Il Tavolo della Corte: Storie di Vita e Tradizioni nei Quartieri Italiani

Caro diario,

oggi compio sessantacinque anni e, come un eco che si spegne, mi accorgo che il cortile del nostro condominio di Via San Giuliano è diventato stranamente silenzioso.

Negli anni ottanta, sotto le finestre, i bambini urlavano, rincorrevano il pallone e litigavano per la porta della racchetta. Poi è arrivato il nuovo cooperativo garage: auto lucide, clacson, allarmi che rimbombavano. Ora il rumore più comune è il fruscio delle buste della spesa, il cigolio delle portiere delle macchine e le voci rare dei fumatori che si accalcano allingresso.

Seduto in cucina, sorseggio il mio tè e ascolto i tacchi della giovane vicina al terzo piano che sbatte sul selciato. Dopo un attimo di passi, silenzio di nuovo. Nei weekend qualche adolescente porta una cassa, alza la musica, ma è più uno spettacolo per sé stessi che per il cortile. Formano un cerchio chiuso a cui non si può avvicinare con una chiacchierata.

Finisco il tè, mi alzo, e una sensazione di formicolio mi avvolge il petto: non è il cuore, è la consapevolezza di non essere più utile. La pensione, da tre anni, non mi permette di prendere lavori extra letà è una scusa. Mia moglie è morta cinque anni fa, il figlio vive a Napoli e torna solo una volta allanno. Il tempo scivola nellappartamento come acqua su un tavolo.

Mi avvicino alla finestra. Sotto, al piccolo parco giochi, un’altalena solitaria cigola al vento; la sabbiera è invasa dallerba. Un uomo in giacca scura è seduto sulla panchina, con una sigaretta e il telefono incollato al viso.

All’improvviso, ricordo il tavolo verde da ping-pong dimenticato nel seminterrato. Un tempo, insieme ai ragazzi del palazzo, lo portavamo lì, convincendoci che fosse solo un deposito temporaneo. Poi le vite sono cambiate, le famiglie si sono formate, qualcuno è partito. Il tavolo è rimasto, impresso sotto tubi, con un angolo sgangherato.

La voce nella mia testa diventa insistente: E se lo tirassimo fuori? Lo mettiamo sul bordo del cortile, dove lasfalto è piano. Forse qualcuno verrà a giocare, bambini o adulti, chiunque.

Il tavolo è pesante, non lo solleverò da solo, ma potrei chiedere ai vicini, magari ai giovani. Non voglio pagare la pensione non è una gomma da masticare ma potrei promettere di insegnare loro a giocare. Da giovane ho fatto parte della squadra dellusine, ho persino una medaglia che riposa in un cassetto.

Strappo la tenda, apro la finestra, sento laria fresca mescolata al profumo dei gas di scarico e decido.

Nel seminterrato lodore è di polvere e vecchi panni. Una lampadina a soffitto lampeggia. Dopo una lotta con una serratura inceppata, spingo la porta pesante. Il tavolo è lì, appoggiato al muro, coperto da uno strato di polvere grigia. Una gamba è avvolta da nastro isolante, il pannello laterale è gonfio e ammaccato.

Passo la mano sulla superficie, lasciando una striscia pulita. Un brivido corre nel petto. Quel tavolo ha sentito i miei colpi, le mie urla, le discussioni con gli amici. Ha ricordato le serate estive in cui giochiamo fino al buio, finché le madri non chiamavano a cena.

Allora, vecchio, proviamo ancora? borbotto a me stesso.

Esco di nuovo in cortile, guardo attorno. Due adolescenti sono appoggiati accanto allingresso: uno magro in felpa nera e uno più robusto con giacca sportiva. Fumano e discutono guardando i telefonini.

Ragazzi, li chiamò avvicinandomi. Ho bisogno di una mano.

Il più magro alza lo sguardo, imbronciato, ma non se ne va.

Di che?

Devo tirare fuori il tavolo dal seminterrato, quello da ping-pong. Lo mettiamo qui, nel cortile, e giochiamo.

I ragazzi si scambiano uno sguardo. Il più robusto sbuffa:

E i soldi?

Il mio cuore si stringe.

Non ho soldi, ma vi insegnerò a giocare davvero, con colpi di precisione. Ho il diploma di istruttore.

Il ragazzo magro socchiude gli occhi.

Ping-pong?

È il più importante.

E le racchette?

Le troveremo, rispondo con sicurezza, anche se non so dove siano. Mi aiutate?

Il magro alza le spalle.

Andiamo, Dario, dice al compagno più robusto. Non abbiamo altro da fare.

Scendiamo tutti tre al seminterrato. I due adolescenti sollevano il tavolo con lamentele e risate, chiamandolo una bara. Io li seguo da dietro, tenendo il bordo e indicando come evitare i muri.

