Non Perdono

Ero sola nella piccola clinica di campagna, ascoltando il cigolio dei passi sul muro uno, due, uno, due come se la vita stessa fosse scandita da quei ticchettii. Mi chiedevo quante esistenze fossero passate tra quelle pareti, quante lacrime avesse assorbito quel vecchio letticino rivestito di tela ruvida.

Allimprovviso la porta gemeva in modo lamentoso, come se il freddo lavesse contratta. Sullo stipite apparve Ginevra Càlvi, dritta come unasta, secca, incapace di versare una sola lacrima. La guardavo da quarantanni; il suo volto, inciso nella pietra, mostrava negli occhi due frammenti di ghiaccio.

Entrò muta, tolse il fazzoletto bagnato dalla testa argentata, lo appese al gancio con la cura di chi posasse unonorificenza. Si sedette sul bordo di una sedia, schiena eretta, mani intrecciate sul grembo, dita scheletriche formavano un nodo.

Buongiorno, signora Bianchi la sua voce era sempre piatta, come un drappo teso.
Buongiorno, Ginevra. Che ti porta qui? Il cuore ti gioca un brutto scherzo?

Rimase in silenzio a guardare la pioggia grigia fuori dalla finestra, poi parlò a malapena, un sussurro che faticai a cogliere:
Fiorenzo sta morendo.

Il mio cuore sprofondò nelle scarpe. Fiorenzo Fiorenzo Corallo. Quelluomo che doveva essere suo compagno quarantanni fa. Lintero borgo ricordava la loro storia come una favola spettrale: le loro case si fronteggiavano sullaltra riva del fiume, come due sponde che non avrebbero mai potuto incontrarsi. Nessuna parola, nessuno sguardo. Se Ginevra attraversava la riva destra per andare al mercato, Fiorenzo aspettava finché lei non scompariva, per poi uscire dalla sinistra. Una guerra di ghiaccio, silenziosa, ma ancor più spaventosa per la sua freddezza.

I medici della provincia sono venuti proseguì Ginevra, con la stessa voce di pietra . Dicono due o tre giorni, non di più. Soffrirà.

Io la guardavo, senza capire. Perché era venuta da me? Per informare? Per gioirsi? Nei suoi occhi di ghiaccio non cera né gioia né tristezza, solo un vuoto, una terra bruciata fino al fondo.

Sono andata da lui, signora Bianchi. Ora è da lui.

Le parole svanirono dalla mia bocca. Ginevra? Fiorenzo? Il fiume sembrava scorrere al contrario! Sembrava avesse letto i miei pensieri, e un sorriso amaro gli increspò un angolino della bocca.

La sua vicina, Claudia, è corsa qui stamattina. Dice che lui la chiamava, che voleva chiedere perdono prima di morire. Io sono venuta. Volevo guardargli negli occhi unultima volta, fargli vedere che non lho spezzato, che non ho perdonato.

Il silenzio nella clinica divenne un ruggito interno, il mio cuore batteva come un tamburo. Ginevra fissava un punto fisso, le mani si stringevano finché le nocche non si incolorirono. Capii che, in quel preciso istante, la diga che aveva costruito per quarantanni stava per crollare.

Sono qui ma lui è secco, la carne è sola, le ossa spoglie. Gli occhi sono vuoti, respira a intermittenza. Quando mi ha visto, le labbra tremarono, ma non poteva parlare. Solo guardare, e nei suoi occhi non cè paura, signora Bianchi, non cè. Cè una tristezza mortale. Sembra che non muoia per la malattia, ma per quel dolore. Ha allungato la mano, secca come un ramo autunnale

Ginevra rimase muta, e una sola lacrima, pesante e salata per quarantanni di dolore, scivolò lenta lungo la sua guancia di pietra.

