Il rumore cominciò a novembre, quando alle cinque del pomeriggio il buio già avvolgeva le strade di Roma. Valentina Bianchi era in cucina, ascoltava lacqua che scorreva nei termosifoni, quando dallalto sentì un colpo netto, poi un altro. Qualcosa di pesante rotolò sul pavimento, scricchiolò.
Si irrigidì, si tolse gli occhiali e tese lorecchio. Un attimo di silenzio, poi di nuovo un tonfo sordo, come se una tavola o una cassa venissero lanciati sul pavimento. Seguì un crepitio, un fruscio, come se qualcosa rascesse il linoleum.
Un altro lavoro, pensò Valentina, sentendo crescere una fastidiosa irritazione nel petto. Nelledificio regnava il silenzio; dal corridoio si udiva solo la voce della vicina del quinto piano che stizzava al telefono, mentre sopra sembrava un cantiere.
Guardò lorologio: erano le undici meno venti. Dopo le undici, per regola, dovrebbe esserci più silenzio, ma lei già pensava di prendere il mocio e colpire il soffitto.
Non lo fece. Rimase seduta, finì la sua zuppa di grano saraceno e ascoltò il frastuono sopra. Dopo dieci minuti il rumore si spense. Valentina sospirò, lavò il piatto, spense la luce e si diresse verso la stanza.
Il letto era appoggiato al muro, sotto la finestra. Fuori, qualche auto passava nel cortile, i fari sfioravano il soffitto. Si sdraiò, si coprì con una coperta, provò a leggere, ma gli occhi già le si chiudevano. Spense la lampada da tavolo e chiuse gli occhi.
A mezzanotte la svegliò un nuovo colpo, così forte da far tremare il paralume.
Che diavolo è questo, sbuffò Valentina, sedendosi a gambe incrociate sul letto.
Dallalto un tonfo sordo, poi una serie di colpi rapidi, più ritmici di un martello. Unaltra pausa, poi di nuovo.
Guardò il cellulare. Era mezzanotte in punto. Le rimbalzavano nella mente le parole del vigilante sul regime del silenzio. Non pensava di chiamare la polizia, almeno non ancora.
Il mattino seguente, uscendo per gettare la spazzatura, fu accolta dal profumo di cavolo cotto che proveniva dal pianerottolo; qualcuno aveva portato una busta dal piano di sotto. Allingresso la porta sbatté, e due paia di scarpe da ginnastica scattarono sullultimo gradino.
Passò davanti a lei un ragazzo di circa venticinque anni, zaino sulle spalle, cuffie al collo, giacca scura e capelli spuntati da sotto il berretto. Gli fece un cenno e già saltava due gradini.
Giovane, lo chiamò Valentina.
Si fermò sul pianerottolo, si voltò. Il viso era pallido, gli occhi rossi, ma il sorriso cortese.
Sì?
Abita al sesto? chiese, socchiudendo gli occhi.
Sì. E allora?
Sentiamo dei rumori… di notte… cercò le parole, battiti?
Il ragazzo si imbarazzò, aggiustò lo zaino.
Ah, sì. Lavoriamo un po di notte, cerchiamo di non fare troppo rumore.
Alle unanima di notte? Sollevò un sopracciglio.
Non tutti i giorni, solo quando dobbiamo finire un progetto. Non vogliamo disturbare.
Valentina sentì crescere la rabbia.
Io dormo a questora, tra laltro. Ho sessantacinque anni, pressione alta. Questi colpi mi fanno sobbalzare.
Lui strinse i denti, annuì.
Mi scusi. Parlerò con i miei compagni. Saremo più silenziosi.
Compagni? Quindi siete in gruppo. Immagino una banda di musicisti con birra e casse al massimo.
Spero proprio di no, rispose Valentina, asciutta. Altrimenti dovrò chiamare il vigilante.
Il ragazzo annuì di nuovo e scese. Valentina lo osservò andare via, fece una smorfia e tornò al suo appartamento.
Il pomeriggio trascorse tranquillo, solo qualche passo proveniente dallalto. La sera preparò una zuppa, guardò il telegiornale, telefonò a una cara amica, Maria. Chiacchierarono di prezzi, farmaci, malattie. Accennò al rumore, ma non ne parlò più; sembrava una cosa minore, anche se dentro la sua pelle prudeva.
Di nuovo, verso luna e mezza, il rumore ricominciò. Prima un leggero botto, poi una serie di colpi, come se spostassero una sedia pesante, poi un suono acuto, metallico, come un bicchiere che si infrange.
Basta, mormorò Valentina nella penombra.
Accese la lampada, si mise il pigiama, indossò le pantofole e andò in cucina. Prese il mocio, tornò nella camera e, con due vigorosi colpi, colpì il soffitto.
Il frastuono sopra si interruppe per un attimo, poi riprese, ma più piano.
