, o di riparare la tettoia della legna.

Chissà, pensava, magari sarebbe stato bello prendere qualche gallina e un maialino, forse anche un cagnolino e una gatta. Basta, però, basta sogni, disse tra sé e sé con un sorriso stanco. Aveva già fantasticato abbastanza.

Le era venuta una gran voglia di zappare lorto velocemente, mettere mano alle aiuole, respirando lodore della terra scura, come da bambina. Voleva togliersi le scarpe e correre scalza sul terreno appena smosso, affondando fino alle caviglie nella terra umida e calda, soffice come la focaccia della nonna.

Vivremo ancora sussurrò Caterina a nessuno in particolare, come se il vento fosse lunico in grado di ascoltarla.

Buongiorno,

Caterina sobbalzò. Al cancello cera una ragazzina, adolescente, quasi ancora bambina. Un trench grigio, quelli che a volte regalano agli istituti tecnici, scarpe di cattiva fattura, calze color carne troppo leggere per la stagione si sarebbe raffreddata, pensò Caterina, ma le ragazze doggi vogliono già sentirsi grandi. Scarpe leggere, suola sottile, non valgono nulla, annotò mentalmente Caterina.

La ragazza tamburellava i piedi sottili, impaziente.

Ciao, disse Caterina, sbrigativa.

Per favore, posso usare il vostro bagno? chiese la ragazza.

Ah, certo là a destra, poi dietro langolo.

Caterina osservò la ragazza correre via, leggera come una farfalla.

Grazie, mi avete salvata. Sto cercando una stanza in affitto. Non è che voi?

Non ci ho mai pensato ma dimmi, perché?

Non voglio stare in dormitorio bevono, fumano, e i ragazzi entrano dappertutto

E quanto potresti pagare?

Cinque euro non ho altro.

Va bene, entra. Vieni, su

Posso andare ancora in bagno, per favore?

Corri, va

Come ti chiami? chiese Caterina mentre la faceva entrare in casa.

Lucia squittì la ragazza, sottovoce.

Allora, Lucia perché sei venuta da me? Caterina la fissava negli occhi, seria.

Io io la stanza

Lucia, non mentire perché sei qui davvero?

Posso andare di nuovo in bagno?

Ma insomma, che succede?

Non lo so, mi fa troppo male, non ce la faccio più

Corri, dai

Caterina la seguì con lo sguardo, inquieta.

Solo pipì fa male

Capiremo poi. Ora racconta, perché sei qui?

Silenzio, la ragazza si fa coraggio.

Allora, chi ti ha mandato?

Nessuno sono venuta da sola. Tu sei Caterina Rossi?

Sono io, sì

Non mi hai riconosciuta mamma? Sono io, Lucia tua figlia.

Caterina rimase immobile, la schiena dritta come un cipresso, il volto temprato dal vento e dalla fatica senza un fremito.

Lucia sussurrò, figlia mia Lucina

Sì, mammina sono io. In orfanotrofio non mi volevano dare il tuo indirizzo, dicevano che non si può, mamma ma io ho convinto la supplente, sai comè gentile, la professoressa Anastasia Carli. Lei mi ha aiutata, abbiamo fatto una richiesta e poi ecco, nome, cognome, indirizzo labbiamo trovato e adesso eccomi qui.

Le lacrime cadevano sulle guance di Caterina, silenziose.

Lucia Lucina figlia mia

Mamma, mammina! gridò la ragazza aggrappandosi al collo della donna, quanto ti ho cercata, mamma scrivevo lettere e ridevano di me, dicevano che mi hai buttata via come una cosa vecchia Ma io ho sempre creduto in te, sempre, mamma

Caterina abbracciò timidamente quella figlia sconosciuta, le mani callose si stringevano al maglione a grossi punti di Lucia, figlia Lucina

Rimasero così, abbracciate, nessuna voglia di parlare, ormai era tutto chiaro.

