Mio marito tornò a casa con un vecchio amico, deciso a ospitarlo per una settimana, e alla fine ci ritrovammo entrambi fuori dalla nostra abitazione.
Francesca, che fai lì impietrita sullingresso? Vieni, non essere riservata! Ti presento Giuseppe, il mio compagno di naja, te ne ho parlato mille volte. Ti ricordi quella storia con il camion militare? Ecco, proprio lui, in carne e ossa!
Francesca restava bloccata sulla soglia, le buste della spesa serrate tra le dita, il cuore che le cadeva nello stomaco. La casa, che al mattino profumava di pulito e di lavanda, ora era satura di fumo stantio, vino rosso e calzini sudati.
Nel corridoio, davanti allattaccapanni, si piazzava un uomo robusto, con una maglietta slabbrata e pantaloni da tuta sformati. Sorrise, mostrando un dente mancante, e le porse una mano enorme.
Piacere, padrona di casa! tuonò. Ho sentito parlare tanto di te. Paolo non fa che vantarsi di quanto sia fortunato ad avere una moglie così bella e sveglia. Piacere, sono Giuseppe.
Francesca annuì senza entusiasmo, ignorando la mano, e si rifugiò in cucina. Paolo, il marito, la seguì con un sorriso imbarazzato.
Fra, non arrabbiarti se non ti ho avvisata sussurrò appena chiusa la porta. È successo un casino… La moglie di Giuseppe lha buttato fuori. Una serpe, lui le ha dato tutto e lei… Insomma, non ha dove andare. Gli ho detto che può stare da noi una settimana, finché non trova una sistemazione o non si rimette con la moglie.
Francesca posò le buste sul tavolo e fissò Paolo con occhi stanchi.
Paolo, una settimana? Abbiamo solo due stanze. Dove dorme, sullo zerbino?
Dai, non essere così rigida si offese Paolo. Siamo persone perbene. Mettiamo la branda in cucina. O io dormo per terra e lui sul divano. È ospite, ha bisogno di conforto, sta passando un brutto periodo.
E io dovrei sopportare uno sconosciuto in casa mia? ribatté lei a voce bassa ma ferma. Lavoro tutto il giorno, torno e vorrei rilassarmi, non inciampare in Giuseppe.
Fra, non essere di marmo! Paolo alzò le mani. È come un fratello! Non posso lasciarlo per strada. Solo una settimana, te lo giuro. È tranquillo, non ti accorgerai nemmeno che cè.
Dalla sala arrivò una risata fragorosa, seguita dal volume assordante della TV.
Tranquillo, dici? Francesca sollevò un sopracciglio.
È solo agitato, si sta sfogando si affrettò Paolo. Per favore, per me. Fai questo sforzo. Solo una settimana.
Francesca sospirò. Amava suo marito, anche se spesso era troppo accondiscendente. E non sapeva negare aiuto a chi era in difficoltà.
Va bene cedette. Ma solo una settimana. Lunedì prossimo non deve più essere qui. E niente feste, domani lavoro.
Sei un angelo! Paolo le diede un bacio sulla guancia e corse dallamico.
Francesca rimase in cucina a sistemare la spesa. Aveva pensato di preparare uninsalata fresca e pollo arrosto per cena e pranzo del giorno dopo. Ma ora doveva cambiare programma: due uomini affamati non si sarebbero accontentati di insalata. Bisognava pelare patate e friggere carne.
Quando li chiamò a tavola, Giuseppe entrò come se fosse a casa sua. Spostò la sedia con decisione, si sedette e si allungò verso il pane.
Ah, pollo! grugnì soddisfatto. Rispetto. La mia Rosa, quella serpe, mi dava solo minestroni. Dieta, diceva. Ma un uomo ha bisogno di carne, per la forza!
Prese il pezzo più grande di pollo con le mani, senza aspettare la forchetta, e cominciò a mangiare voracemente, spargendo briciole sulla tovaglia pulita. Francesca fece una smorfia, ma rimase in silenzio.
