Quando ripenso ai primi mesi con il mio neonato, nella mente riaffiora non solo lodore del latte e le poppate notturne, ma anche una profonda sensazione di solitudine. Tutti intorno parlavano di quanto sia meraviglioso essere genitori, di come i bambini cambino la vita in meglio. Nessuno, però, menzionava langoscia di restare con un bimbo che piangeva in braccio e la testa ancora sporca al terzo giorno.
Mio marito lavorava su turni a rotazione e tornava a casa tardi. Mia madre viveva a Bologna, veniva una settimana al mese e poi ripartiva. Le amiche, ancora senza figli, facevano visita una o due volte con dei regali, poi smettevano di chiamare, dicendo che non vogliono intralciare e che ci faremo abituare. Io annuivo, sorridevo al telefono, ma poi mi sedevo in cucina con una vecchia maglietta, ascoltando il mio bambino singhiozzare, e mi chiedei se fosse colpa mia se non provavo una gioia continua.
Il problema più pesante non era la mancanza di sonno. Era il senso di vergogna nel lamentarsi. Come se ammettere di essere stanca mi rendesse una cattiva madre. Taciavo. Di notte scorrevo forum sul cellulare, leggevo le storie di altre mamme e improvvisamente sentivo un po di sollievo, sapendo che da qualche parte esistono donne che non riescono a mangiare e piangono in silenzio.
Gli anni passarono. Il figlio crebbe, iniziò la scuola materna. Io tornai a lavorare a tempo parziale e ricominciai a parlare di cose diverse dai pannolini e dalla pappa. Però quel senso di isolamento rimaneva, come una spina sotto la pelle. Quando in una chat di quartiere venne pubblicato un avviso che il Centro Civico cercava racconti per la Festa della Mamma, non pensai al mio bambino, ma a quanto poco parliamo di aiutarci reciprocamente.
Per due giorni il pensiero rimase con me. Una sera, dopo aver messo a letto il piccolo e aver lavato i piatti, aprii il portatile. Invece di scrivere un racconto per il concorso, redassi un lungo messaggio nella chat del condominio.
«Mamme del nostro stabile, buongiorno. Vorrei proporre unidea. Quando il mio piccolo era neonatale, mi sentivo davvero sola. Che ne dite di creare un piccolo cerchio di mutuo aiuto? Potremmo incontrarci, scambiarci consigli e, quando serve, darci una mano con i bambini o con le commissioni».
Rilegsi il testo, aggiunsi che potevo fare la guardia al bambino per qualche ora se qualcuno doveva andare dal medico o a un colloquio, e premessi invia. Il cuore mi batté più forte, come se avessi confidato qualcosa di molto personale.
Allinizio la chat rimase silenziosa. Pensavo di aver sbagliato, quando una donna scrisse: «Sono daccordo. ci pensavo da tempo ma non avevo il coraggio di proporlo». Subito unaltra rispose: «Ne ho davvero bisogno. Ho due figli, mio marito fa il turno notturno e non ho nessuno a cui affidare il bambino per andare al mercato».
Entro sera dieci persone avevano messo un like o avevano espresso interesse. Decidemmo di incontrarci sabato nella stanza giochi del Centro Civico. Chiamai la responsabile, spiegai che avremmo occupato la stanza per un paio dore, e mi dissero che era disponibile, a patto di portare scarpe di ricambio e di farci carico della pulizia.
Sabato era grigio, con una leggera nevicata. Arrivai un po prima, aiutai la guardiana a sistemare le sedie lungo le pareti e controllai che il coperchio del thermos non fosse rotturo. Preparai un tè semplice e qualche biscotto per rompere il ghiaccio.
Le prime ad arrivare furono una giovane mamma con il passeggino e un bambino di tre anni che corse subito verso il scivolo. Si presentò come Ginevra, tolse il cappotto e guardò intorno come se avesse paura di sbagliare porta. Poi arrivò una signora con una bambina che stringeva un coniglietto di peluche. Seguirono due genitori con due ragazzini che litigavano su chi saltarebbe per primo sul trampolino.
Ci sistemammo su sedie, su tappeti, su tavoli. Allinizio le conversazioni erano cortesi: dove comprare gli scarponcini invernali, quali cartoni animati sono meno rumorosi. Sentivo una tensione leggera, come se ognuna aspettasse il momento in cui qualcuno avrebbe iniziato a lamentarsi, creando imbarazzo.
«Forse dovrei cominciare io», intervenni quando la chiacchierata tornò a parlare di prezzi. «Ho avviato questo incontro perché, un po di tempo fa, avevo paura di ammettere che era difficile per me. Pensavo che se dicevo di essere stanca, mi avrebbero giudicata. Poi ho letto, di notte, le testimonianze di altre mamme e ho capito che tutte proviamo le stesse cose, ma le taciamo».
Raccontai brevemente i miei primi mesi con il piccolo: la paura di lasciarlo anche per cinque minuti, il fatto che, nella giornata, non avevo detto una sola frase a un adulto. Ginevra annuiva, unaltra mamma, Lidia, guardava il pavimento tenendo le maniche del maglione.