Solo più tardi, ricordando quel poco che la nonna le aveva insegnato da bambina, e con la saggezza del dolore, Caterina correva avanti e indietro accendendo lacqua, preparando tisane, coccolando la sua Lucia, la sua bellissima Lucina.

Lucia, figlia, ragione di vita.

Ci sono ancora motivi per vivere, ce ne sono, si diceva Caterina. Forse Dio si era impietosito. Forse non era tutto perduto.

Lorto, il maialino, il cappottino da rammendare; aveva da parte qualche risparmio. Aveva pensato di lasciarsi andare, ma ora cera Lucina, la sua figlia

***

Mamma!

Oh!

Mammina

Dimmi, coccolina.

Lucia prese un panzerotto dal piatto, le guance già più rotonde, la madre laveva vestita graziosa come una bambolina, e anche lei stessa sembrava ringiovanita.

Mammuncciaaaa

E che c’è ora?

Mamma sono innamorata!

Ma va

Sì! Si chiama Marco. È così gentile vorrebbe conoscerti

Io non so

Caterina capì: la felicità stava per finire, il destino dà e subito si riprende.

Mamma, che hai, mamma

Niente, Lucia mia Sei cresciuta troppo in fretta! Non ho fatto in tempo a godermi Scusami, Lucina

Mamma, non dirlo, per favore! Tu sei la mia mamma Ma come ti viene in mente? Noi io e Marco ti daremo dei nipotini, vedrai! Ti voglio bene, mamma! Io ti ho cercata tanto, mamma! Non dirlo mai più

La conoscenza con Marco fu piacevole. Ragazzo di campagna, laborioso, ragionevole. Un bravo ragazzo, pensò Caterina, che sarebbe stata orgogliosa di dare a lui la figlia.

Erano tempi difficili, la miseria faceva capolino tra le case. Cera chi non aveva pane e chi sfamava i cani meglio delle persone.

Ma Caterina, Lucia e Marco non soffrivano. Caterina cuciva bene, quando la fabbrica chiuse entrò in una cooperativa, pagavano discretamente, e così non solo vestiva di tutto punto la sua figliola, ma anche il genero Marco.

Marco non stava mai fermo. Ricostruì la staccionata, cambiò con i fratelli le travi basse della casa, rimise a nuovo il pollaio e lorticello cantava di nuova vita, come quando Lucia, la figlia, era arrivata.

Il cuore di Caterina si sciolse, la voglia di vivere esplose tripla, per tutti quegli anni di silenzio, per tutto quello passato, che cercava invano di dimenticare. Ma di notte, a volte, il dolore stringeva così forte che non riusciva a trattenere i lamenti.

Mamma, mamma? Che succede, hai male?

No, cara Dormi, vai a dormire, piccola

Mamma, posso venire con te?

Certo, Caterina si spostò, lasciando spazio alla figlia accanto a sé nel letto.

Piccolina mia, cuore mio, pensava Caterina. Ma questa è lamore di una madre, grazie Signore grazie per avermelo fatto capire.

Il matrimonio si fece. I giovani rimasero con Caterina: lei fioriva come un papavero e anche al lavoro se ne accorsero. La serissima Caterina Rossi non riusciva più a trattenere il sorriso; sulle guance la primavera.

Avrò un nipotino, lho saputo! bisbigliò alle colleghe. Sono così emozionata!

Che fortuna avere una figlia come Lucia, sospiravano le compagne. Si vede quanto la ama!

Nacque un nipote! Un piccolo Andrea! In onore della mamma di Caterina, nonna della piccola Lucia: dura sì, ma giusta donna, diceva la felice Caterina: Che amore, ragazze!

Non aveva mai tenuto davvero un neonato tra le braccia se non Lucia, tanti anni prima. E ora, adesso, avere Andrea in grembo, il cuore che batte forte in testa: questa è, sì, la felicità.

Solo Andrea e nessun altro era il fulcro dei pensieri di Caterina. Il migliore, il più bello, e nessuno le avrebbe tolto il suo nipotino.