Paolo, non abbiamo niente da bere? chiese Giuseppe a bocca piena. Un brindisi per lospitalità?
Eh, Giuseppe, qui non si beve durante la settimana… tentò Paolo, lanciando unocchiata alla moglie.
Ma dai! Non fare il bacchettone! rise Giuseppe, dando una pacca a Paolo che quasi finì col muso nel piatto. La padrona capirà, è un momento difficile!
Francesca si alzò in silenzio, prese dal frigo una bottiglia di grappa rimasta da Capodanno e la posò sul tavolo con un colpo secco.
Questo è tutto disse fredda. E non ce ne sarà altro.
La cena si svolse in un clima di complicità maschile, dove Francesca era unestranea. Giuseppe raccontava storie infinite della naja, intervallate da lamentele sulle donne che ormai non hanno più limiti. Paolo rideva e lo guardava con ammirazione. Francesca mangiò in fretta e si rifugiò in bagno per un po di pace.
La notte fu un tormento. Giuseppe, come promesso, dormì sul divano. I coniugi si arrangiarono con un materasso a terra. Francesca si rigirò a lungo, mentre dal divano arrivava un russare così potente da far tremare i muri.
Paolo sussurrò nel buio. Fai qualcosa. Non riesco a dormire.
Che posso fare? Non posso svegliarlo borbottò Paolo assonnato. Gira dallaltra parte, ti abituerai.
Francesca non si abituò. Al mattino si alzò stanca, con il mal di testa. In cucina la aspettava una montagna di piatti sporchi, briciole ovunque e la padella vuota. Tutto il pollo e le patate, pensati per due giorni, erano spariti.
Si sono alzati di notte, avevano fame spiegò Paolo, ancora mezzo addormentato. Due uomini grandi, il fisico chiede. Non arrabbiarti, stasera compro i tortellini.
Paolo, sto facendo tardi al lavoro, non ho tempo di lavare tutto questo disse Francesca, trattenendo le lacrime. Pulite voi.
Certo, ci pensiamo noi! promise Paolo con entusiasmo.
La sera Francesca tornò a casa con il cuore pesante. Sperava che i due avessero mantenuto la parola e che la casa fosse in ordine. Ma appena aprì la porta capì che aveva sperato invano.
Cerano altre scarpe nellingresso. Dalla sala arrivavano voci: erano in tre o quattro. Odore di cipolla fritta e birra economica.
Entrò in soggiorno. Attorno al tavolino cerano Paolo, Giuseppe e due sconosciuti. Il tavolo era coperto di lattine, sacchetti di patatine e pesce. Sul pavimento squame di pesce. La TV urlava una partita di calcio.
Ah, è arrivata Francesca! Paolo si alzò barcollando. Guardiamo la partita! Giuseppe ha invitato i vicini, gente simpatica!
Francesca osservò la compagnia. I simpatici sembravano clienti fissi di un bar di periferia.
Fuori tutti disse piano.
La stanza si fece più silenziosa, ma nessuno si mosse. Giuseppe si adagiò sul divano il suo divano, coperto dalla sua coperta preferita, ora macchiata di unto.
Paolo, che moglie severa hai! sogghignò. Non lascia rilassare gli uomini. Dovresti metterla in riga. Comanda troppo.
Paolo arrossì, guardò lamico, poi la moglie. Voleva fare il duro davanti ai nuovi amici.
Fra, che scenate fai davanti a tutti? Vai in cucina, prepara qualcosa, noi finiamo la partita e poi andiamo. Non farmi fare brutta figura.
Francesca sentì il pavimento mancarle sotto i piedi. Suo marito, sempre premuroso, ora per compiacere un cafone era diventato un estraneo.
Ho detto: fuori tutti ripeté più forte. Questa è casa mia. Non tollero un covo qui dentro.
Tua, mia, che importa? Siamo famiglia! protestò Paolo, la voce incrinata. Giuseppe è mio ospite! Ho diritto!
Giuseppe si alzò, barcollando. Era una testa più alto di Francesca e il doppio più largo.
