Vivevano due vecchie signore in una piccola casupola di pietra, una di loro, Marta, aveva ottantanni, laltra, Giulia, ne aveva novantadue. Non erano sorelle né parenti; un tempo avevano abitato case diverse, ma da quindici anni condividevano il focolare, scambiandosi parole e silenzi come se fossero ununica voce. Il fuoco del camino bruciava a metà, il legno era più scarso, la zuppa meno ricca; entrambi sapevano che da soli il mondo suonava più forte e le parole si facevano monologo.
Scelsero di stare nella casa di Giulia perché le pareti di pietra la proteggevano meglio, mentre la dimora di Marta, con le sue cappature e i soffitti bassi, si era ormai ridotta a rifugio di legna. Per cinque inverni avevano sfidato il freddo senza chiedere aiuto a nessuno. Un tempo avevano polli e una capra, ma col passare degli anni la terra divenne più dura da coltivare, tanto che lanno scorso non riuscirono nemmeno a sistemare il orto. Alla fine dellestate, accendere il forno divenne unimpresa quasi impossibile.
Ogni settimana li visitava Luca, il nipote di Giulia, un uomo di trentanni, soprannominato Il Fumatore per via del suo sorriso sempre avvolto nel fumo di una pipa. Arrivava in moto con una grossa borsa piena di pane, formaggio, tazze di tè e zucchero, e talvolta una pentola di patate cotte al fuoco di legna. Quando entrava, le due donne versavano lacrime.
Se continui a piangere, smetterò di venire, diceva Luca, e loro cercavano di rassicurarlo.
Va bene, non torneremo più, rispondevano, cercando di calmare il suo cuore.
Luca scaricava la provvista, riempiva il pozzo dacqua, gettava legna nel fuoco, così che bastasse accendere una scintilla. Si chiedeva cosa volessero:
Cosa vi porto? domandava ogni settimana. Tornerò fra una settimana, ordinate pure. E poi correva fuori, il viso rosolato dal sole, la moto che rombava come un tuono nella valle.
Le notti destate erano silenti, a volte le due anziane si sdraiavano in un angolo della stanza.
Non dormi, Giulia? chiedeva una, svegliandosi in mezzo al buio.
No, non dormo. Da ieri non chiudo gli occhi, rispondeva laltra.
Anchio non dormo Di cosa pensi? si chiedevano, finché le parole non si mescolavano al sussurro del vento.
La loro conversazione era un flusso continuo:
E il mondo? domandava Marta.
Nessuno lo conosce. rispondeva Giulia.
Le due cominciarono a indebolirsi, ma la loro mente rimaneva viva, più acuta forse di quando erano giovani, perché dallalto si vedeva meglio. A volte, però, ricordi confusi le facevano vacillare. Una notte, Marta si alzò e iniziò a vestire, come se lattesa di un nuovo giorno la spingesse a muoversi.
Dove vai? la chiamò Giulia.
A casa. rispose Marta.
No, è qui! insistette Giulia, ma Marta, confusa, si girò, si tolse i vestiti e si sdraiò sul letto.
Giulia non disse più nulla, comprendendo che il cambiamento di Marta era solo temporaneo. Nonostante la paura di cadere nella malinconia, la vita di Giulia rimaneva brillante, quasi una bambola di stoffa che sorrideva al vento.
Un giorno Marta, con voce tremante, iniziò a parlare:
Il mondo non è privo di gente buona. Luca ci porta provviste, legna e un po di luce. Viviamo nella nostra casa, al caldo, al riparo. Riceviamo i soldi per il pane. Che altro ci serve?
Tu canti bene, Giulia. Hai un nipote. Io non ho più nessuno, rispose Marta, stringendo le mani.
Non ti lascerò, ti prometto, finché mi muoverò, sarai al mio fianco. Anche quando credo che anche i poveri siano persone, diceva.
Marta si animava di nuovo, guardando intorno con occhi più allegri. Giulia, come una luce che non si spegne, irradiava gioia e amore. Raccontavano della loro vita, di come fossero compagne di un secolo di avventure. I figli di Marta erano quattro, quelli di Giulia due. I figli di Marta, tutti morti, lasciavano un vuoto incolmabile. Marta, gravemente malata, aveva il ventre pieno di dolore, ma il medico la curò con una semplice carezza. Uno dopo laltro, i figli di Marta perirono, lasciandola sola, devastata, ma non delirante.
Giulia, invece, perse il marito, ma i suoi due figli tornarono in città, uno in una cooperativa artigianale, laltro in una piccola bottega di ceramica. Uno morì a trentotto anni, laltro sposò una giovane e tornò a vivere nella casa di campagna, condividendo stanza con Luca.
Giulia, ormai quasi ottantacinque, si trovava ancora a parlare con Luca, che le portava pane, formaggio e bustine di tè. Anche quelle piccole cose non bastavano a colmare il vuoto dentro di lei. Una mattina, mentre il sole filtrava tra le persiane, Giulia sentì la voce di Marta, immaginando di parlare con lei:
Ehi, vecchia! Hai preso il posto? disse Marta, fuori dal nulla.
Giulia aprì la porta del cortile, ma non cera nessuno. Si girò, guardò i cespugli di sambuco crescere dove stavano i fiori, e pensò forse fosse solo il suo animo a ricordare la voce di amica. Accese una piccola lanterna, aprì un vecchio baule e pose al suo interno un vestito preparato per lestate.
Il tempo scorreva, giorno e notte si mescolavano, e Giulia non sapeva più se fosse giorno o notte, né quanto tempo fosse passato. Sentiva la vita spegnersi dolcemente, senza dolore, solo una quiete profonda. Immagini vive di gioventù le attraversavano la mente: una bambina tre anni in un prato fiorito con sua nonna, un giovane marito in camicia bianca, i figli che correvano tra i campi di grano. Lodore di paglia, di segatura e di olio di lino riempiva il suo respiro.
Quando Luca arrivò con la moto, trovò Giulia immobile, la testa china accanto a un piccolo sacchetto di stoffa. Una lacrima scivolò sul suo volto, e il giovane, senza parole, cadde a terra, piangendo a dirotto.
La scena si chiudeva sul fuoco che ancora ardeva, su due mani che si stringevano appena, su un silenzio che parlava di addii e di una vita vissuta in condivisa sopportazione, nel cuore di una campagna italiana dove le stagioni raccontano storie più antiche di quelle delle parole.