Marco iniziò a costruire una casa grande, una villa vera, con spazio anche per Caterina: come avrebbero potuto mai vivere senza la mamma?

I ragazzi lavoravano bene, Marco e i fratelli aprirono unimpresa edile e poi un negozio di materiali; la vita scorreva tranquilla.

Caterina ebbe unaltra gioia: una nipotina, una bambina questa volta. Quanti vestitini le cucì, quanti abiti preparò! Si chiamava Marina, una vera principessa, sempre in movimento. La loro casa era piena di risate.

Tutto andava bene, se non fosse per quel fastidio al petto che bruciava sempre più spesso

Mamma, mamma, da quanto tempo non lo dici? Dove fa male, dimmi!

Tutto bene, tesoro, tutto bene

***

Tardi, non possiamo più fare nulla

Dottore, ma comè possibile? Era mia madre

Mi dispiace

***

Figlia mia Lucina è il mio tempo, perdonami, ho vissuto troppo da tempo avevano rinunciato a me, ma tu mi hai salvata, quel giorno

Mamma, non parlare così

Lucia, ascolta, è dura . non interrompermi, tesoro Io non sono la tua vera madre. Perdonami

Mamma! Mamma, non lo dire mai più, capito? Sei mia, mia madre vera e basta. Basta, non voglio sentire altro. Hai capito?

Sì sì piccola il mio cuoricino Cè un quaderno, il mio diario perdonami, Lucia Ti voglio bene, figlia.

E io a te, mammina mamma mamma

***

Lucia, dovresti mangiare

Sì, Marco arrivo Vai pure tu

Lucia era rimasta nella vecchia stanza, a leggere il quaderno di Caterina. Vi era riversata tutta la sua vita, senza pietà per sé stessa: dura, sbagliata, piena di rabbia e qualche gioia.

La severa madre, Antonella, padre morto in guerra. Caterina, Annetta, piccola fiorellina ribelle. Si era innamorata di un malvivente, ah che vita spericolata! Divertimento, pericolo, sangue giovane e caldo.

Si era persa con quel malvivente, per tanti anni; e poi la vecchiaia, allimprovviso, la solitudine. Il ladro scomparso nei carceri, il mondo svanito. Avrebbe voluto un figlio, ma lo perse nel gelo mentre aiutava il suo uomo a fuggire: giovinezza e stupidità.

Rimase da sola, senza figli né gatti; la casa lasciata da una madre ormai persa tra i ricordi. I medici dicevano: aspetti, o in chiesa a pregare, a chiedere perdono

E invece Dio aveva mandato questa gioia inattesa, Caterina non aveva voluto lasciarsela scappare.

Voleva anche solo per poco sentire cosa si prova a essere madre, guardare, vivere.

Lucia, la figlia, la sua gioia, il senso della sua esistenza. Mai avrebbe pensato Caterina di vivere tanto, scriveva di sé in terza persona nel diario. Felicità, come tutti, una vita normale.

Ora aveva una figlia, una nipotina, e quasi pensava di aver ingannato persino la malattia.

Perdonami, Signore, per la mia preghiera: lasciami ancora un po, lasciami vedere i miei nipoti crescere, aiutare ancora Lucia

Allinizio Caterina aveva paura che Lucia scoprisse la verità: che non era la vera madre, solo una quasi omonima o per qualche errore burocratico. Poi smise di avere paura e cominciò veramente a vivere. Finalmente credette anche lei di meritare tutto questo.

Perdonami, Lucia, perdonami cara, che ti ho rubata alla tua vera madre. Questa è, la mia felicità rubata

Mamma piangeva Lucia, mamma mia adorata Spero che mi ascolti Io sapevo, quasi subito ho capito. Quando vivevo con te, qualcuno mi disse che i dati non coincidevano: Caterina era di secondo nome Antonietta, la trovai, per curiosità.