Nel cortile posizioniamo il tavolo al fondo della casa, vicino a un cespuglio di glicine scrostato. Lasfalto è più o meno piano, lontano dalle auto.

È tutto a posto? chiede il più magro.

Sì, grazie a voi, signori. rispondo, grato.

Tornano verso lingresso, mentre io rimango a guardare il tavolo. Immagino i lavori da fare: rimuovere la vernice, riparare il pannello, rinforzare le gambe. Un senso di leggerezza mi avvolge; ho finalmente qualcosa da fare.

La sera porto da casa una levigatrice, un martello, alcune viti, una latta di vernice verde rimasta dal rifacimento del balcone. Lavoro lentamente, fermandomi ogni dieci minuti. I vicini che passano si fermano a guardare.

È un tavolo da ping-pong? chiede una signora con una carrozzina, aggiustando la coperta al figlio.

Da tennis da tavolo, correggo. Giocheremo.

Sorrido.

I bambini lo adoreranno.

A fine giornata, un lato è brillante di vernice fresca, laltro è ancora grigio e scrostato. Sono stanco, la schiena mi duole, ma mi sento utile.

Il giorno dopo, mi avvicina un uomo del terzo ingresso, magro, sui quarantanni.

Sergio Piero, vero? mi chiede. Sono Costantino. Giocavamo a calcio quando eravamo ragazzi.

Riconosco in lui il ragazzino con le orecchie a punta che rincorreva il pallone.

Costantino è qui? chiedo.

Sì, con la famiglia. Riguardo al tavolo: ho delle racchette vecchie ma integre in cantina, più qualche pallina. Le porto?

Porta pure.

A pranzo il tavolo è completamente verniciato, quasi asciutto. Costantino porta due racchette e una scatola di palline gialle. Ci posizioniamo ai lati e proviamo a scambiarci il colpo.

Il mio primo tiro è goffo, la pallina vola via. Correggo la presa, faccio un servizio. La pallina supera la rete, rimbalza sul tavolo e ritorna.

Ohi! esclama Costantino. Che colpo!

Dalle finestre dei balconi emergono gente, bambini si avvicinano, gli adolescenti che ci hanno aiutato si fermano a guardare.

Posso provare? chiede il più magro.

Aspetta, finiamo, rispondo. Poi tutti impareranno.

Il pomeriggio si riempie di una piccola fila. Qualcuno porta sedie di plastica, altri bottiglie dacqua. Il cortile rinasce.

Una settimana dopo capisco che giocare non basta. Iniziano le liti su chi deve occupare il tavolo più a lungo. Decido di aprire un quaderno a quadretti, con copertina scritta: Club di Ping-Pong del Cortile. Registro i nomi dei partecipanti.

Al giorno seguente affigo un foglio alla porta dellingresso: Si organizza club amatoriale di ping-pong. Iscrizioni da Sergio Piero, int. 47. In basso aggiungo: Orari da definire insieme.

A mezzogiorno bussano. Una ragazzina di dieci anni, capelli a trecce, occhiali tondi, tiene il volantino, lo stringe con le mani.

Lei è Sergio Piero? chiede.

Sì, entra pure.

Entra timidamente.

Mi chiamo Iolanda, appartamento 42. Vorrei iscrivermi.

La faccio sedere al tavolo della cucina, apro il quaderno.

Cognome, nome, appartamento, età.

Scrive: Rossi Iolanda, int. 42, 10 anni.

Sai giocare? chiedo.

Un po, a scuola il tavolo è storto.

Nessun problema, ti insegnerò.

Dopo Iolanda arrivano Costantino, suo figlio adolescente, la signora con la carrozzina, il marito, e gli altri giovani, Dario e Luca, che annuiscono a scrivere i propri dati. Alla fine della giornata ci sono quindici nomi.

Resto a casa, sfoglio il quaderno, penso agli orari: persone che lavorano fino a sera, bambini a scuola, pensionati liberi di giorno. Prendo un righello, traccio colonne: Orario, Lunedì, Martedì

I primi giorni vanno liscio. Pomeriggio gli anziani e i bambini giocano, la sera i lavoratori si uniscono. Vado in cortile con il quaderno, segno chi è venuto, chi no. I vicini mi sorridono e mi fanno cenno. Mi sento un capo reparto.

Le risate si mescolano a frasi come Attenta alla tua palla, non farla volare sul tetto! o Non agitare la racchetta come una frusta!. Dario, più robusto, dice: Non sbattere il colpo dallalto, taglialo. Io gli rispondo: Muovi la mano più leggera, come una piuma.

Il suono del pallino che rimbalza diventa la colonna sonora del nostro cortile, mescolato al rumore delle auto e al cinguettio dei piccioni.

Un mese dopo qualcuno propone un torneo.

Facciamo una gara, dice Costantino, asciugandosi la fronte. Con tabellone, sorteggio, e un premio.

