Non ha fatto in tempo a cominciare, eppure ha già perso

Marco, mi dirai finalmente oppure no? Valeria Bianchi strappò il figlio dalla porta della sua stanza. Ti vedo sparire in giro ogni sera, a volte anche di notte. Pensi che non mi accorga di nulla?

Marco si fermò, la mano ancora appoggiata alla maniglia. Ventidue anni e ancora non era riuscito a mentire alla madre o forse non voleva farlo. Valeria scrutò il suo volto, notando ogni minimo dettaglio: il rossore sulle guance, lo sguardo che scivolava altrove, il tremolio delle dita sul metallo freddo.

Mamma, non è che balbettò Marco.
Non è una questione di non è che. Ho il diritto di sapere con chi esce mio figlio?

Marco sospirò, le spalle caddero. Si era sempre piegato sotto il suo peso. Valeria lo sapeva bene e, con pazienza, estrasse la verità a gocce lente.

Si chiama Ginevra disse, alla fine.

Quellattimo fece gelare il sangue di Valeria. Non il nome in sé, comune, ma il modo con cui suo figlio lo aveva pronunciato: dolce, quasi un gioiello che rotolava tra le labbra. Le labbra tremarono, gli occhi si rischiararono per un istante, e tutto il suo essere sembrò illuminarsi da dentro.

Ginevra ripeté Valeria, assaporando il nome. Unamarezza si insinuò nel petto.

Marco annuì e, con un leggero passo, entrò nella sua stanza. La porta si chiuse silenziosa, ma Valeria rimase a lungo nel corridoio a fissare il bianco sbiadito della parete intorno alla serratura.

Ginevra

Era comparsa una Ginevra, e per il modo in cui il suo cicciolino, il suo Marco, la chiamava, pareva tutto serio.

Valeria si diresse verso la cucina, accese il bollitore con un gesto meccanico. Le mani cercarono la tazza, lo zucchero, il tè. Azioni abituali, ma nella mente un caos. Per ventidue anni era stata tutto per il figlio: lunica donna importante. Il padre era sparito prima ancora della sua nascita, così Marco era cresciuto solo con lei. Laveva cresciuto da sola, privata di sonno, di pasti, di se stessa. E ora

Una punta di gelosia le trafisse le costole, acuta e spietata. Premette la mano sul petto, come a voler soffocare il dolore. Che sciocchezza, pensò. Aveva quarantacinque anni, ormai adulta, e doveva accettare che il figlio potesse scegliere una compagna. Capire con la ragione era una cosa; accettare con il cuore, unaltra.

Per ventidue anni era stato il centro del suo universo. Condividevano tutto: il primo 2, la prima rissa, il primo bacio con Laura della classe accanto. E adesso adesso lui le nascondeva unintera vita.

Il bollitore fischiò, si spense. Valeria non si mosse.

Nei giorni seguenti osservò Marco con attenzione. Partiva presto, tornava tardi, scriveva senza sosta a qualcuno, sorridendo al cellulare. Prima quel sorriso era riservato a lei. Ogni sorriso le appariva come una spina sotto lunghia.

Invitalo a cena disse una sera, cercando di far suonare la voce ferma.

Marco sollevò lo sguardo dal piatto di minestrone.

Chi?
Ginevra. Vorrei conoscerla.

Lui rimase immobile, il cucchiaio a mezzaria. Una goccia di minestrone macchiò la tovaglia.

Mamma, non è forse un po presto? balbettò.
Presto? alzò le sopracciglia Valeria. Da quanto tempo siete insieme? Tre mesi? Quattro? E già vuoi presentarla?

Marco posò il cucchiaio. Lappetito era sparito.

È solo non lo so. È
Che cosa? Ti vergogni di me? O di lei?
Nessuno mi vergogna!
Allora invita. Sabato, alle sette. Preparerò qualcosa di buono.

Vide il figlio cercare scuse, senza trovarne. Alla fine le spalle di Marco si abbassarono e annuì.

