Ricordo ancora con amarezza quel periodo in cui, controvoglia, dovetti andare via da casa con mio figlio per rifugiarmi da mia madre.
Il pensiero di lasciare la mia casa mi spezzava il cuore, eppure mi trovai a preparare le nostre poche cose e a caricare mio figlio, Leonardo, nellauto, in direzione della casa di mia madre, Caterina Ferri. Tutto questo solo perché, il giorno prima, mentre ero fuori a passeggiare con Leonardo, mio marito, Andrea, aveva pensato bene di mostrare la sua ospitalità accogliendo a casa nostra la cugina Francesca, suo marito Gabriele e i loro due figli, Martina e Nicola, sistemati proprio nella nostra camera matrimoniale. Senza neanche chiedere il mio parere! Si era limitato a dire: Tu e Leonardo potete stare da tua madre, cè abbastanza spazio. Ancora oggi, ripensandoci, mi sembra incredibile una tale mancanza di rispetto. Era anche casa mia, il nostro nido: e toccava proprio a me fare le valigie per lasciare spazio a degli estranei? Era troppo.
Tutto era iniziato nel momento in cui ero rientrata dalla passeggiata con Leonardo. Lui era stanco e lagnoso, speravo solo di metterlo a dormire e gustarmi una tazza di tè in santa pace. Ma entrando nellappartamento, trovai solo confusione. Francesca e Gabriele avevano già occupato la nostra stanza. I loro bambini correvano ovunque, spargendo giochi per casa; le mie cose libri, creme, persino il mio computer ammucchiate in un angolo come fossero oggetti dimenticati. Rimasi immobilizzata, incredula: Che razza di spettacolo è questo? Andrea, impassibile, rispose: Francesca e la sua famiglia avevano bisogno di un posto per dormire. Ho pensato che tu potevi stare da tua madre. Starai più comoda. Comoda?
Quasi soffocavo dalla rabbia. Innanzitutto quella era casa nostra! Lavevamo comprata insieme, scegliendo ogni dettaglio. Ora dovevo sparire solo perché la sua famiglia voleva godersi Roma? E poi, perché non mi aveva consultata? Forse avrei anche accettato, ma dopo almeno una discussione tra noi. Invece, tutto imposto dallalto. Francesca, intanto, non si era nemmeno scusata. Mi aveva sorriso scrollando le spalle: Dai, Alessia, non farne un dramma, restiamo solo due settimane! Due settimane? Non volevo che toccassero le mie cose nemmeno per unora!
Gabriele taceva come uno scoglio. Accasciato sul nostro divano, beveva il caffè dalla mia tazza preferita, annuendo alle parole di Francesca. I loro figli? Un disastro. Martina, sei anni, aveva versato del succo sul nostro tappeto, mentre Nicola, quattro, aveva trasformato il mio armadio in una tana. Cercai di ricordare a tutti che quella non era una pensione, ma Francesca minimizzò: Ma sì, sono bambini, che vuoi che facciano? Certo. E toccava a me sistemare tutto il disastro.
Provai a parlare ad Andrea lontano dagli altri. Tentai di spiegargli quanto mi avesse ferito il suo atteggiamento, che Leonardo aveva bisogno dei suoi punti fermi. Non era giusto sballottarlo da una casa allaltra, a dormire su una branda dalla nonna. Andrea sospirò: Alessia, non esagerare. Sono pur sempre famiglia, bisogna aiutare. Famiglia? E noi allora? Mi trattenni a stento dal piangere. Ma ingoiai la rabbia e cominciai a preparare la valigia, determinata a non piegarmi così facilmente.
Mia madre Caterina fu furibonda appena venne a sapere tutto: Andrea si crede il padrone? Vieni, tesoro, qui cè sempre posto per te e Leonardo. E quanto a tuo marito, prima o poi dovrà rendere conto! Era pronta a venire a cacciare gli ospiti indesiderati da casa mia, ma io non volevo drammi o scenate. Cercavo soltanto un po di pace per riflettere.
Mentre mettevo a posto i giochi di Leonardo, lui mi osservava con i suoi occhioni: Mamma, restiamo tanto a casa di nonna? Lo abbracciai stretto: Non molto, amore. Solo il tempo che papà capisca. Ma dentro di me sentivo che non sarei tornata finché la nostra casa non fosse tornata davvero nostra. E Andrea avrebbe dovuto scegliere: la sua idea di ospitalità o la sua vera famiglia.






