Mio marito è uscito alla panetteria di Trastevere a prendere il pane e non è più tornato. Ha lasciato il suo bicchierino di caffè a mezzogiorno, il cellulare che faceva il solletico alla presa di corrente e quel suo arrivo subito, che per noi significava sempre fra quindici minuti.
Ho aspettato come quando si aspetta lascensore che scende dal piano più alto: con il cuore in subbuglio ma senza panico. Dieci minuti. Trenta. Unora. Quando ho chiamato per la terza volta, il telefono ha risposto nella nostra hall, ancora squillante.
Mi sono precipitata alla panetteria. La signora al banco ha ricordato la giacca blu di Luca e il fatto che avesse spostato il panino sul tavolo perché aveva dimenticato il portafoglio. Sono uscita sul marciapiede a mani vuote, con la strana sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, senza però sapere cosa.
Da lì è stato un susseguirsi di andate al commissariato, attendete, compilate i moduli, foto per i social, numero di pratica. Quella stessa sera ho messo lacqua a bollire per la pasta e, per la prima volta nella vita, non sono riuscita a mangiare da sola.
I giorni, i mesi, gli anni sono passati. Ho imparato a vivere come chi condivide lo stesso appartamento ma usa gli oggetti in modo diverso. Ho messo lo spazzolino di Luca nella tazza, anche se il dentifricio si era ormai indurito. Ho spostato le sue scarpe invernali in una scatola, senza però mettere il suo nome sulletichetta. Speravo, timida e ostinata, che un pomeriggio suonasse di nuovo la campanella e sentissi il suo sono qui, arrivo subito. La speranza mi ha scavato un buco dentro, un buco che ha iniziato a riempirsi di polvere.
Dopo tre anni ho smesso di girare a ruota nella piazza. Dopo cinque ho capito che scomparso non è uno stato temporaneo, ma una forma di esistenza che abbraccia sia i morti sia i vivi. Dopo otto ho cominciato a imballare scatole: cose che non uso più, cose che non voglio più usare, cose che non dovrei usare se davvero voglio andare avanti.
È stato allora che è arrivato un pacco piccolo, sconspetto. Una busta a bolle con solo il mio indirizzo, senza nome. Dentro cera un quaderno a righe, quello da scuola, e una chiave su un anello di metallo con il numero 12. Sulla prima pagina il mio nome, scritto con la sua calligrafia: una A inclinata e una l allungata. Sotto la firma: Se leggi questo, significa che non sono riuscito a tornare.
Mi sono seduta al tavolo della cucina e ho letto come chi inizia un libro a metà perché non ha la forza di cominciare dallinizio. Il quaderno era grezzo e sincero, senza frasi pompose, con date che saltellavano come ciottoli nel fiume. Il primo appunto: Il giorno del pane. Non riuscivo a respirare.
Mi sono fermato davanti alla strada e mi sono chiesto: come ti spiegherò questo? Poi sono seguiti frasi affannose su debiti in cui si era impigliato, per farci più facile la fine dellanno; su un uomo che ha iniziato a venire sotto il palazzo; su un vergogna che cresce quando non sai dire la verità. Sapevo che, se tornassi, ti scaricherei tutto sulle spalle. Sono salito sul primo autobus. Mare, più lontano.
Un altro appunto, dopo qualche settimana: Pensavo di tornare, una volta pagato il debito. Ma ho incontrato una signora che mi ha riconosciuto dalla tua foto destate al molo. Mi ha chiesto se stavo bene. Ho mentito.
E poi sono diventato per il suo ragazzo quel che lui cercava. Qualcuno è caduto in acqua, labbiamo tirato fuori insieme. Sono rimasto. Non per amore, ma per paura che, tornando, distruggessi tutto. Dirai che scappavo. Hai ragione. Scappavo.
Il quaderno non dava consolazione. Non conteneva ti amo, perdonami né tornerò il giorno X. I suoi scusi erano come graffi sul vetro: visibili, ma irreggibili. Cera lindirizzo di un paesino sul mare e il nome di un ostello dove fino alla fine dellestate aiuterò a sistemare i letti, poi le barche. E una frase su cui ho fermato il dito: Se mai vorrai la chiave è per larmadietto al porto. 12. Lì ho aspettato le tempeste.
Sono partita. Viaggiavo come chi vuole riavvolgere il film a una scena in cui tutto procede diversamente. Il borgo odorava di pesce e di catrame. Ho trovato il porto e quella piccola cassa di legno con il numeretto arrugginito.
La chiave è entrata. Dentro cerano piccoli oggetti: una giacca impermeabile leggera, un vecchio coltellino, una foto di un ragazzino con una bandierina di carta in mano. E una busta con il nome Alba il mio nome, quello che lui usava solo per me.
