La paura di diventare matrigna: Elisa rifugge il matrimonio con un vedovo

Paura di Diventare Matrigna: Il Diario di Livia
Oggi mi ritrovo a riflettere profondamente sulla mia situazione. La mia matrigna si è accorta chiaramente che io, Livia, non voglio sposare Carlo, il vedovo del paese. Non è perché lui abbia una bambina o perché sia più grande di me, ma la verità è che Carlo mi inquieta. Il suo sguardo freddo e tagliente mi penetra fino in fondo allanima, facendomi battere il cuore allimpazzata, come se volesse difendersi da frecce invisibili. Abbasso sempre lo sguardo quando lo incrocio, e quando finalmente trovo il coraggio di sollevare gli occhi, tutti notano subito che sono pieni di lacrime.
Quelle lacrime rigano copiose le guance arrossate dalla vergogna. Le mie mani tremano e i miei piccoli pugni vorrebbero respingere sia la matrigna che quel pretendente che lei mi ha imposto. Ma quelle stesse labbra che avrebbero voluto gridare un “no” hanno invece balbettato: «Va bene, accetto.»
E allora è deciso, ha detto la matrigna con soddisfazione. Non sposare un uomo del genere sarebbe un vero peccato! Dicono che con la sua prima moglie, Carlo si comportasse come fosse una signora di corte. Era fragile, sempre gracile e malata, e lui la coccolava in ogni istante. Lui faceva tre passi, lei uno, ma si fermava spesso a riprendere fiato, tosse e debolezza sempre con lei. Lui allora la abbracciava e rassicurava, mica come tuo padre, che ribatteva sempre a tutto come un matto.
Quando era incinta, nessuno la vedeva mai per strada. Stava sempre a letto, debolissima. Eppure lui si alzava la notte per occuparsi della bambina, mentre lei, dopo la nascita, non aveva più forze. Sua madre diceva sempre così.
«Invece tu, Livia, sei sana come un pesce! Carlo ti metterà in bella mostra in salotto. Sei sveglia, industriosa in tutto: sai cucire, tessere, dividere il grano con la falce e lavorare il telaio. Sarebbe un vero peccato lasciarti a un ragazzo: ancora non sanno cosa vogliono, sono instabili. Invece Carlo è un uomo solido, si sa tutto della sua vita. Che fortuna per te!
Preparerò un liquore fatto in casa per festeggiare, una piccola riunione tra noi. Carlo non vuole nemmeno il trambusto del matrimonio, per rispetto della defunta. Non vuole che si raccolga nemmeno la dote, ha detto che la casa è già piena di tutto.
Si racconta che Carlo sposò la sua prima moglie, Antonia, per amore, pur sapendo che lei era malata, sempre debole. Sua madre lo spronava: «Ti serve una donna vera, non una bambina», ma lui ascoltava solo il suo cuore. Non lo convinsero le parole degli altri, né la ragione, solo Antonia era tutto per lui.
Si mormorava nel paese che lei lavesse stregato; solo un uomo sotto un incantesimo avrebbe trasformato la casa in una clinica, in una vita di sofferenze. I medici dicevano che i polmoni di Antonia erano troppo deboli e ogni freddata portava a una ricaduta, alla bronchite e poi, forse, a qualcosa di peggio.
Carlo era convinto che lamore avrebbe respinto la morte, lavrebbe curata e che poi tutto sarebbe migliorato. In effetti, dopo il matrimonio, furono davvero felici per un po. Due sposi innamorati, pieni di gioia.
Poi la gravidanza di Antonia cambiò tutto: spossatezza, vertigini, sonnolenza la resero tanto debole da non riuscire nemmeno a pettinarsi i lunghi capelli. I medici rassicuravano: È la gravidanza, dopo il parto starà meglio. Carlo la accudiva con tenerezza e senza lamentele. Sua madre, però, lo rimproverava giorno e notte di aver portato solo grane in casa, anziché una padrona. Lui la difendeva come unaquila difende il nido, e chiese alla madre di non mettere più piede lì.
Quando nacque la bambina, Laura, Carlo sperò che la gioia tornasse. In effetti tornò, ma durò poco. Unennesima malattia abbatté Antonia, che si spense piano piano.
La portarono di nuovo allospedale; il dottore fu lapidario:
Non ce la farà, i polmoni non reggono più.
Antonia sapeva che le sarebbe rimasto poco da vivere e cercò di nascondere la paura, regalando a Carlo i suoi ultimi sorrisi, più dolorosi che felici. Ma i suoi occhi tradivano il terrore del domani e langoscia per la sorte della bambina. Il suo corpo si era fatto magrissimo, le costole sporgenti, le dita sottili, la schiena flessa: la morte era lì, silenziosa, in attesa.
Sentendo il suo addio avvicinarsi, Antonia chiese a Carlo di esaudire un suo desiderio:
Nessuno può cambiare i progetti del Signore. Il nostro amore è esausto, non ce la faccio più perdonami, Carlo, perdona anche Laura. Il destino ha voluto così sono nata per soffrire e ho trascinato nella sofferenza anche voi due.
Carlo le baciò le mani calde e sentì dalla sua voce rotta che non restava molto tempo. Lei cominciò a parlare tra i sospiri dellaffanno, del suo amore per loro e soprattutto di Laura, la loro bambina, e poi concluse, piano:
Sposati con Livia. Lei sarà buona moglie, tu sei un buon uomo e padre e lei sarà brava madre per nostra figlia. Anche lei ha già sofferto: cresciuta tra le grinfie di una matrigna e di un padre poco amorevole. Mi affascina la sua storia, mia madre è in amicizia con la sua famiglia. Ha gli occhi come un falco, vede oltre gli altri.
