Ho sposato una donna con tre figli, quando nessuno li aiutava: la mia storia d’amore e coraggio in un’Italia degli anni Settanta dove pochi tendevano una mano

Sai, ti racconto una storia della mia vita che ancora oggi mi fa sorridere. Era negli anni 70, in piena Italia pensa, un piccolo paese della provincia di Modena, tutti ci conoscevamo per nome, la vita scorreva lenta, senza troppi fronzoli. Io, ormai trentenne, passavo le mie giornate tra la fabbrica e la cameretta nel vecchio condominio dove dividevo spazi (e a volte sogni) con Paolo, il mio storico coinquilino.
Stefano, ma sei serio? Vuoi sposare una commessa con tre figli? Hai perso la testa? mi lanciò lui una pacca sulla spalla, quella mattina in cucina, con un mezzo sorriso scettico.
E io, che trafficavo col mio solito orologio smontato, senza togliere gli occhi dai meccanismi dissi: E che sarà mai, Paolo?.
Erano altri tempi, capisci? Il dopolavoro era sempre lo stesso: lavoro in fabbrica, una partita a carte coi ragazzi, le rare uscite in trattoria. Guardavo dalla finestra il cortile in fondo, vedevo i bambini e ogni tanto mi veniva quel nodo in gola: ho sempre sognato una famiglia, ma in quel monolocale dove la metti una famiglia?
Poi tutto cambiò un pomeriggio dottobre, pioveva che Dio la mandava. Sono entrato nellalimentari sotto casa a prendere un filone quanti ne avrò presi? Ma quella volta, dietro il banco, cera lei: Margherita. Non lavevo mai davvero notata, ma quella sera i suoi occhi mi catturarono. Stanca ma con quella luce dentro
Pane bianco o integrale? mi chiese lei con un mezzo sorriso.
Pane bianco risposi io balbettando.
Appena sfornato, ancora caldo, mi disse arrotolando veloce la carta.
Quando ci toccammo le mani, non so spiegarti fu come se si accendesse una scintilla. Frugando per le lire nelle tasche, mentre la guardavo di sottecchi, notai che era una donna semplice: il grembiule, forse poco più di trentanni, segnata dalla fatica ma viva, autentica.
Qualche giorno dopo la incontro alla fermata dellautobus sotto la pioggia. Margherita aveva due borse pesanti e con lei cerano tre bambini. Il più grande, Marco, avrà avuto quattordici anni portava una sporta quasi più grossa di lui; la bambina Beatrice teneva la manina del piccolo Francesco.
Vi do una mano io, proposi subito, prendendo una borsa prima che potesse opporsi.
Grazie, ma ce la faccio sussurrò lei un po imbarazzata, ma io stavo già caricando tutto sullautobus.
Mamma, chi è lui? chiese il piccolo, senza troppi giri di parole.
Shh, Francesco, non inquietare la signora lo redarguì la sorella con occhi vispi.
Lungo la strada ho scoperto che vivevano vicino alla fabbrica, in una vecchia casa popolare degli anni 50. Margherita, rimasta vedova da un paio danni, tirava avanti la famiglia da sola cercando sempre di sorridere, anche se la fatica si vedeva.
Si va avanti, non ci lamentiamo la vita è questa, mi confessò con quella leggerezza malinconica tutta sua.
Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Mi rimbombavano in testa gli occhi di Margherita, la voce di Francesco, e dentro sentivo che da troppo avevo spento una parte di me.
Così, da allora, trovavo sempre una scusa per fare la spesa: latte, biscotti o anche solo due chiacchiere. In fabbrica mi prendevano tutti in giro:
Oh Stefano, tre volte al giorno dalla Margherita non sarà che ti sei innamorato?
E io ribattevo con un sorriso: Dicono sia più buono il pane fresco, no?
Col tempo, quei bambini sono diventati un pezzo del mio cuore. Marco sempre in gamba, Beatrice dolce come pochi e Francesco beh, Francesco un uragano, ma adorabile.
E adesso ora sto qui, seduto nel nostro nuovo appartamento con Margherita, ascolto le risate dei bambini dal corridoio e penso che questa banda allegra, questa famiglia, siano il regalo più bello che la vita potesse darmi. Non avrei mai creduto possibile essere così felice Ecco, questo è tutto, amico mio.

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