Io io, signora Bianchi non sono riuscita. Non ho potuto prendere la sua mano. Resto sopra di lui come una statua, e nella mia testa le parole di mio padre rimbombano. Ti ricordi di Paolo, mio padre? Lui chiamava Fiorenzo figlio. Diceva sempre: Ginevra, ti darò in sposa a Fiorenzo e sarò in pace. E quando Fiorenzo tornò dalla città con una palla mio padre cadde. Una settimana dopo non cera più. Prima di morire mi disse: Figlia, non perdonare il tradimento. Mai. Così non lho perdonato. Io sto sopra Fiorenzo, lo guardo spegnersi, e voglio gridare: Non perdono! Senti? Non per me, ma per mio padre non perdono!. Le parole si bloccarono nella gola, una rabbia si impadronì di me, un odio così forte Che tipo di persona sono, signora Bianchi? Che cosa ho al posto del cuore, solo pietra? Lui muore e io non gli ho neanche offerto la mano. Mi voltai e uscii.

Coprì il volto con le mani, le spalle tremarono in un lamento silenzioso, non piangeva, ma si spezzava dallinterno. Toda la sua fierezza, tutta la sua forza di roccia, si frantumarono in polvere sul mio vecchio sgabello.

Mi avvicinai in silenzio, riempii un bicchiere di vetro inciso dacqua, vi aggiunsi qualche goccia di valeriana, e glielo porsi. Le dita tremarono, il bicchiere tintinnò contro i denti. Bevve dun colpo.

Ho vissuto tutta la vita con questo rancore, signora Bianchi. Mi scaldava come il camino, non mi lasciava crollare, non mi faceva piangere per me stessa. Ho tenuto la casa con pugno di ferro, il mio orto non ha né erba né filo. Tutto per lui. Perché vedesse che vivevo senza di lui. E ora lui morirà, e che rimarrà? Con cosa vivrò? Solo vuoto

La guardai, e la sua anima sembrava persa. Così succede, cari miei. Si porta dentro unoffesa, la coccola come un bambino, e quelloffesa ti divora dallinterno. Pensi che sia la tua forza, ma è la tua croce, la tua prigione.

Vai da lui, Ginevra le dissi piano. Vai. Non per lui. Vai per te. Non per perdonare. Solo per stare al suo fianco. Morire da sola è spaventoso.

Mi guardò con occhi colmi di tormento, e dentro di me si strinse un nodo.

Non potrò, signora Bianchi. Non potrò. Sono pietra, non uomo.

E se ne andò, silenziosa come al suo ingresso, indossò il fazzoletto umido e scomparve nella coltre grigia della pioggia.

Passai la serata in uno stato di sogno, pensando a loro, al fiume che aveva diviso i destini, allorgoglio più forte dellamore, al patto di mio padre che si era trasformato in maledizione. Non riuscivo a dormire, mi rigiravo. Allalba decisi di andare da Fiorenzo. Darei uniniezione anestetica e mi siederò accanto a lui, non per dovere medico, ma per umanità.

Mi misi il cappotto, i robusti stivali, e attraversai il ponte verso laltra sponda. Il mattino era avvolto da una nebbia bianca come latte sopra il fiume. Arrivai alla casa di Fiorenzo, il cuore batteva forte, temendo di essere troppo in ritardo.

La porta del portico era aperta. Entrai piano. Laria profumava di legno vecchio, erbe e zuppa di pollo. Mi fermai, da dove venisse quella zuppa? Guardai nella stanza e vidi che scena!

Ginevra stava accanto al fuoco, in un vecchio camice, i capelli legati da una sciarpa. Il suo viso era stanco, ma vivo, non più di pietra. Mi vide, rabbrividì, portò il dito alle labbra: Silenzio, signora Bianchi. Sta dormendo.

Mi avvicinai in punta di piedi al letto. Fiorenzo giaceva pallido, ma respirava con calma, non come un morente. Sul comodino cera un bicchiere di infuso di rosa canina e un piattino con un biscotto spezzato.