Il sabato Valeria si preparò come per una battaglia. Pensò al menù, alle domande, provò intonazioni davanti allo specchio. Una giovane ragazza, probabilmente venti anni, al massimo ventidue. Forse un po infantile, con labbra gonfiate e ciglia finte. Valeria ne aveva viste di tutti i tipi nella sua vita. Facili da mettere al loro posto, a mostrare chi comandava in quella casa. Bastavano un paio di osservazioni taglienti, qualche sguardo significante, e la ragazza sarebbe scappata, coda tra le gambe.

Si immaginava la suocera temibile dei telefilm, autoritaria, che non concede tregua alla nuora. Quel ruolo le piaceva; se lo meritava. Ventidue anni di maternità le davano quel diritto.

Sabato sera la tavola fu apparecchiata con una tovaglia bianca, il servizio di porcellana conservato per le occasioni speciali. Il pollo arrosto riempiva lappartamento di un profumo mozzafiato, le insalate scintillavano nei piatti di cristallo. Tutto perfetto, tutto sotto controllo. Un bussare alle porte.

Valeria sistemò il blazer, controllò la pettinatura e andò ad aprire. Spalle dritte, mento leggermente alzato, un sorriso di cortesia sulle labbra.

La porta si spalancò

Sul soglia cera una donna, non una ragazzina. Una trentacinquenne, forse un po più giovane. Capelli scuri acconciati elegantemente, una sottile catena doro al collo con un ciondolo, un vestito semplice ma evidente di buona fattura. Gli occhi: calmi, sicuri, leggermente ironici.

Credo vi siate sbagliate indirizzo disse Valeria con un tono asciutto.

La donna alzò un sopracciglio, e in quel momento si udirono i passi di Marco nel corridoio. Il suo volto Dio, il suo volto! Brillava come un bambino davanti al presepe di Natale.

Ginevra! corse verso lospite, la stringeva, la baciava sulla testa. Sono così felice che sei venuta. Avevo paura che cambiassi idea

Valeria rimase lì, il mondo intorno a lei sembrava muoversi al rallentatore. Ginevra. Quella donna, adulta, probabilmente trentanni, era proprio Ginevra.

Lo shock la paralizzò per alcuni secondi eterni. I pensieri si urtavano, si sbriciolavano. Aveva atteso una ragazza giovane, e aveva ricevuto una sua pari età. Una donna che sembrava fatta per Marco

Prego, entrate sentì la sua voce, secca e straniera.

Al tavolo calò il silenzio. Valeria distribuiva linsalata senza alzare lo sguardo. Le frasi preparate, le domande astute, tutto svanì. Si era pronta a interrogare una fanciulla, non questa donna.

Ginevra sedeva di fronte a lei, con una calma e una sicurezza che quasi facevano piangere. Nessuna traccia di imbarazzo, nessun accenno a disagio. Come se avesse già cenato nelle case di molte future suocere.

Che lavoro fate? riuscì a strappare Valeria.
Ho il mio studio di interior design. Progetto interni, soprattutto per ristoranti e hotel. rispose Ginevra.

Certo, il suo studio, una donna indipendente, di successo. Eppure, una donna di trentanni che ha iniziato una storia con un ventidueenne

Marco osservava Ginevra come se fosse lunica fonte di luce nella stanza. Valeria, vedendo quel sguardo, capì: il figlio era sparito, per sempre.

Da quanto tempo state insieme? chiese, cercando di non far trapelare il veleno nella domanda.
Cinque mesi rispose Ginevra. Ci siamo conosciuti a una mostra darte contemporanea. Marco ha un occhio fine per la pittura; mi ha subito colpita.

Cinque mesi. Per tutto quel tempo Marco le aveva tenuto nascosta quella relazione.

Non vi preoccupa la differenza detà? incalzò Valeria, guardando nei suoi occhi grigi.

Ginevra bevve un sorso dacqua, con calma, con dignità.

Letà è solo un numero sul documento. Ciò che conta è il sentimento. Marco è un uomo adulto; ha scelto me, ed io ho scelto lui. Cè vero amore, Valeria, unintesa rara a qualsiasi età.

Marco pose la sua mano sulla sua, un gesto semplice, dolce, più doloroso di mille parole per Valeria.

