Ramo di Assenzio

Che il tuo spirito non possa più stare qui sparisci che il tuo spirito non possa più stare qui! urlò, accompagnando ogni oggetto lanciato fuori dallarmadio con un grido straziante. La voce si spezzava, si spezzava in strilli. Il bambino, che a quel punto aveva preso la mano, afferrava ciò che capitava nelle sue piccole braccia e lo gettava a lato. In un istante luomo la strinse forte, immobilizzandola, privandola di ogni possibilità di reagire. Lei si dibatté, poi le forze la abbandonarono e si spense tra le sue braccia. Luomo, senza lasciarla andare, la portò al letto e vi si sdraiò accanto. I suoi singhiozzi si affievolirono fino a sparire, e finalmente cadde in un sonno profondo. Lui liberò delicatamente le mani, si alzò, raccolse i vestiti sparsi sul pavimento, li mise in una valigia da viaggio e uscì dallappartamento, chiudendo con decisione la porta.

Il giorno prima della lite la conversazione era stata breve.
– Accetta quello che ti dico: me ne vado! Non parlare più, non implorare, mi conosci!
Sì, lei conosceva il carattere di ferro di Marco, aveva notato che ultimamente qualcosa non andava. Lui taceva, si isolava, non voleva più parlare. Supponeva fosse per lavoro. E allora, come un fulmine a ciel sereno, la realtà lo colpì.

Luca si svegliò stremato; ogni cellula del corpo bruciava, le palpebre pesanti sembravano non volersi sollevare. Rimase immobile a lungo, finché il telefono squillò. Una forza inaspettata la spinse a rispondere, pensando: «Chiama? Deve essere stato un fraintendimento, presto si scuserà e tornerà tutto comera».

Ginevra, perché non sei venuta al lavoro? sentì la voce di una collega sei malata?
Sì, mi sento terribilmente male domani sarò in ufficio rispose con rammarico. Il cellulare di Marco giaceva sul tavolo.

***

Marco guidava senza fermarsi. Anni prima aveva comprato una piccola casetta in un borgo isolato sulle colline dellUmbria, dove scorreva il fiume Nera. Vi andava a pescare nei fine settimana; sua moglie non ci andava mai, rispettava il suo bisogno di solitudine e gli concedeva quel rifugio. La casa, con il suo focolare di pietra, un tavolo di legno grezzo, un letto di ferro e una credenza di piccole dimensioni, si trovava ai margini di un villaggio deserto. Tutto era fuori porta, ma a Marco bastava. Ora, però, doveva andarci per un altro motivo: fuggire dagli sguardi, dalle domande, dalla compassione altrui. Un mese prima gli era stato diagnosticato un cancro allo stomaco al terzo stadio. Un amico medico, senza mezzi termini, gli aveva detto: «Resisti, il tempo è quasi finito, potresti guadagnare ancora qualche mese se ti curi». Se avesse chiesto prima, avrebbe potuto vivere ancora cinque anni. Marco decise di affrontare la morte da solo, per non far soffrire la famiglia, per non prolungare inutilmente il suo addio. Cese il lavoro, interruppe le suppliche dei colleghi, acquistò provviste: conserve, biscotti secchi, cereali. Il giorno prima di partire la valigia era già piena di ricordi.

Arrivò allalba, a metà di agosto; la nebbia avvolgeva il paesaggio umido. Accese il camino, portando un po di calore nella casa spenta. Si infilò nella sua giacca, si sdraiò sotto la coperta e cadde subito in un sonno irrequieto. Un sogno oscuro lo svegliò di soprassalto. Uscì nel cortile invaso derba, strappò un ramo. Lodore amaro dellassenzio gli trafisse gli occhi, ricordandogli un tempo lontano. Portò il rametto dentro, lo infilò nella fessura sopra la porta.

