Oh, ti devo raccontare cosa è successo quando abbiamo deciso di andare a trovare i miei genitori, dopo quasi sei mesi di matrimonio.
Sai, era una decisione che rimandavamo da tanto, ma alla fine abbiamo preso il treno per il mio paesino giù in Campania. Già sapevo che non sarebbe stato semplice, ma non immaginavo fino a che punto potesse diventare pesante. Appena arrivati, mia madre ci ha accolti con uno sguardo freddo e una frase da far raggelare il sangue: Qui si lavora, non si viene a perdere tempo. Ti giuro, lo ha detto con una voce che sembrava quella di un capo officina più che di una madre.
La mia Chiara, con quella sua dolcezza cittadina e le mani così eleganti, lì per lì mi è sembrata fragile come una margherita in mezzo alle pietre. Ho sentito la sua stretta alla mia mano quando mamma le ha messo davanti una bacinella di alici fresche da pulire. Mi veniva da urlare: Ma mamma, Chiara è mia moglie, non una colf! Invece sono rimasto zitto, perchè so che ogni mia parola lì diventa benzina sul fuoco.
Quei giorni in paese sembravano infiniti. Chiara lavorava fino a tarda sera, e le mani le tremavano mentre lavava le stoviglie nellacqua gelida del pozzo. La vedevo stringere le labbra per non piangere quando mamma, in dialetto stretto, la sgridava ancora per la sua pigrizia. Non sarai mai allaltezza di mio figlio! mi rimbombavano queste parole come una maledizione. E io, in disparte, come incatenato alla casa dovero cresciuto.
A cena ce la cavavamo con patate lesse e pesce che Chiara preparava da sola, ma mamma restava in disparte, quasi a controllarci. Sembrava unombra che aspettava solo di vedere un nostro errore. La notte, sentivo Chiara singhiozzare contro il cuscino; sussurravo mi dispiace mi dispiace per tutto ma le parole si perdevano nel buio.
Tornato a Napoli, ero deciso a dirlo in faccia a mia madre: Non umiliare più mia moglie. Lei si è fatta una risata. Dimentichi chi ti ha cresciuto? Chi ti ha dato da mangiare quando avevi fame? Le sue parole mi sono entrate dritte nel cuore, come una lama.
Quando poi siamo dovuti tornare in paese, ero pronto a discutere ancora. Papà si era fatto male a una gamba, così toccava a me portare le mucche al pascolo. A Chiara hanno dato degli stivaletti di gomma vecchi, di quelli che strappano la pelle a camminare nel fango. Ha seguito ogni mio passo, inciampando, mentre io continuavo a tacere: ogni mio gesto gentile rischiava di farle peggiorare la situazione.
E poi la questione della carne dagnello. Chiara non riusciva proprio a sopportarne lodore, ma mia madre la cucinava apposta tutti i giorni. Se vuoi far parte della famiglia, devi mangiare! gridava, quando Chiara si rifiutava. Allora io ho preso una forchetta e ho lanciato un pezzo di carne per terra. Basta, mai più così, ho detto sottovoce. Ma quello era solo linizio della guerra.
Ora che Chiara aspetta la nostra bimba, non posso più rischiare. Quando mamma mi chiama, le dico: Se vuoi venire, vieni tu. Ma Chiara resta a casa. Quando tace, è come se mi mandasse un mare di insulti tramite il silenzio, ma stavolta sentivo il cuore leggero. Ho abbracciato Chiara e le sue mani calde mi facevano capire che a volte bisogna proteggere la propria famiglia, anche da chi ti ha messo al mondo.
P.S. Lultima volta che mamma ha telefonato, ho spento il cellulare. Cera dolore per entrambi, ma a volte il dolore è lunico modo per svegliarsi davvero.