Tornò a letto, ma non riuscì a dormire. Sentiva sopra qualcosa che sbatteva, qualcuno che camminava. Nella sua testa giravano frasi: I giovani non hanno rispetto. Pensava ai tempi in cui i vicini si scambiavano un caffè, ora non si conoscono più.
Scrisse un avviso su un foglio: «Cari vicini del sesto piano! Per favore, mantenete il silenzio dopo le 23:00. Non riesco più a dormire. Con rispetto, gli inquilini del quinto piano». Lo attaccò alla porta dellatrio con del nastro adesivo.
Il giorno dopo, al negozio, notò che il foglio era stato strappato, rimaste solo le strisce di nastro. Si contrasse un pensiero: «È una guerra.»
Quella sera la chiamò la sua vicina del quinto, Teresa Bianchi.
Val, sei stata tu a scrivere del rumore? chiese.
Sì. Lo senti anche tu?
Sono quasi sorda, non mi disturba più. Ma la nipote si lamenta, dice che il rumore le fa dormire male. Sii prudente, non creare problemi. I giovani sono nervosi.
E cosa, dobbiamo tollerare? replicò Valentina.
Parla ancora con loro, ma con garbo. Se non funziona, rivolgiti a qualcuno.
Valentina chiuse la chiamata, si sedette sul divano e guardò un programma televisivo sulle case di campagna. Ricordò la sua vecchia casa di campagna, venduta anni fa, il marito scomparso, e il suo piccolo appartamento, teatro di una guerra silenziosa.
Il giorno dopo, verso le nove, salì al sesto piano. La porta dei vicini era nuova, scura, con uno spioncino. Il citofono brillava di un cerchio azzurro. Bussò.
Aprì il solito ragazzo, ma ora indossava una maglietta da casa, le cuffie pendenti, e lodore di patate fritte impregnava lappartamento.
Buongiorno, disse Valentina, cercando di parlare con calma. Sono di nuovo io, dal piano di sotto.
Buongiorno, rispose lui, un po imbarazzato. Ieri ti ho detto che avremmo ridotto il rumore.
Ieri, alluna di notte, ho sentito ancora dei colpi, riferì Valentina. Non ho dormito fino alle due.
Lui sospirò, si appoggiò al telaio della porta.
Capisco, è davvero fastidioso. Ma abbiamo una scadenza. Dobbiamo finire un progetto musicale entro la fine del mese.
Musica? Di notte? sorrise Valentina. E io quando devo dormire?
Una voce femminile provenne dallinterno: «Antonio, chi è?»
È la vicina, rispose lui. Riguardo al rumore.
Apparve una ragazza in maglione, capelli raccolti in una coda alta, una tazza in mano.
Buongiorno, disse. Cerchiamo davvero di non fare rumore. Mettiamo tutto in cuffia, ma a volte ci sfugge il battito del tamburo. Abbiamo messo un tappetino antivibrazione.
Quale tappetino? chiese Valentina, stanca.
Uno speciale, per ridurre le vibrazioni, spiegò Antonio. Sono il batterista. Stiamo registrando un demo per un festival. È importante.
Valentina sentì dentro di sé una spinta di comprensione. «Batterista», «festival» le sembravano parole lontane, ma il giovane non era arrogante, solo stanco e speranzoso.
Ha sessantacinque anni, vive sola, la pressione è alta, disse lei più piano. Non posso alzarmi dal letto ogni volta che voi battete.
La ragazza annuì.
Capito. Lavoreremo fino alle undici, poi niente. Oggi non faremo nulla, va bene?
E ieri? chiese Valentina.
Ieri ci siamo lasciati prendere dallentusiasmo, ammise Antonio. Non ci siamo accorti dellora.
Valentina li guardò; non erano teppisti, ma persone che cercavano di realizzare un sogno. Il suo fastidio non svaniva, ma vedeva il loro impegno.
Facciamo così: niente colpi dopo le dieci. Nessun rumore forte, anche se dovete cantare a bassa voce. Va bene?
Dopo le dieci iniziò Antonio. Proveremo. Però a volte servono due o tre riprese. Se non ce la facciamo, il progetto non decolla.
Se non decolla, non muoio, concluse Valentina, asciutta. Ma se la pressione mi salta, potrei
Il corridoio si riempì di silenzio. La ragazza abbassò lo sguardo.
Daccordo, disse Antonio. Fino alle dieci.
Valentina annuì e tornò al suo appartamento, il peso sul petto alleggerito solo di poco. Nei giorni seguenti il rumore si fermò intorno alle nove, a volte alle dieci, ma raramente oltre. Guardava lorologio, sperava, e quando scoccava le dieci, finalmente poteva addormentarsi.
Una sabato sera, però, alle undici meno quindici, i colpi tornarono, più forti, facendo tremare il bicchiere sul comodino. Valentina si alzò di soprassalto, il cuore a mille. Vide lorologio, pensò al vigilante, ma invece di chiamare, si mise il pigiama e corse verso le scale.