Lhai sedotta! esplose. Una donna esperta, un ragazzo giovane. Lhai stregato
Mamma! lo interruppe Marco, la voce dura.

Il volto di Marco si trasformò, da dolce a duro, una durezza che Valeria non aveva mai visto.

Non parlerai così con Ginevra. Né adesso, né mai. Ti proibisco!
Marco
No. si alzò dal tavolo. Aspetta un attimo.

Rientrò nella sua stanza. Valeria rimase seduta di fronte a Ginevra, avvolta in un silenzio assordante. Ginevra non distolse lo sguardo, non si mosse, non tentò di stemperare la tensione. Solo aspettava, con una calma che quasi faceva urlare Valeria.

Marco tornò dopo un minuto, una piccola scatola di velluto in mano.

No. Nonono!

Marco si inginocchiò davanti a Ginevra. La scatola si aprì, e sotto la luce del lampadario brillò una pietra incastonata in un sottile anello doro.

Non mi importa cosa pensi la gente. Ciò che conta è te. Sposami, Ginevra.

Lei sorrise, ampia e felice, con una tenerezza negli occhi che fece voltare le spalle a Valeria.

Sì.

Si abbracciarono, e il mondo di Valeria si spezzò a metà.

Il resto accadde in una nebbia. Marco impacchettò le cose di Ginevra la borsa, la sciarpa scambiò parole sussurrate, poi se ne andò. La porta di casa si chiuse con un lieve clic. Valeria rimase seduta al tavolo, ancora pervinto dal profumo di pollo e insalate, a guardare tre piatti, tre calici, tre posate.

Aveva perso.

Non era ancora iniziata la serata, e già aveva perso. Voleva essere la suocera temibile, controllare la giovane sposa, imporre le regole. Invece aveva trovato una donna che non si poteva mettere al suo posto, che non aveva paura, non si giustificava, non supplicava.

Il silenzio dellappartamento gravava sulle sue spalle.

Allimprovviso Valeria comprese: Marco non era fuggito solo verso Ginevra. Era fuggito da lei. Dalla sua morsa, dal suo amore soffocante, dal suo io so meglio. Ed ora Marco correva verso una donna che lo vedeva come un uomo, non più come un eterno ragazzino.

Il pollo si raffreddava. Le insalate si seccavano nei piatti. E Valeria, da sola nella sua casa perfettamente ordinata, per la prima volta dopo tanti anni, non sapeva più che fare.

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Non ha fatto in tempo a cominciare, eppure ha già perso
Abbiamo vissuto insieme 35 anni: io ho 55 anni, lui 57. Un figlio e due splendide figlie, dall’esterno sembravamo la famiglia perfetta, ma la realtà era ben diversa. Mio marito non lavorava quasi mai, aiutava un amico come meccanico, e per il resto del tempo stava davanti alla TV a lamentarsi di tutto: dal governo alla nuova auto dei vicini, fino a criticare me perché la casa non era mai abbastanza pulita per i suoi gusti. Questi continui mugugni sono diventati la colonna sonora della mia vita, finché un giorno se n’è andato con una donna più giovane di 40 anni. Il dolore è stato fortissimo, ma contro ogni previsione—mia e di tutti—ho fatto qualcosa che ha cambiato la mia vita. Ho capito in fretta che la sua partenza era in realtà una liberazione. Ora sono sola, ma finalmente davvero libera. Sto bene, non sento il bisogno di una nuova relazione e ho imparato che troppo spesso, in coppia, pensiamo solo all’altro e troppo poco a noi stessi. Ho vissuto solo per marito e figli, dimenticandomi di me. Solo oggi capisco che in una relazione è fondamentale occuparsi anche di sé stessi. Lui si era abituato a darmi per scontata e, quando io ho avuto bisogno di sostegno, ha solo pensato a sé. Dopo il divorzio, le mie figlie sono diventate la mia forza e mi hanno ricordato che la vita va avanti. Ora ho finalmente tempo per me stessa, so godermi la vita e sono felice anche senza un marito. Ho preso una decisione precisa: non lo perdonerò mai e non lo riaccoglierò mai più nella mia vita.