Fu lei stessa a rifiutarmi, si era risposata, le davo fastidio. Mamma, lei aveva una nuova famiglia, non si curava di me. Aveva paura di farsi scoprire. Mi diede dei soldi, mamma

Io scappai. Ricordi, mi ammalai tanto. Avevo la febbre, tanta febbre, ti ricordi, mammina? E tu mia cara, io ringrazio Dio di averti incontrata. Quanto a lungo ti ho cercata tu sei la mia unica mamma.

Chissà, forse fu un errore, o forse lassù sanno sempre a chi mandare a chi, dove e quando. Come si può vivere senza di te ora, mamma

Lucia, Lucina

Marco, lasciala piangere ha appena salutato sua madre

***

Nonna, ma la nonna Caterina era buona?

Buonissima, tesoro

E bella?

La più bella, Caterina mia.

Ma chi le ha dato questo nome?

Non lo so, forse tuo nonno o la nonna.

Tuo nonno oppure tua nonna?

Sì, tesoro, proprio loro.

E io mi chiamo come la bisnonna? Come la tua mamma?

Sì, io e il tuo papà ti abbiamo chiamata così, lui adorava la sua nonna.

Lei mi vede ora?

Certo tesoro, sempre e ti aiuterà sempre.

Ti voglio bene, bisnonna Caterina, sussurra la bambina, posando una corona di fiori sul marmo della tomba tra le margherite.

Io ti voglio bene, piccola, fruscia il ramo di betulla, e noi tutti ti vogliamo bene, sussurra il vento nel giardino, nella strana e dolce logica dei sogni.