«Io adesso vivo così», disse Lidia allimprovviso. «Il più piccolo ha otto mesi, il più grande quattro anni. Mio marito è in cantiere, arriva tardi. A volte mi ritrovo in cucina a pensare che se parlassi adesso la mia voce si spezzerebbe, perché rimango in silenzio per tutto il giorno».
Quelle parole furono come unarca di sfogo. Una dopo laltra le donne cominciarono a condividere. Alcune temevano che il bambino si ammalasse, altre si lamentavano di parenti che le accusavano di stare a casa e non fare nulla. Una madre confessò di temere di tornare al lavoro perché non sapeva come il piccolo avrebbe reagito alla scuola materna, unaltra aveva vergogna di chiedere aiuto alla suocera.
Parlammo per quasi due ore. I bambini giocavano, si avvicinavano chiedendo attenzioni, qualcuno li nutriva da una biberon, altri cambiavano il pannolino in un angolo coperto da una copertina. A un certo punto sentii che la stanza si scaldava non per il riscaldamento, ma per la sincerità con cui ammettevamo le nostre imperfezioni.
Alla fine dellincontro decidemmo di creare una chat solo per il nostro cerchio, dove poter chiedere aiuto senza timore. Io suggerii un nome, aggiunsi tutti i presenti e già la sera comparvero i primi messaggi.
«Domani porto il più piccolo dal neurologo, non ho chi può prendersi cura di lui al pomeriggio. Qualcuno può venire a prenderlo dalla scuola?» scrisse Ginevra.
«Abito al piano di sopra, posso andare a prenderlo», rispose una partecipante.
«Qualcuno ha esperienza con allergie al latte?» chiese Lidia.
«Ne ho avuto. Posso condividere ciò che ha funzionato e dare i contatti del pediatra», risposi io.
Da quellidea astratta di sostenerci nascerono cose concrete. Redendemmo una tabella con i giorni e le ore in cui ognuna poteva dare una mano: non per fare babysitter tutto il giorno, ma per andare a prendere il bimbo dalla scuola e stare unora al medico, o per venire a casa la sera e aiutare a farlo dormire.
Scoprimmo che nel nostro quartiere viveva una donna con una laurea in educazione infantile, disposta a tenere una volta alla settimana lezioni gratuite di canzoncine e giochi con le mani. Unaltra mamma, Teresa, era brava con le pratiche amministrative e aiutò diverse famiglie a ottenere gli assegni familiari di cui non avevano mai sentito parlare.
Il ricordo più vivido per me è quello di Oliva. Arrivò al terzo incontro, timida, con un bimbo di appena un mese tra le braccia.
«Abito al piano di sopra», disse, arrossendo, «ho visto il vostro annuncio sulla porta. Posso entrare?»
Accettammo, la facemmo accomodare su una sedia. Stava in silenzio, accarezzando il piccolo, poi a bassa voce iniziò a parlare:
«Mio marito è partito per lavori stagionali, tornerà fra sei mesi. Mia madre è in campagna, anchessa in difficoltà. Sono sola. A volte penso di non farcela».
Il suo tono era così stanco che mi stringevo il petto. Aveva partorito da poco, il taglio cesareo le faceva ancora male; doveva portare la spesa con il passeggino, sollevare sacchi pesanti da sola, e di notte il bambino dormiva poco. Il marciapiede del suo palazzo le pareva pericoloso, e persino uscire per buttare la spazzatura la spaventava.
Il giorno successivo una di noi andò a casa sua con una zuppa di lenticchie e polpette fatte in casa. Unaltra si offrì di venire la sera per farle la doccia e lasciarle riposare qualche minuto. Decidemmo di alternarci per portarle la spesa, così non dovesse più portare borse pesanti.
Dopo qualche settimana Oliva sorrideva più spesso. Il piccolo dormiva meglio, e lei riuscì a recarsi dal medico senza panico, sapendo che nella chat cera chi la sosteneva.
Unaltra storia riguarda la ritorno al lavoro. Una mamma del gruppo, Francesca, era stata ragioniera prima del congedo. Temeva di aver perso il posto e di non riuscire a rientrare. Noi le aiutammo a scrivere il curriculum, ci occupammo della figlia più piccola mentre lei andava ai colloqui. Quando finalmente trovò lavoro, festeggiammo nella stanza giochi con una torta di mele e tè.
Col tempo il nostro piccolo progetto si trasformò in qualcosa di più grande. Il Centro Civico ci assegnò una stanza per incontri regolari. Una mamma riuscì a parlare con la biblioteca comunale e organizzò letture mensili per bambini e genitori. Avviammo uno scambio di vestiti infantili, così nessuno doveva comprare un nuovo tutù ogni stagione.
Un giorno la direttrice del nido del quartiere, la signora Bianchi, ci contattò dopo aver sentito parlare delle nostre riunioni da una pedagogista. Voleva organizzare un incontro tra genitori in formato più informale, non più una lezione su cosa devono fare i genitori, ma una conversazione su come la scuola possa sostenere le famiglie e le famiglie si sostengano a vicenda.