I giorni scivolavano monotoni. Per dare un senso al tempo, iniziò a tagliare legna. Magari riesco a far passare linverno. Lacqua della fonte era a due passi, un vero vantaggio. Lautunno arrivò presto, con venti impetuosi. La casa si rivelò debole, i soffitti scricchiolavano da ogni angolo. Fu costretto a isolare, a tappare i buchi con tavole e stracci. Salì sul tetto, riparò le tegole rotte. Ho vissuto una vita corretta, in armonia con la natura, rifletteva Marco. Luomo ha poco bisogno: un tetto per ripararsi dal freddo, un fuoco per scaldarsi e del cibo da preparare.

Il dolore allo stomaco non arrivava; solo una gravità opprimente lo trascinava verso il basso. Continuava a dimagrire, nutrendosi di poche cucchiaiate di brodo o di una ciotola di polenta. Sempre più spesso desiderava solo sdraiarsi. Da dove nasce questa sventura? Forse qualcuno invidioso della nostra felicità? si chiedeva, senza trovare risposte.

Linverno divenne più duro, doveva accendere la legna giorno dopo giorno. Marco smise di piangersi, spalava la neve, tagliava alberi caduti, raccoglieva legna nella foresta. Persa la conta dei giorni e dei mesi, attendeva la fine, immaginando il momento in cui le sue forze si esauriranno e non si sveglierà più. Sarebbe stato trovato in quella casa, la moglie informata, ma lei non lo avrebbe mai più visto, fragile e alcolizzata comera. Lei era giovane, bella, doveva vivere una vita piena con un marito sano. Tutto per lei. Marco si sforzava di non ancorarsi al passato, immergendosi nel presente, convinto che la sua assenza non avrebbe distrutto la casa.

Il sole scioglieva la neve. A un certo punto Marco percepì una stabilità nuova; non peggiorava più. Iniziò a ascoltare il proprio corpo. Già non sentiva il sonno diurno tanto spesso. Una notte sognò di essere immerso in una vasca dacqua calda. Il giorno successivo riempì la bottega di legna e, davanti al camino, preparò una doccia. Bevve una tazza di tè alle erbe, si corse a letto, e dormì fino a tardi. Il desiderio di carne lo spinse a cucinare una zuppa di patate con carne in scatola, finendo di mangiare con gusto metà ciotola. Il suo sguardo cadde su un ramo secco di assenzio, riportandolo al ricordo.

Lestate è calda, lestate è afosa, così profuma lassenzio nelle tue notti, leggeva ad alta voce la voce di Luna, agitando il rametto davanti al naso.
Che odore pungente, commentò Marco.
Aromatico, rise la moglie, che parola buffa, come uscita da una cassa!

Marco sorrise ai propri ricordi: «Ci siamo sposati, un anno dopo è nata Giulia, e ora è già una sposa». Prese il ramo secco, lo annusò: «Il profumo è ancora qui».
«Solo Dio sa quanto ci resta», pensò improvvisamente.

Ciao, Ginevra! chiamò una voce. Lei annuì e si affrettò a uscire.
Dove sta Marco? Sono loncologo, lo seguivo, dove lo curi? la domanda la colse di sorpresa, fermandola. Luna credeva che tutti sapessero che il marito laveva abbandonata, fuggito con qualcuno, verso un luogo ignoto.

Corse per lappartamento, gettando nei sacchi i suoi vestiti, una felpa, dei pantaloni caldi.
Più in fretta so dove trovarlo solo se è vivo, deve essere vivo ha una forza di spirito Come ho potuto credere alle sue parole! Lorgoglio sciocco non mi ha lasciato scoprire la verità. Ho creduto a una leggenda

Luna sapeva che Marco aveva comprato una casetta in una regione vicina. Sfogliò i suoi documenti, trovò il titolo di proprietà con lindirizzo. Partì per la stessa strada che lui aveva preso sei mesi prima. Dopo qualche deviazione, arrivò al borgo, davanti alla piccola casa.

Non sa che è diventato nonno, il piccolo Marco sta crescendo! pensò, afferrando la maniglia della porta. Unondata di calore proveniente dal focolare, con un leggero retrogusto amaro, la avvolse.

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