Senti, padrona, abbassa i toni. Tuo marito ha parlato: vai in cucina e non disturbare chi si diverte.
Francesca non cedette. Prese il telefono.
Avete un minuto per uscire. O chiamo i carabinieri.
I vicini, più svegli di Giuseppe, si scambiarono uno sguardo, raccolsero la birra e uscirono in fretta, borbottando di impegni e mogli in attesa.
Giuseppe sputò sul tappeto (il suo tappeto!) e guardò Paolo.
Sei proprio uno zerbino, Paolo. Tua moglie ti comanda a bacchetta. Io una così lavrei già rimessa a posto. Andiamo a fumare sul pianerottolo, qui non si respira.
Uscirono sbattendo la porta. Francesca rimase sola nella stanza devastata. Guardò le squame sul tappeto, le macchie di birra sul tavolo, la pila di piatti che era raddoppiata.
Cominciò a pulire. Con rabbia raccolse la spazzatura, passò laspirapolvere, lavò i pavimenti. Aprì tutte le finestre per cacciare quellodore nauseante. Quando la casa tornò vivibile era già notte fonda. Il marito e lamico non tornarono.
Rientrarono allalba. Ubriachi, rumorosi, arroganti.
Oh, la regina dorme! urlò Giuseppe entrando. Noi abbiamo fatto baldoria! Ci voleva!
Paolo rideva, cercando di togliersi le scarpe, ma inciampò nei lacci.
Francesca uscì in vestaglia.
Andate a dormire disse stanca. Parliamo domani.
E se non voglio dormire? sbottò Giuseppe. Magari voglio continuare la festa! Paolo, dovè la musica? Accendi!
Si avvicinò allo stereo.
Non provarci disse Francesca. Sono le tre di notte. I vicini chiameranno i carabinieri.
Me ne frego dei vicini! Sono un uomo libero! Giuseppe, barcollando, si avvicinò a Francesca. E tu, gallina, non comandare!
Paolo stava appoggiato al muro, sorridendo come uno sciocco.
Giuseppe, lei ha carattere bofonchiò. Una donna di fuoco!
Giuseppe afferrò Francesca per una spalla.
Carattere? Ora lo sistemiamo…
Francesca si divincolò e lo spinse. Lui cadde, buttando giù lattaccapanni.
Fuori! gridò lei. Tutti e due fuori!
Ma che fai, Fra? Paolo smise di sorridere. Cacci me? Tuo marito?
Un marito non ce lho più. Solo il compare di un ubriacone. Andatevene!
Ma vaff… Giuseppe si rialzò, massaggiandosi il fianco. Paolo, andiamo. Non restiamo in questo buco. Ho unidea, andiamo da Tiziana, lei sì che è una donna, non come questa…
Paolo, barcollando, guardò la moglie. Nei suoi occhi annebbiati passò un dubbio.
Fra, fai sul serio? È notte… Dove andiamo?
Non mi interessa. Da Tiziana, da Maria, in stazione. Lascia le chiavi sul mobile.
Ah sì? Paolo si gonfiò di orgoglio ubriaco, sostenuto dallamico. Va bene! Me ne vado! Vedrai che ti pentirai! Tornerai a supplicare! E io ci penserò! Andiamo, Giuseppe! Qui non ci apprezzano!
Uscirono senza nemmeno prendere le cose. Paolo in jeans e maglietta, Giuseppe nella solita tuta. La porta sbatté. Francesca la chiuse con doppia mandata e si lasciò scivolare a terra, in lacrime.
I tre giorni seguenti passarono nel silenzio. Francesca prese ferie per rimettersi. Raccolse le cose di Paolo in due valigie e le mise in corridoio. Attendeva. Sapeva che sarebbero tornati.
Arrivarono giovedì sera. Francesca li vide dallo spioncino. Erano malridotti. Paolo non rasato, stropicciato, con un livido sotto locchio. Giuseppe tremava, probabilmente per la sbornia.
Francesca aprì la porta senza togliere la catenella.