Accettai di parlare. Per me era più spaventoso di un esame: non ero né pedagogo né psicologo, solo un papà che ricordava quanto fosse dura la solitudine. Ma sapevo che se non lo dicevo, tutto sarebbe rimasto comera.
La sera prima dellincontro, mi trovai nel corridoio dellasilo, sentendo le risate dei bambini e il fruscio dei mattoncini. Con le mani tremanti tenevo un foglio con gli appunti. Inspirai a fondo e entrai nella sala, dove genitori e educatori erano già seduti.
Iniziai raccontando come quel cerchio di supporto nacque da un semplice messaggio nella chat del condominio. Allinizio eravamo cinque, poi dieci, poi ne arrivarono altre. Condivisi alcune storie senza nominare i nomi per rispetto parlai di Oliva, di Francesca, di come ci aiutavamo a prenderci cura dei bambini e a gestire le pratiche burocratiche.
Dissi che per molte di noi è difficile chiedere aiuto, perché temiamo di apparire deboli. E che a volte basta sentire anchio ho provato lo stesso per sentirsi meno sole.
Proposi di creare, attaccato al nido, un minigruppo di mutuo soccorso, dove i genitori potessero scambiarsi contatti, indicare i giorni in cui sono disponibili e organizzare passeggiate comuni. Niente imposizioni, solo una rete spontanea.
Quando finii, un silenzio calò nella stanza. Mi aspettavo critiche, ma la prima a parlare fu una donna in giacca elegante: si presentò come madre di un bimbo della seconda classe e confessò di aver vissuto una depressione postpartum senza mai dirlo a nessuno.
«Se avessi avuto un gruppo come il vostro, mi sarebbe stato più facile», disse. «Io sono con voi».
Un padre intervenne, offrendo di occuparsi dellorganizzazione di un semplice questionario dove i genitori indicassero i giorni e i compiti che potevano offrire. Leducatrice aggiunse che il nido poteva mettere a disposizione la sala per incontri mensili.
Io rimasi a fissare il vuoto, sentendo qualcosa scattare dentro di me. Il cerchio di solitudine che una volta mi aveva avvolto nella cucina con il bimbo che piangeva stava cominciando a spezzarsi, lasciando spazio a un nuovo cerchio: persone pronte a stare vicine.
Dopo lincontro genitori si avvicinarono, fecero domande, lasciarono numeri. Una mamma temeva che pochi si presentassero alle prime riunioni; io le risposi che bastava anche due persone, era già un inizio.
Un mese dopo il gruppo al nido era operativo. Noi, le donne del condominio, aiutammo a organizzare, condividemmo esperienze, vittorie e paure. Nuove mamme portavano i loro racconti, le loro ansie, i piccoli trionfi. Vedevo come lidea nata dal mio isolamento cresceva e superava il nostro palazzo, il nostro quartiere, persino la città.
quellanno scrissi comunque il racconto per il concorso della Festa della Mamma. Non su mamme perfette che fanno tutto, ma su quelle che a volte non ce la fanno, ma non hanno paura di allungare la mano a unaltra. Raccontai di noi seduti nella stanza giochi, a bere tè da bicchieri di plastica, a ascoltare le risate dei bimbi e a parlare di ciò che prima taciamo.
Il racconto si piazzò al secondo posto. Mi consegnarono un attestato e un piccolo libro sulleducazione. Ringraziai, ma il vero premio era già stato vinto: il nostro quartiere contava ormai decine di famiglie che sapevano che, nei momenti difficili, cè sempre qualcuno da chiamare.
Oggi, con il figlio che prepara lo zaino per la scuola, i nostri incontri continuano. Il formato è cambiato. Non solo mamme di neonati, ma genitori di ragazzini, nonni, anche nonni, partecipano. Parliamo di compiti, di relazioni con gli insegnanti, delle proteste dei teenager. Alcuni portano una torta, altri fogli informativi, altri semplicemente la loro stanchezza e la voglia di stare insieme a chi comprende.
A volte mi scrivono da altri quartieri, chiedendo come abbiamo organizzato tutto. Rispondo sempre la stessa cosa: è iniziato con unonesta confessione di solitudine, un messaggio in una chat. Poi è venuto il primo incontro. Poi la tabella degli orari di aiuto. Poi il dialogo al nido.
Non mi considero un eroe. Un giorno ho smesso di fingere di farcela da solo. E ho scoperto che molte persone aspettavano proprio quel primo Ho bisogno di aiuto. E tu? per prendere coraggio.
Penso al futuro. Vorrei che il nostro cerchio diventasse una piccola associazione, registrata, così potremmo parlare più facilmente con le istituzioni, ottenere spazi, organizzare eventi anche nelle biblioteche per chiCosì, ogni volta che sento il campanello del mio appartamento, so che cè un amico pronto a condividere un sorriso e una mano.