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La felicità rubata Anna si dava da fare nel suo orto: quest’anno la primavera era arrivata presto, era solo fine marzo e già tutta la neve era sciolta. Sapeva che sarebbe tornato il freddo, ma intanto il sole scaldava così tanto che Anna era uscita in giardino e aveva sentito il desiderio di fare qualcosa: raddrizzare la staccionata che ormai pendeva, aggiustare il deposito della legna. Forse sarebbe stato il momento giusto per prendere delle galline, un maialino, magari anche un cane e un gatto. Basta, si è già divertita abbastanza, pensava Anna sorridendo di se stessa, ora basta davvero. Aveva una gran voglia di arare l’orto e dedicarsi alle aiuole, sentire il profumo della terra come da bambina, togliersi le scarpe e correre scalza sulla terra appena lavorata, affondando le dita tra il terreno umido e morbido come la piuma. — Vivremo ancora, — disse Anna a voce alta, chissà a chi. — Buongiorno. Anna sobbalzò: al cancello c’era una ragazzina, un’adolescente, praticamente una bambina. Indossava un impermeabile grigio — Anna li riconosceva, li davano agli studenti degli istituti tecnici — scarpette leggere, calze color carne. Non era tempo di vestire così leggera, pensò Anna, è proprio giovane, si prenderà un malanno, quelle scarpe sono di carta, roba scadente… La ragazzina si muoveva da una gamba all’altra. — Ciao, — disse Anna secca. — Mi scusi, posso andare da lei… al bagno? — Eh beh, vai pure. Dritto e poi dietro l’angolo. Anna osservava incuriosita la ragazzina mentre correva via. — Grazie, mi ha salvata. Sto cercando un appartamento, non affitta mica una stanza? — Non ci avevo pensato, e perché ti serve? — Vorrei affittare una stanza, non mi va il convitto: fumano, bevono e i ragazzi girano dappertutto. — E quanto pensi di pagare? — Cinque rubli… di più non ho. — Su, entra, sù, dai. — Oh, posso andare di nuovo al bagno? — Vai pure… — Come ti chiami? — chiese Anna mentre la faceva entrare. — Olya, — squittì la ragazza, — Olya. Ecco. Allora… Olya, perché sei venuta? — Io… cerco una stanza… — Non dirmi bugie, Olya. Perché sei venuta veramente? — Oh, posso andare ancora… — Ma insomma, che hai ragazza? — Non so, — piangeva la ragazza, — non ce la faccio a resistere. — Vai pure… Anna la seguì con lo sguardo. — Devi farla così spesso? O anche altro? — No, solo pipì, brucia tutto… — rispose scuotendo la testa. — Ma ora parliamo, dimmi perché sei venuta. Silenzio, la ragazza cerca le parole. — Allora? Ascolto. Se fosse per rubare, qui non c’è proprio niente. Chi ti ha mandato? — Nessuno, sono venuta io. Lei… è Anna Paola Samoilova? — Io? Sì… — Lei… non mi ha riconosciuta… mamma? Sono io, Olya… tua figlia. Anna sedeva con la schiena dritta, sul suo volto segnato dal freddo e dal vento non si mosse un muscolo. — Olya… — sussurrò la donna, — figlia mia… Olyetta… — Sì, sì, mammina… sono io… Non mi hanno mai dato il tuo indirizzo in orfanotrofio, dicevano che non era possibile, mamma… Ma io ho chiesto aiuto a una maestra, Anastasia Sergeevna, una bravissima persona, mi ha aiutata, hanno fatto una richiesta, ho scoperto il tuo nome e cognome, poi abbiamo trovato l’indirizzo e ora… sono qui. Anna restò immobile, lacrime le scendevano sulle guance. — Olya, Olyetta… figlia mia… — Mamma, mammina, — gridò la ragazza stringendola al collo, — quanto tempo ti ho cercata, mamma. Ho scritto lettere, ridevano, dicevano che mi avevi abbandonata, data via come una cosa… Ma io ci ho sempre creduto, mamma… Ti ho sempre amata… Anna abbracciava timidamente quella ragazza in lacrime, le sue mani dure e segnate dalle callosità accarezzavano la maglia grossa della figlia, Olya… la sua bambina, Olyetta… Restarono abbracciate, senza bisogno di dire nulla. Poi, più avanti, ricordandosi di quello che la nonna le aveva insegnato da piccola, e forte della sua esperienza, Anna si affaccendò, scaldò l’acqua, preparò l’infuso di finocchio, curò la figlia, la sua bella Olyetta. Olya, figlia mia, senso della vita. Adesso ho uno scopo per