Il Gusto Autentico del Pane Fatto in Casa

Quando Veronica tornò al suo piccolo Borgo di San Michele, nessuno la riconobbe subito. Trenta anni erano passati. Trenta anni, da quando, a diciotto anni, aveva preso lautobus per Roma e sparì. Allinizio scriveva lettere, poi sempre meno, fino a cessare del tutto. Si diceva che si fosse sposata e avesse attraversato laltopiano, altri bisbigliavano che fosse caduta in qualche guaio.

Ora era in piedi accanto al vecchio cancello, dove un tempo sorgeva un enorme noce. Il cancello era storto, la casa era invasa dalle ortiche, e il noce continuava a frusciare, con rami più spessi, come se laspettasse proprio lei.

Veronica? domandò cauta la vicina Nunzia, uscendo dalla porta di legno. Ma sei tu, per Dio?

Sono io, zia Nunzia sorrise Veronica, la voce tremante. Sono tornata.

Non ci posso credere! Nunzia incrociò le dita. Sei viva! Pensavamo già

Verbene rimase senza parole, la prese in un abbraccio e piangeva, ma non a gran voce, solo con le lacrime che scivolavano come se fossero già stanche di trattenere tutto dentro.

La casa di Veronica si trovava ai margini del borgo. Una volta il padre, Giuseppe, cuoceva il pane per tutto il paese. Era considerato un vero maestro. Si raccontava che il suo pane odorasse di festa. La gente veniva a prendere una pagnotta non solo per mangiarla, ma per assaporare quel calore.

Era sempre il tuo papà a fare il pane miracoloso, sospirava Nunzia, mentre la sera sedevano sulla panchina di pietra. Ti ricordi come impastava con le mani, poi chiamava noi ragazzini a odorare limpasto? Diceva: Ricordate questo profumo, è casa.

Mi ricordo, mormorò Veronica. Quellodore è il mio ricordo più forte.

Silenziosa, Veronica raccontò che a Roma si fosse davvero sposata, con un ingegnere, ebbe una figlia, Ginevra, poi divorziò. Lavorò in un bar, aprì una piccola panetteria e provava a fare il pane secondo la ricetta di suo padre. Ma il profumo non veniva lo stesso.

Papà sapeva tutto, non dai libri, non dalle ricette, ma dal cuore, continuava Nunzia. Ecco, manca quel tocco.

Il giorno dopo Veronica andò allufficio postale, che ora era anche una sala club e una piccola amministrazione, per scoprire chi fosse il proprietario della casa. Scoprì che nessuno la possedeva più: era registrata come abbandonata. Una settimana dopo ottenne i documenti e decise di restare.

Allinizio tutti rimanevano sbalorditi: la città, le scarpe col tacco, gli occhi che brillavano. Poi si abituarono. Veronica comprò una impastatrice, riportò da Roma farina e lievito, pulì il vecchio forno a legna, e una mattina il profumo si sparse sul borgo.

Gli anziani uscivano in strada e si fermavano, come se ricordassero qualcosa. I bambini giravano intorno al cancello, sbirciando dalle finestre. Verso sera, quando Veronica mise in vetrina le prime pagnotte, la fila era di nuovo lunga come una volta, fino al cancello.

Madonna, Veronica! esclamavano. Proprio come il tuo papà! Identico!

Lei sorrise, pensando: no, non è identico, è un po diverso, è più nostro.

Una sera, davanti al negozio, si avvicinò un uomo di circa sessantanni, con i capelli argentati e una giacca consumata. Stette lì indeciso, senza osare entrare.

Veronica disse alla fine.

Lei si girò, il cuore le balzò in gola.

Lorenzo?

Lui annuì. Era lo stesso Lorenzo, il ragazzo del vicinato, compagno di scuola, dei pomeriggi in bicicletta e dei sogni di gioventù. Dopo si era fermato, sposato, aveva perduto la moglie, cresciuto un figlio, e ora si trovava lì, a muoversi nervosamente come un adolescente.

Il pane è iniziò, come una volta. Anzi, forse più buono.

Grazie, rise Veronica. Entra, prendiamoci un tè.

Così ebbe inizio il racconto. Prima chiacchiere, poi aiuti: legna, riparazione del forno. Poi, quasi per caso, Lorenzo iniziò a venirti ogni sera. A volte tacevano, altre volte parlavano fino a notte fonda, di vita, di perdite, di come ritrovare la forza di andare avanti.

Un giorno disse:

Sai, ti ho sempre tenuta nella mente.

Io? Dopo trentanni?

Come dimenticare? scrollò le spalle. Quando odoro il pane, ti ricordo subito.

Linverno la figlia Ginevra arrivò al borgo, tutta città, con smartphone e laptop.

Mamma, disse guardando il forno. Davvero vuoi restare qui? Senza internet, senza consegne, senza tutto?

Ginevra, qui ho tutto: gente, casa, pane.

Ma perché? sbuffò, chiudendo il laptop. È una buca!

Ginevra, sussurrò Veronica. Hai lodore dellinfanzia?

Cosa?

Quel profumo che, chiudendo gli occhi, ti avvolge come un abbraccio caldo e tranquillo. Lo hai?

Ginevra rimase senza parole. La sera, quando la mamma sfornò una pagnotta fumante, Ginevra la abbracciò.

Mamma credo di aver capito.

Da allora veniva ogni estate, aiutava, fotografava il pane, lo pubblicava online sotto Il pane di nonna. Gli ordini arrivavano anche dalla città, ma Veronica continuava a impastare a mano, come le insegnò il padre.

In primavera Lorenzo si ammalò. Prima un raffreddore, poi il cuore. Veronica gli portava cibo, faceva turni in ospedale. Lui scherzava:

Non ti preoccupare, il mio pane sarà sempre sul tavolo.

Una notte, però, non cera più.

Non pianse. Si sedette sul portico e guardò il sole che lentamente sorgeva sopra il borgo, una pagnotta ancora calda in mano. Lodore del pane divenne così intenso da sembrare la vita stessa che entrava nella casa.

Grazie, sussurrò al vuoto. Per tutto.

Due anni dopo, la panetteria Da Veronica era famosa in tutta la zona. Ma la cosa più importante era che il suo pane riportava alla gente il ricordo. Alcuni dicevano: Profuma di infanzia, altri: Profuma di felicità.

Quando una giornalista chiese:

Signora Veronica, qual è il segreto del suo pane?

Lei sorrise e rispose:

È la fedeltà. Fedeltà alla casa, alle persone, a quello che eri un tempo. Se il cuore resta fedele, il pane lievita, e la vita anche.

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