Livia è affettuosa, laboriosa e tenera non farà mai del male a Laura, imparerà a volerti bene. Trattala come me, falle sentire che sono un po anchio accanto a voi. Scusami, ma non è solo il corpo ad avere macchie, anche lanima si è stancata a forza di preoccuparsi per Laura. Il tuo destino è nelle mani di Dio, ma ricordati: non far soffrire la nostra bambina, o ti maledirò dallaldilà. Quegli ultimi istanti li pronunciò con tutta lenergia rimasta.
Carlo scoppiò a piangere. Le sue lacrime confondevano il volto di Antonia. Lei lo stringeva ancora per mano, mentre il soffio vitale si faceva sempre più flebile. Lultimo sorriso rimase sulle sue labbra, rivolto verso chissà dove.
Carlo la baciò su tutto il corpo, sussurrando mille promesse: avrebbe seguito ogni suo volere. E fu così che, solo un anno dopo la morte di Antonia, venne a chiedere la mia mano.
La proposta venne preparata dalla suocera di Carlo, che desiderava tanto per la nipotina una buona madre. Lei stessa, malata e stanca, sapeva che il tempo le era nemico, e voleva mettere in salvo la nipote e il genero.
Conosceva molto bene il dolore provato da Carlo e per la dolcezza con cui aveva trattato la figlia lo avrebbe ringraziato in ginocchio per sempre.
Le nozze avvennero quasi come in un sogno. Carlo, vedendo la figlia infelice e lasciata a sé, capì quanto fosse difficile crescere una bambina senza una mamma. Così seguì il suggerimento della defunta moglie. Da tempo osservava Livia me stessa e notava la mia pazienza, la gentilezza, la bellezza, persino una certa somiglianza con la sua amata Antonia: stessa treccia, stesso sorriso, stesso portamento.
A volte sentivo il desiderio di essere abbracciata da lui, di stare in silenzio, pensando proprio allimmagine di sua moglie. Io stessa non so spiegare cosa mi spingesse ad accettare il matrimonio. Forse la stanchezza di essere serva della matrigna, o la fatica di difendere mio padre ubriaco dalle grida della moglie, o i continui scherni delle sorellastre O aveva semplicemente pietà per la piccola Laura?
Comunque sia, accettando, sapevo che mi attendeva una nuova prova: imparare ad amare e lasciarmi amare da Carlo.
Subito dopo le nozze, Carlo volle che conoscessi Laura.
Lanziana suocera passava tutto il suo tempo con la nipotina, non lasciandola mai sola. Ogni notte spesso Carlo la sorprendeva mentre sussurrava qualcosa allorecchio della piccola, come per guidarla dopo la sua partenza. Il pensiero che quelle parole fossero un testamento damore mi faceva venire i brividi.
Laura era una bambina affettuosa e riservata, non si avvicinava mai agli estranei. Per lei esistevano solo il papà, la mamma, la nonna e una vecchia prozia sempre scontrosa.
Quando Carlo mi portò a casa sua, voleva che conoscessi la bambina senza la presenza di quella matrigna fastidiosa, che si comportava come una mucca finalmente mandata via dal cortile perché non dava più latte.
Io rimasi nel grande salone con Carlo, notando che lui non era affatto cupo come immaginavo, ma molto cortese, attento. Mi chiese apertamente se amavo un altro uomo, e che se così fosse mi avrebbe lasciata libera. Del desiderio di Antonia, nemmeno una parola.
Fui conquistata dalla casa: mobili raffinati, quadri nascosti in legno intagliato, stanze luminose e spaziose. Quando Laura mi vide, invece che sfuggirmi, volle subito giocare con me. Mi mostrò i suoi giocattoli, cercava di toccarmi la mano, mi scrutava con occhi vivaci e ogni tanto mi faceva un sorriso. La abbracciai durante i giochi, sistemandole i capelli splendenti come quelli della madre.
Vieni che ti faccio una pettinatura da principessa con i tuoi capelli, le dissi.
Carlo ci osservava, commosso. Era terrorizzato di introdurmi come matrigna, sapendo quanto Laura mancava la madre e come continuasse a scrutare fuori dalla finestra, convinta che un giorno lavrebbe rivista. Ogni volta che qualcuno bussava alla porta, correva nella speranza che fosse la mamma tornata a casa.
Carlo provò a spiegarle più volte la verità, ma Laura aveva solo quattro anni e il cuore dei bambini non ha bisogno di spiegazioni: le serve solo una mamma, dolce e affettuosa.
Carlo aveva timore di illudersi riguardo a me. Ma quando vide Laura stringermi la mano per non farmi andar via, si sentì invadere dalla serenità.
Laura mi prese per mano e mi portò nella sua stanza, scoprendo il copriletto, gonfiando i cuscini con fare da piccola padrona di casa e iniziando a saltare sul letto per la felicità.
Con il cuore serrato, rividi me stessa da piccola, appena arrivata la matrigna in casa: le colpe addossate anche per una briciola di pane, i dolci nascosti solo per le sue figlie, le punizioni severe per i compiti mal fatti, i vestiti rattoppati, i genitori ubriachi stesi a terra che io coprivo commossa. Ricordai le preghiere della matrigna che mi scacciava come una bestia inutile e i suoi maledetti insulti. Mi avvicinai a Laura con la gola stretta e la abbracciai forte. Mi sdraiai accanto a lei e la piccola si addormentò con un sonno sereno, felice.
Carlo era così felice che non sapeva come reagire. Bevemmo del tè insieme e continuammo a guardarci negli occhi, sorridendo in silenzio. Quella sera non mi lasciò tornare a casa.
E basta: una moglie deve stare accanto al marito, non andarsene in una casa ostile.

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La paura di diventare matrigna: Elisa rifugge il matrimonio con un vedovo
Ascoltami con attenzione — continuò il coinquilino.