vivere, sì… Dio ha avuto pietà, non è ancora tutto perduto… L’orto, il maialino, una giacchetta nuova da cucire. Aveva qualcosa da parte. Era stata sciocca, ormai pensava che fosse giunta la sua ora… Ma ora c’era la sua Olyetta… *** — Mamma — Eh — Mammina… — Dai, parla, furbetta. Olyetta prese una focaccina dal tavolo, che le aveva preparato mamma: ormai le guance erano piene, la madre l’aveva vestita come una bambolina, e anche lei sembrava ringiovanita. — Mamucciaaaa — Ma che c’è, eh. Mamma, mi sono innamorata! — Oh bella! — Eh già. Mamma, è così buono. Si chiama Ivano, è così… Vuole conoscerti… — Io… non so, non so… Ma dentro pensò che i giorni felici erano finiti, il Signore dà e il Signore toglie. — Mamma, che hai? — Niente, piccola mia, niente, tesoro. Sei cresciuta in fretta, troppo in fretta. Non ho fatto in tempo a goderti, a vivere con te… scusami, Olyetta… — Ma mamma, mammina, come puoi… Dai, non ti viene neanche in mente, eh? Io e Ivan ti daremo dei nipotini… ti voglio bene, mamma, tanto bene. Lo sai quanto ti ho cercata. Siamo insieme, mamma, non lasciarmi… L’incontro andò bene. Ivan, un ragazzo di campagna, lavoratore e ragionevole, piacque ad Anna, pensò che era proprio quello giusto per sua figlia. Erano tempi duri, c’era chi non aveva da mangiare e chi trattava i cani meglio delle persone. Ma Anna, Olya e Ivan non se la passavano male: Anna cuciva bene, quando la fabbrica chiuse entrò in una cooperativa, pagavano bene, vestiva la figlia tutta alla moda, pure il genero Ivan. Ivan non stava mai fermo, riparò la staccionata, sistemò le travi della casa con i fratelli, aggiustò la stalla del maiale: la casetta si rianimò, cantava di nuovo, ancora più di quando Olyetta era tornata. Il cuore di Anna si era sciolto, riscaldato. Aveva voglia di vivere come mai prima per tutti quegli anni passati, per tutto quel passato vergognoso che cercava di dimenticare, che a volte le tornava in mente solo di notte, tanto da farsi male al cuore. — Mamma, che c’è? Ti fa male qualcosa? — No, figlia, dormi pure… dormi, cara… — Mamma, posso stare con te? — Certo, — Anna si mise tutta contro la parete, facendo posto alla figlia. Piccola mia, bambina mia, il mio cuore trabocca d’amore. Ecco cos’è l’amore di una madre, grazie Signore, grazie per avermelo fatto conoscere. Celebrarono il matrimonio, i ragazzi restarono a vivere con Anna che sbocciava come un papavero. Anche a lavoro se ne erano accorti: la serissima Anna Paola ora non riusciva più a trattenere il sorriso, le sue guance erano rosse come mai. — Un nipote o una nipotina, — sussurrò alle colleghe — che emozione. — Sei proprio fortunata con tua figlia, Anna Paola, — sospiravano le altre — vi volete proprio bene. Un nipote! Era nato, Antonello! … In onore di mia madre, la nonna di Olya, donna severa ma giusta, — diceva Anna felice — bello come il sole, ragazze. Io bambini in braccio non ne ho mai avuti… Beh, dopo Olyetta non era più capitato, erano passati tanti anni. Lo tengo ora questo nipotino e mi sembra che il cuore batta in testa: ecco cos’è davvero la felicità. Tutti i pensieri erano ormai per Antonello. Il migliore, il più bello. E lui, il nipotino della nonna, non voleva stare lontano da lei. Ivan ebbe un’altra idea: costruì una casa più grande, anche Anna aveva il suo spazio, come poteva mancare? Non avrebbero mai vissuto senza la mamma. Gli sposi lavoravano, Ivan e i fratelli misero su un’impresa di costruzioni, aprirono un negozio di materiali, vivevano serenamente… Poi un’altra bella notizia, arrivava una bimba, una nipotina. Quanti vestitini aveva cucito Anna per la sua Marinetta, quanti abiti preparati. Marina, la bambina. Una bambina bellissima. Nella casa c’era sempre il suono delle risate dei bambini. Tutto andava bene per Anna, solo che aveva spesso bruciori al petto, forti. — Mamma, mamma, non hai detto nulla! Dove ti fa male? Dove? — Va tutto bene, figlia mia, va tutto bene… *** … Ormai è tardi, non c’è più nulla da fare. — Dottore, dottore, com’è possibile, è… è la mia mamma… — Mi