Dentro cera una breve lettera, probabilmente scritta di corsa. Alba, volevo tornare. Ogni giorno mi immaginavo come dirti tutto senza farti odiare. Ma sono un codardo. Non ho avuto il coraggio di bussare a una porta a mani vuote e ammettere la mia stupidità. Sono rimasto perché qualcuno aveva bisogno di me, e tu tu sai cavartela da sola, meglio di quanto io faccia. Scusa. Se mai tornerai, chiedi alla signora del bar Da Irena. Ti dirà di più. Io non ce la farò più.
La signora del bar Da Irena era la stessa donna della foto. Lho riconosciuta per i capelli legati con una fascia e un braccialetto di perline azzurre. Al mio avvicinarmi è rimasta immobile, come se fosse apparso un personaggio di una favola che nessuno crede più. Ci siamo sedute su sedie di ferro le cui gambe stridono sul piastrelle.
Lho conosciuto come Gianni ha iniziato, prima che potessi parlare. È venuto ad aiutare. Prima i letti, poi le barche. Era silenzioso. Non beveva. Non chiedeva, ma ascoltava. Ha sorriso malinconica. Non era il mio uomo. Era luomo che ha salvato il mio bambino quando londa lo ha trascinato sul molo. È rimasto perché pensava di aver finalmente trovato uno scopo.
Non ho chiesto dei sentimenti. Non volevo sapere se hanno dormito insieme o no. Volevo solo capire perché non mi avesse chiamato, avendo il mio numero e la mia voce.
Lho chiamata una volta ha continuato. Dal suo telefono. Non ha risposto. Ha indicato una data. Ero di turno, il computer si era spento e ho corso tra i piani tutto il giorno. Sul registro delle chiamate avevo venti numeri, nessuno non segnato.
E poi? ho chiesto.
Poi si è ammalato ha risposto. Allinizio niente di grave, solo stanchezza. Poi è peggiorato. Ha alzato lo sguardo. Mi ha chiesto di non chiamarlo finché non avesse la forza di venire da solo. Ha detto che, se avesse fatto abbastanza vergogna a qualcuno, almeno sarebbe tornato a piedi.
Era la verità? Stava salvando la sua immagine ai miei occhi? O si proteggeva? Sentivo le mie domande frantumarsi come il pane secco in una minestra, in briciole che si ingoiano solo in silenzio.
Al porto, accanto allarmadietto numero 12, cera un avviso sui pescatori scomparsi: nomi, patrono, data della messa. Il suo nome non era lì. Né Gianni. Forse era un bene. Forse un male. Forse mi dava il permesso di decidere se nella mia storia lui muore davvero o semplicemente svanisce.
Il tramonto ha tagliato lacqua a metà. Mi sono seduta sul molo e, per la prima volta da anni, ho sentito di poter respirare più a fondo, anche se laria non era aumentata. Ho tirato fuori il quaderno, ho sfiorato la parola Alba. In lontananza ho sentito una risata di bambino forse quella della foto, forse un altro che non ci conosce.
Sono tornata a casa con la chiave in tasca e con il numero di Irena scritto su un foglio che non intendo più perdere. Ho posato il quaderno sul tavolo, accanto al bicchiere vuoto. Per un attimo ho voluto bruciarlo sul barbecue del balcone, come si fanno le lettere destate, per non tentare più. Invece lo ho nascosto in una scatola di tè, quella in cui tengo le cose non per ora.
So perché non è tornato? So abbastanza per far convivere tutte le versioni possibili. Che cera un debito e una vergogna. Che cera un porto e un ragazzo che ha tirato fuori dallacqua. Che cera un codardo che non ha saputo bussare alla porta. E che cera una sorta di coraggio tardivo, misero che gli ha permesso di lasciarmi una chiave e delle parole, anziché sparire senza tracce.
Non so cosa farò. Posso tornare ancora una volta a chiedere delle cose che per alcuni sono ovvie, per altri impossibili da portare. Posso scrivere alle persone dellavviso e cercare i cognomi che non quadramo. Oppure posso accettare che il meglio che so fare è chiudere la scatola, rimetterla sullo scaffale e imparare a vivere con il fatto che non tutte le domande hanno risposta.
Forse è stata una fuga non dal letto, ma dalla decisione di tornare. O forse è stato un tentativo di salvataggio, goffo e doloroso, ma lunico possibile. Quello che ha lasciato non è solo una lettera e una chiave. È una scelta su come raccontare la sua assenza: come un torto, come una fuga, come la storia di una paura e di un salvataggio.
Ogni volta che vado a comprare il pane, resto più a lungo a guardare la mensola dei pagnotte, più di quanto sia necessario. A volte ne compro due. Uno lo porto a casa. Laltro lo lascio su una panchina del parco. Non perché credo nei segni, ma perché voglio ricordare che certe strade si possono invertire, altre no. Quale era la nostra? Non lo so. Ed è forse per questo che ancora tengo quella chiave in tasca.