Che premio? scherza Dario. Nessuno ha soldi.

Il premio sarà la gloria, intervengo. E una torta, ne preparo io, la ricetta di nonna.

Una donna con la carrozzina si entusiasma: Allora dobbiamo davvero farla! Il torneo è fissato per sabato. Venerdì sera, disegno la tabella, ricordo le liste che facevo al lavoro per le gare dellusine.

Sabato mattina il cortile è pieno di vita. I bambini corrono attorno al tavolo, gli adulti discutono chi giocherà con chi. Qualcuno porta un tavolino pieghevole, bicchieri di plastica, una thermos di tè e biscotti.

Inizio ufficiale! annuncia Costantino, battendo le mani.

Mi avvicino, un po timido, e dico: Signori, apriamo il primo torneo. Giocare fino a undici punti, due set. Limportante è divertirsi, non vincere.

Una mamma con il figlio aggiunge: E non fare rumore, così i bambini dormono.

Le prime partite sono allegre. I più piccoli perdono contro gli adulti ma non si arrabbiano, perché li incitiamo e li applaudiamo. Gli adolescenti litigano per palline scomode, ma poi accettano di rifare il gioco. Io arbitro, a volte scherzo, a volte alzo la mano per fermare gli eccessi.

A metà giornata la schiena è dolorante, le gambe vibrano, ma il cuore è caldo. Guardo il cortile affollato e penso che tutto non sia stato vano.

Poi le sere si accorciano, loscurità arriva prima. Alcuni si lamentano perché il rumore del pallino impedisce ai bambini di dormire. Una sera, un uomo del palazzo accanto, con sguardo duro, si avvicina.

Basta! dice. È già tardi, dieci di sera e voi fate ancora rumore.

Guardo lorologio: sono le nove e quindici. Gli rispondo: «Finiremo, ultima partita».

Lui sbuffa: «Ho un bambino piccolo, non può sentirsi così». Il silenzio cala, i ragazzi con le racchette si fermano.

Siamo al nostro orario, cerco di spiegare. Fino a dieci, fine.

Lui indica il cellulare, «Sono quasi le dieci». Un altro risponde: «Quasi» non è uguale a «già».

Luomo si gira verso di me, con tono minaccioso: «Non sei lallenatore di una palestra».

Il mio sangue si raffredda, ma cerco di mantenere la calma.

Va bene, ragazzi, è tutto per oggi. Domani riprendiamo, dico, e loro ripongono le racchette.

Lui se ne va, mormorando.

Una settimana dopo una donna del nostro edificio si lamenta: «Le finestre danno sulla nostra zona relax, non si può giocare oltre le nove». Io cerco di conciliare, spostando le partite per i bambini alle otto, ma non tutti sono daccordo. Il conflitto cresce, la lista di iscritti si riempie di cancellazioni, la gente si irrita.

Allora chiamo tutti: Costantino, la signora con la carrozzina, luomo che si è lamentato, Iolanda, Dario e Luca. Ci incontriamo accanto al tavolo.

Dobbiamo trovare una regola comune, dico. Se tutti la rispettiamo, non ci saranno più liti.

Dopo lunghe discussioni, si decide: nei giorni feriali gioco fino alle nove, nei weekend fino alle dieci, ma senza musica alta. Gli ospiti di altri quartieri possono venire il sabato pomeriggio, ma prenotano in anticipo.

Scrivo le regole su un foglio, lo fisso al tavolo con una cornice di legno. Costantino mi aiuta a fissarlo, per non farlo volare via col vento.

Gli altri rispetteranno? mi chiedono.

Se noi li rispettiamo noi, rispondo. Gli altri seguiranno.

Le settimane successive vedo il tramonto, guardo lorologio e, se mancano cinque minuti alle nove, mi avvicino al tavolo e ricordo delicatamente: «Ragazzi, è ora di finire». Alcuni sbuffano, ma chiudono comunque il gioco.

Un giorno, Dario, un po irritato, dice: «Che regime di scuola materna è questo?». Io rispondo con calma: «È rispetto per chi dorme dietro le porte. Un giorno anche tu avrai bisogno di silenzio».

Con il tempo le nuove regole diventano abitudine. I vicini smettono di lamentarsi, i bambini continuano a correre, i ragazzi a sfidarsi, io a tenere il quaderno.

Un pomeriggio, luomo che si era lamentato per il rumore si avvicina.

Grazie, Sergio, per aver tirato fuori quel tavolo. Altrimenti avremmo continuato a litigare nei corridoi.

Sorrido. È veroOra, mentre il tramonto tinge darancio le mura del cortile, sento il cuore colmo di pace, sapendo che il tavolo di ping-pong è diventato il ponte silenzioso tra generazioni.

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– Per quanto tempo ancora pensi di partorire? – Mi ha chiesto sarcasticamente la madre di mio marito.