Salì di corsa, sentendo il passo dei loro battiti al ritmo dei suoi. Arrivò al sesto piano, bussò di nuovo.
La porta si aprì lentamente; Antonio era sudato, con dei bastoncini in mano, e guardò la porta con occhi colmi di colpa.
Ci avevamo promessi, disse Valentina, sentendo la gola stringersi.
Lo so, rispose lui in fretta. Oggi è arrivato il tecnico del suono. Dobbiamo registrare subito. È lultima volta.
Unultima volta? replicò Valentina. E se non basta? Unaltra ultima volta?
Antonio accarezzò i capelli.
Se non finiamo, è finita per noi. Non abbiamo più soldi per unaltra sessione.
Valentina lo osservò, e in quel momento ricordò suo figlio, qualche anno fa, che le chiedeva di non spegnere la luce per gli esami. Lei lo rimproverava, ma lui continuava a studiare. Sentì una strana empatia.
Quante ore vi servono? domandò.
Due, al massimo tre.
Tre ore di notte? scosse la testa. Non è possibile.
Il silenzio fu rotto dallarrivo di un altro ragazzo, con le cuffie al collo.
Che succede? chiese.
È la vicina, rispose Antonio. Il rumore.
Il nuovo arrivò più vicino.
Lavoreremo più veloce. Mettiamo il tappeto, i microfoni sotto il cuscino. Dovrebbe quasi non sentirsi più.
Lo sento, disse Valentina, quasi a bassa voce.
Antonio mostrò un lampo di panico.
Possiamo offrirvi qualcosa? balbettò. Aiuto in casa? Qualcosa?
Vorrei la quiete, rispose Valentina.
Antonio abbassò lo sguardo.
Se non finiamo stasera, è tutto perso. Ci hanno notato, ci hanno dato una possibilità.
Il ricordo di un vecchio colloquio di lavoro le tornò in mente: una volta era stata scartata tra tanti candidati. Anche lei aveva sentito di non essere notata.
Valentina ascoltò una breve melodia di chitarra che usciva dalla stanza di Antonio, timida ma reale.
Potete fare in modo che finisca entro luna? chiese lentamente. Senza quei colpi forti?
Antonio alzò lo sguardo.
Fino alluna? Ce la faremo. Suonerò più piano. Promesso.
E sarà lultima volta di notte, aggiunse. Dopo, solo di giorno e fino alle dieci di sera.
Promesso, disse Antonio, sollevato.
Valentina sentì ancora una resistenza interiore, ma decise di concedere loro quel piccolo margine. Anche lei aveva sperimentato una notte in cui, per la prima volta, non riuscì a dormire a causa di un rumore. Capì che a volte basta un solo gesto di buona volontà per cambiare la dinamica.
Ritornò al suo appartamento, accese una luce fioca e, mentre il ritmo sopra si faceva più lieve, si sdraiò. Il rumore diventava regolare, quasi una musica di sottofondo. A volte un colpo improvviso la faceva sobbalzare, ma poi il suono si livellava.
Il silenzio si fece più profondo quando, senza preavviso, la musica si spense. Valentina chiuse gli occhi, ascoltò il fruscio di unautomobile lontana, il lieve crepitio di un termosifone. Sentì una serenità nuova: il suo mondo di due stanze non era più una prigione, ma parte di un microcosmo dove anche gli altri avevano i loro sogni.
Il giorno dopo, sulla porta bussò Antonio con una chiavetta USB.
Labbiamo registrata, disse. Vuole ascoltarla?
Valentina esitò, ma accettò.
Entrate, disse.
Antonio notò il vecchio lettore CD sullo scaffale.
Posso usarlo? chiese.
Non lo uso da anni, rispose lei. Proviamo.
Dopo qualche istante, dalle casse uscì una melodia delicata, con bassi leggeri che ricordavano i colpi che aveva sentito di notte. Entrarono una chitarra, poi la voce di una ragazza, cantava di una casa che non dorme mai perché qualcuno è al lavoro, di una luce che resta accesa per chi sogna.
Valentina si sedette, ascoltando. Non era la musica rumorosa che temeva, ma qualcosa di vero, di sentito.
Questi sono i vostri tamburi, commentò Antonio. Li abbiamo messi più piano, ma il microfono li cattura comunque.
Avete scritto le parole? chiese la ragazza.
Sì, io, rispose. Parlano di una città, di gente che vive vicina senza conoscersi.
Valentina sorrise.
Avete ragione. Anche se la notte è silenziosa, ognuno ha la sua melodia.
Continuarono a parlare, poi Antonio propose di aiutarla con il router, vecchio e lento. Valentina accettò; pochi minutiAlla fine, Valentina capì che la quiete della notte e il ritmo dei sogni altrui potevano convivere, purché entrambi ascoltassero il battito del cuore dellaltro.







