Ero rientrato a casa di sera, la cena la stava preparando mia moglie, Alessandra, nella nostra piccola cucina di Milano. Avevo un discorso difficile da affrontare e, prima di tutto, lho guardata negli occhi e ho detto: «Devo dirti una cosa». Lei non ha risposto, è tornata a mescolare il sugo e ho letto ancora la tristezza che le trapelava dallo sguardo.
Sapevo che dovevo proseguire, così ho sputato che dovevamo separarci. «Perché?» ha chiesto, con la voce rotta. Non ho potuto rispondere; ho schivato quella domanda.
Allora il suo volto si è incrinato, ha iniziato a urlare, a lanciare oggetti contro di me. «Non sei un vero uomo», ha gridato, mentre la tensione riempiva la stanza. Non cera più nulla da dire. Sono andato a letto, ma il sonno mi ha tradito; ho sentito le sue lacrime scorrere nella quiete della notte. Mi era impossibile spiegare a Alessandra perché il nostro matrimonio si era incrinato, perché il mio cuore era ormai solo un ricordo di ciò che era stato, perché lavevo consegnato a Giulia, la collega con cui mi ero rifugiato.
Il giorno dopo ho stampato tutti i documenti per il divorzio e la divisione dei beni. Le ho lasciato la casa, lauto e il trenta per cento delle azioni della mia impresa di moda. Alessandra però ha stracciato i fogli, ha sorriso amaramente e ha detto che non le serviva nulla, per poi crollare di nuovo in lacrime. Anche se mi è rimasto un pizzico di rimorso per i dieci anni trascorsi insieme, la sua reazione ha rafforzato la mia decisione.
Quella sera sono tornato tardi, ho saltato la cena e mi sono tuffato direttamente sul letto. Lei era seduta al tavolo, a scrivere qualcosa. Nel cuore della notte mi sono svegliato e lho vista ancora lì, concentrata sulla carta. Non mi importava più di quello che faceva; il legame che avevamo si era consumato.
Al mattino mi ha presentato le sue condizioni per il divorzio. Voleva mantenere buoni rapporti, almeno finché il nostro figlio Luca avesse gli esami a scuola. Hai ragione, ha ragionato: Se lo saccheggiamo di tensioni, lo destabilizziamo. Il secondo punto mi è sembrato assurdo: dovevo portarla in braccio ogni mattina fuori dalla camera, fino al portone, come ricordo del giorno del nostro matrimonio.
Non ho discusso; mi è sembrato un gesto sterile. Ho raccontato a Giulia della richiesta, e lei, con una punta di sarcasmo, ha definito quellidea una patetica mossa di manipolazione. Il primo giorno, quando ho sollevato Alessandra, mi sono sentito goffo, come due estranei su un palco. Luca, felice, ha esclamato: «Papà porta mamma in braccio!», e lei ha sussurrato: «Non dirglielo». Lì, vicino alla porta, lho posata a terra e lho vista andare verso la fermata dellautobus.
Il giorno successivo è stato più naturale. Ho notato le rughe sottili e i capelli ormai quasi bianchi sul suo volto, segni di una vita spesa a dare calore al nostro matrimonio. Che cosa avrei potuto restituirle per tutto quel sacrificio?
Una piccola scintilla è sorta tra noi, crescendo giorno dopo giorno. Alessandra sembrava sempre più leggera, quasi unombra che si alleggeriva. Non ho detto nulla a Giulia, ma il pensiero mi accompagnava.
Lultimo giorno, lho trovata accanto allarmadio, in lacrime perché aveva perso molto peso. Era davvero così magra? Il nostro figlio è entrato e ha chiesto quando papà avrebbe di nuovo portato mamma in braccio, come se fosse una tradizione da mantenere. Lho sollevata, sentendomi di nuovo al matrimonio, e lei mi ha avvolto il collo con un delicato abbraccio. Lunica cosa che mi inquietava era il suo peso, così leggero da sembrare quasi un sogno.
Ho rimesso Alessandra a terra, ho afferrato le chiavi dellauto e sono corso al lavoro. Ho incontrato Giulia e le ho detto che non volevo più il divorzio, che il nostro freddo era solo per negligenza reciproca. Lei mi ha sbattuto una manata in faccia e, tra le lacrime, è scappata via.
Io, però, desideravo solo vedere Alessandra. Sono uscito dallufficio, sono entrato in un negozio di fiori di Firenze e ho comprato il bouquet più bello. Il fioraio mi ha chiesto cosa scrivere sul biglietto; ho risposto: «Per me sarà gioia portarti in braccio fino alla fine dei miei giorni».
Sono tornato a casa, con il cuore leggero e un sorriso stanco, ho salito le scale e sono precipitato nella camera da letto. Lì, sul letto, Alessandra giaceva immobile. Era morta.
Solo più tardi ho scoperto che da mesi combatteva coraggiosamente contro un cancro. Non mi aveva mai detto nulla, perché io ero troppo impegnato nei miei giochi con Giulia. Alessandra era una donna saggia: aveva inventato quelle condizioni per non trasformarmi in un mostro agli occhi di Luca a causa del divorzio.
Spero che il mio racconto possa servire a qualcuno per salvare la propria famiglia. Molti si arrendono senza sapere che la vittoria è a un passo di distanza.