Ginevra e io uscemmo in cucina. Lei chiuse la porta e si lasciò cadere su uno sgabello, esausta.

Dopo di te, signora Bianchi, torno a casa mormorò. Vago da un angolo allaltro, non trovo posto. È come se una bestia mi rosicchiasse dentro. E allora ho capito: non è rabbia. È paura. Ho paura che lui se ne vada e io rimanga con questo peso nel cuore. È come se mio padre, dal suo ritratto, mi guardasse scuotendo la testa. Non voleva che la sua figlia bruciasse la vita nellodio.

Un sospiro fu come liberazione.

Ho preso il brodo di pollo che avevo preparato, lho portato a lui. Era notte. Pensavo, se dovesse morire, almeno che lo facesse con dignità. Entrai, lui stava gemendo, chiedeva da bere. Ho bagnato le sue labbra, gli ho dato il brodo con un cucchiaino. Bevve sorso dopo sorso e poi aprì gli occhi, mi guardò e disse chiaramente: Ginevra, piccola mia, perdonami. E pianse. Immagina, signora Bianchi, questo orgoglio di pietra che piangeva.

E tu? chiesi, ansimando. Che cosa fai?

Ginevra osservò le sue mani rosicchiate, poggiate sulle ginocchia.

Non ho fatto nulla. Mi sono seduta accanto a lui, ho preso la sua mano. Ho passato la notte così, senza dirgli ti perdono. Non volevo mentire. Non lho perdonato, per il padre, per quarantanni di vita bruciata. Non si può cancellare con il gesso. Ma sono rimasta al suo fianco, sentendo la rabbia scivolare via, goccia dopo goccia. Come se non fosse lui a guarire, ma io. Allalba si addormentò sereno, la febbre sparì. Vivrà, forse il mio nemico più caro.

Passarono sei mesi. Lautunno lasciò spazio allinverno, linverno alla primavera, e ora è estate, il culmine dellanno. Il sole cocente, lerba alta, le api ronzano sopra il trifoglio è una benedizione!

Fiorenzo alla fine si riprese, non subito, ma Ginevra lo aiutò a rimettersi in piedi. Ogni giorno attraversava il fiume per portargli latte, dolci, silenziose offerte. Lui mangiava, diceva Grazie, Ginevra, lei annuiva e se ne andava. Lintero borgo li osservava, temendo di spezzare quelleffimero armistizio.

Ricordo di aver camminato dal fondo del villaggio di Zaccaria, deciso di passare davanti alla casa dei Corallo. Mi fermai e una scena mi trafisse gli occhi, lacrime luminose mi salirono alle guance.

Sotto un vecchio melo, due anziani seduti. Lui, con capelli bianchi, intagliava un piccolo fischietto di legno per i bambini del vicinato. Lei, accanto, sbucciava patate fresche in una ciotola, raccontandogli a bassa voce delle sue nuove zucchine. Il sole filtrava tra le foglie, disegnando ombre danzanti sui loro volti, sui capelli, sulle mani. Un silenzio intorno, una pace tale che sembrava impossibile respirare ad alta voce.

Lui non la chiamava più piccola mia, lei non lo guardava più con occhi innamorati da gioventù. Non erano più marito e moglie, ma due vicini di riva che, alla fine della vita, avevano compreso qualcosa di più profondo di perdono e di rancore. Qualcosa sul calore di una mano offerta, sul bicchiere di brodo. Sapevano che stare insieme a volte vale più di qualsiasi parola.

Mi videro, sorrisero.

Signora Bianchi, siediti! gridò Fiorenzo, ormai robusto. Ginevra sta portando il kvas freddo dal cantina!

Mi sedetti e bevvi quel kvas pungente, osservando loro, il fiume scintillante al sole, e mi chiesi Dite, cari miei, cosè stato tutto questo? Un nonperdono? O la più alta forma di perdono, che non ha bisogno di parole?

Il sogno svanì, ma leco rimase.

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