dispiace, capisco… *** — Figlia mia, Olyetta… è la mia ora, perdonami, ho vissuto già troppo. Loro mi avevano già dimenticata, ma tu mi hai salvata allora, sei venuta da me, amore mio… — Mamma, non dirlo… — Devo dirti… è faticoso, non interrompermi, tesoro… Io non sono tua mamma, Olya. Perdonami… — Mamma! Mamma, non dire mai più così, mai con nessuno! Tu sei mia, e basta! Non voglio sentire altro, sei la mia mamma, solo la mia… chiaro? — Sì, sì… figlia… Ho capito, amore mio… C’è il quaderno, il mio diario… Perdonami, Olya. Ti voglio tanto bene. — Anch’io, mammina… Mamma… mamma… *** — Olya, mangia qualcosa… — Sì, Ivan… ora… Vai pure. Olya sedeva nella stanza della madre, leggeva quello che la mamma aveva chiamato “quaderno”. Era la sua vita, quella di Anna. Spietata, storta, marcia ma anche gioiosa. Madre severa, Antonia Carponi, padre morto in guerra. Annina, Anna, Annetta-fiorellino. Si era innamorata di un ladro, eh, vita da scapestrata. Divertimento, pericolo, sangue nelle vene. Era scappata con lui… E dopo, il burrone… Un abisso che l’aveva inghiottita per anni, poi la vecchiaia, arrivata all’improvviso. Saltellava come una cicala. Il ladro finì in galera, nessun parente al mondo… Quel bambino che avrebbe potuto crescere… ma si era presa una polmonite nella neve durante la fuga. Gioventù, stupidità. Aveva perso tutto, anche la sua femminilità… Né figli, né gattini, le era rimasta solo la casa della madre. Si era fermata, aveva ricominciato a vivere, a fatica… I medici le avevano detto di aspettare, o… o andare in chiesa, pregare, chiedere perdono, era dura… E poi un dono inaspettato, quella gioia, non poteva lasciarsela scappare. Pensava: magari sarò mamma, sentirò cosa vuol dire. Figlia mia, Olyetta, luce della mia vita, non pensavo di vivere tanto — scriveva parlando di sé in terza persona — la felicità, una felicità rubata, come tutti, vivo e lavoro. Una figlia, la mia anima, il mio cuore. E anche la malattia sembrava passata. Perdonami, Signore, per ciò che ho chiesto; lasciami vivere, coccolare i nipoti, aiutare mia figlia… All’inizio aveva paura che Olya scoprisse la verità: non era la madre vera, solo una omonima, magari c’era stato uno scambio. Poi aveva smesso di temere, aveva cominciato a vivere semplicemente. Aveva creduto finalmente di essere degna… Perdonami, figlia, perdona se ti ho rubata alla tua vera mamma. Ecco cos’è la mia felicità rubata… — Mammina, — piangeva Olya, — mammina cara. Spero tanto che tu mi senta. Lo sapevo, quasi subito l’ho capito. Quando vivevo con te mi dissero che i dati non erano giusti, che Anna era Ivanovna, e io l’ho trovata, solo per curiosità. È stata lei stessa a rifiutarmi, si è sposata, io ero di troppo, mamma… Lei vive, ha una famiglia, non le importava di me, mamma. Aveva paura, aveva paura che ci vedessero. Mi ha dato dei soldi, mamma… Me ne sono andata, mamma. Ti ricordi, mamma, mi sono ammalata tanto quella volta. Avevo la febbre, ricordi, mammina? Tu, cara, ringrazio Dio d’avermi fatto incontrare te. Ti ho cercata tanto. Sei tu, tu la mia mamma… Quanto sono felice che allora ci sia stato uno sbaglio — o forse non era per nulla uno sbaglio: dall’alto decidono dove mandare le persone, a chi farle incontrare. Come farò a vivere senza di te, mamma… — Olya, Olyetta… — Ivan, lasciala piangere, ha seppellito la madre… *** — Nonna, ma la nonna Anna era buona? — Molto, cara. — E bella? — La più bella, Annetta mia. — È stato qualcuno a chiamarla così? — Non so, forse suo papà o sua mamma. — Il tuo nonno, o la tua nonna l’hanno chiamata così? — Sì, il mio nonno o la mia nonna. — E io, tu mi hai chiamata come la bisnonna? La tua mamma? — Sì, io e il tuo papà, lui voleva tanto bene alla nonna sua. — E lei, mi vede? — Certo che ti vede, ti guarda e ti proteggerà sempre. — Ti voglio bene, bisnonna Annetta, — la bambina lascia una coroncina di margherite sulla tomba della bisnonna. — E io a te, piccola, — sussurra il vento tra le betulle, — e noi tutti a te, mormorano le foglie.
Uno sconosciuto nella mia casa