Francesca, apri chiese Paolo con voce roca. Dobbiamo parlare.
Parla da lì.
Fra, basta scherzare. Abbiamo dormito per strada, in stazione. Finiti i soldi, il telefono scarico. Giuseppe ha perso la carta. Fai entrare, dobbiamo lavarci, mangiare. Siamo venuti a prendere le cose e… io sono tornato a casa.
Giuseppe vada dalla moglie. O da Tiziana. E tu…
Francesca, Giuseppe senza di me non ce la fa! riprese Paolo la solita litania. Siamo amici!
Amici? rise amara Francesca. Il tuo amico ha distrutto la tua famiglia in tre giorni. Ha insultato tua moglie, trasformato la casa in una bettola, ti ha trascinato a bere. E tu, invece di difendere me e la nostra casa, gli sei andato dietro per fare il duro. Vai pure con lui. Fate i duri insieme in stazione.
Fra, non capisci! È amicizia maschile!
E questa è dignità femminile. E casa mia. Domani cambio la serratura. Le tue cose sono pronte, ora le porto fuori.
Chiuse la porta, tolse la catenella, spinse le valigie sul pianerottolo e richiuse in faccia ai due uomini.
Francesca! Non puoi! È roba in comune! urlò Paolo, picchiando sulla porta.
Lappartamento è di mia nonna, Paolo. Te lo sei scordato? Sei solo ospite temporaneo. Ti tolgo la residenza. Addio!
Sentì che discutevano a lungo sulle scale. Giuseppe urlava che Paolo era un pollo e che non sapeva tenere a bada la moglie. Paolo si giustificava. Poi tacquero.
Dopo una settimana, Francesca seppe da unamica che Giuseppe era tornato dalla moglie. Le aveva giurato di cambiare, lei lo aveva ripreso ma lo teneva sotto controllo e senza soldi. Paolo… Paolo viveva da sua madre.
Tornò ancora da Francesca, sobrio, con i fiori. Rimaneva davanti alla porta, chiedendo perdono. Diceva di essere stato uno stupido, che Giuseppe laveva traviato, che non sarebbe mai più successo…
Ma Francesca non apriva. Ricordava lo sguardo sprezzante di lui a tavola con gli amici. Ricordava come aveva permesso a uno sconosciuto di spingerla. Ricordava che aveva scelto la fama da duro invece della famiglia.
Una sera, mentre Paolo era sotto le finestre, Francesca uscì sul balcone.
Paolo, vai via disse calma. Ho chiesto il divorzio.
Francesca, ma per cosa? Per una sciocchezza? Per una lite? Siamo stati insieme cinque anni!
Non per una lite, Paolo. Ma perché hai portato lo squallore in casa nostra. E quando ti ho chiesto di mandarlo via, hai difeso lo squallore. Non posso vivere con un uomo che dà più peso allopinione di un fallito che alla serenità della moglie.
Non è un fallito! È un amico!
Un vero amico non distrugge la famiglia dellamico. Non umilia la moglie dellamico. Non è un amico, Paolo. È un parassita. E tu sei stato un ottimo ospite.
Rientrò e chiuse bene la porta-finestra. In casa regnava la pace. Profumava di caffè e vaniglia. Francesca si sedette in poltrona, prese un libro e, per la prima volta dopo tanto, si sentì davvero a casa. Un po di malinconia, ma finalmente al sicuro. Nessuno russava, nessuno le mangiava il pollo con le mani, nessuno le faceva la morale.
Paolo e Giuseppe continuarono a raccontare la storia dietro i garage, bevendo birra scadente. Giuseppe ripeteva che tutte le donne sono serpi e che a Francesca mancava un vero uomo. Paolo annuiva, ma dentro, guardando le pareti scrostate e la faccia gonfia dellamico, capiva di aver perso il paradiso per una squallida tana. Ma non trovava il coraggio di ammetterlo.
A volte, per non perdere se stessi, bisogna avere il coraggio di chiudere la porta anche a chi si ama.







