Il marito lanciò un ultimatum: o obbedisco alla sua mamma, o divorziamo. E io laiutai a raccogliere le cose.
Vincenzo, non capisco perché a questora, domenica alle sette del mattino, continuiamo a parlare di questo? mormorò Ginevra, strofinandosi stancamente le tempie, osservando il marito che gironzolava nervoso per la cucina, sbattendo il fianco contro langolo del tavolo.
Vincenzo si fermò, sospirò come in un dipinto e fissò Ginevra come se volesse spiegare una verità assoluta a un bambino sprovveduto. Nella sua mano una tazza di caffè, fumante, preparata solo per sé, dimenticando Ginevra.
Perché tua madre ha chiamato, Ginevra. Non ha dormito tutta la notte. Ha la pressione, il cuore le batte forte e si sente sola, abbandonata. E sai perché? Perché ieri ti sei rifiutata di andare da lei a mettere le nuove tende.
Ieri avevo lunico giorno libero delle ultime due settimane rispose Ginevra, versandosi dellacqua con calma ma con fermezza. Lavoravo al rapporto trimestrale così avremmo potuto pagare lassicurazione della tua auto. E avevo già detto a Silvia di venire il prossimo weekend. Le tende non sono una questione di vita o di morte.
Per Silvia è importante! scoppiò Vincenzo, la voce si trasformò in un grido. Vuole comfort! È anziana! E tu sei fredda, Ginevra. Pensate solo ai soldi. Rapporto, rapporto e lanima? Dove è il rispetto per gli anziani? Silvia dice che lo fai apposta per farla soffrire.
Ginevra si lasciò cadere lentamente sulla sedia. Il dibattito era come un disco graffiato che gira da tre anni di matrimonio. Allinizio erano piccole richieste: portare le piantine, comprare le medicine, dare una mano con le pulizie. Ginevra non negava, cercava di essere la nuora buona. Ma le richieste di Silvia crescevano come una serie geometrica. Ora non si trattava più di aiutare, ma di sottomettere tutta la sua vita al calendario della suocera.
Non voglio farla soffrire disse Ginevra guardando fuori, dove la pioggia autunnale grigia portava via le foglie ancora vive dagli alberi. Voglio solo un po di tempo per riposare. Per noi due. Quando è stata lultima volta che siamo andati al cinema? O semplicemente a passeggiare? Ogni weekend lo passiamo a casa di tua madre, sentendo che taglio linsalata male o che non lavo i pavimenti come vuole.
Ah, così ti ribelli! sbatté Vincenzo la tazza sul tavolo, spargendo il caffè sulla tovaglia immacolata. Quindi aiutare mia madre è una punizione per te?
Non distorcere.
Non distorco! Silvia aveva ragione. Era subito stata a dire che sei egoista. A proposito, oggi arriverà.
Ginevra rimase immobile, la tazza dacqua non raggiunse le labbra.
Che intendi per arriverà? Qui?
Sì, qui, a noi. Sta per ristrutturare il suo appartamento, i vicini sopra hanno fatto una perdita, cè umidità. Verrà a stare da noi una o due settimane, forse un mese, finché non si asciugherà tutto e le pareti non saranno ridipinte.
Vincenzo, abbiamo un monolocale ricordò Ginevra a bassa voce. Dove dormirà? In cucina?
Perché in cucina? Le cederemo il nostro letto, è una donna anziana, ha bisogno di comfort. Noi, invece, dormiremo su un materasso gonfiabile. Siamo giovani, sopporteremo.
Unondata di rabbia fredda cominciò a ribollire dentro Ginevra. Non era una semplice richiesta, era uninvasione. E nessuno aveva nemmeno chiesto il suo parere, nella sua stessa casa, comprata da lei cinque anni prima di incontrare Vincenzo.
No disse.
Cosa no? non capì Vincenzo.
No, non vivrà qui. Posso pagherle una clinica termale per un mese, con cure e pasti. Ma vivere in una stanza con noi, sul nostro letto, non succederà.
Il volto di Vincenzo si tinse di rosso. Non era abituato ai rifiuti. Di solito Ginevra, sospirando, acconsentiva per non scatenare una lite. Oggi però qualcosa era cambiato. Il bicchiere della pazienza, riempito goccia a goccia per tre anni, traboccò.
Hai il coraggio di scacciare mia madre? sibilò. Le proponi una casa di cura invece del suo angolino?
Una clinica non è una casa di cura, è riposo.
Taci! colpì il tavolo con il palmo. Ho deciso che vivrà qui. Io sono luomo di casa, la mia parola è legge. Basta farmi da sottomessa. Silvia arriva tra due ore. E tu la accoglierai come si deve: preparerai il pranzo, libererai larmadio per le sue cose, stenderai lenzuola pulite. E non voglio vedere il tuo viso aspro.
Ginevra si alzò. Allimprovviso vide il marito con una chiarezza spettrale, non più luomo dolce incontrato a una festa aziendale, ma un ragazzino capriccioso che temeva più la mamma che la moglie.
E se non accetto? chiese direttamente.
Vincenzo socchiuse gli occhi. Era il momento della verità, il momento in cui doveva dimostrare chi fosse il capo di casa, come le aveva insegnato Silvia: Devi tenere la suocera in pugno, figlio. Se mostri debolezza, ti mette al collo.
Se non accetto si raddrizzò, assumendo una posa regale ti do un ultimatum. O inizi subito a obbedire a me e a mia madre, a fare tutto quello che dice, o o divorziamo. Scegli. Non voglio una moglie ribelle, voglio una guardiana del focolare che rispetti la famiglia del marito.
Il silenzio vibrò nella cucina, rotto solo dal ronzio del frigorifero e dal gocciolio del rubinetto che Vincenzo aveva promesso di riparare sei mesi fa, ma non aveva mai trovato il tempo: Mamma voleva una mensola, e sono andato da lei.
Ginevra lo guardò e sentì una strana leggerezza, come se un sacco pesante che portava in montagna fosse improvvisamente caduto.
Sei serio? chiese di nuovo. È questa la tua ultima parola? O ascolti tua madre o ci separiamo?
Assolutamente serio annuì Vincenzo, convinto che Ginevra avrebbe pianto e chiesto perdono. Lei lo amava, lo sapeva, e temeva la solitudine. Chi le serviva a trentacinque anni?
Ginevra annuì lentamente.
Bene, ti ho sentito.
Si voltò e uscì dalla cucina. Vincenzo sorrise vittorioso. Aveva vinto! Ora doveva cambiare la biancheria e scongelare il pollo. Bevve lultimo sorso di caffè, sentendosi il conquistatore. Doveva chiamare la madre, dire che aveva tenuto una lezione.
Dieci minuti più tardi udì un rumore strano provenire dalla camera da letto: fruscii, colpi, lo sbattimento di cassetti. Vincenzo aggrottò le sopracciglia. La moglie stava davvero liberando gli scaffali per le cose di Silvia? Che entusiasmo!
Entrò nella stanza e si fermò sulla soglia. Al centro, spalancata come una bocca enorme, cera una valigia a rotelle quella con cui erano andati in Turchia per la luna di miele. Ginevra, metodica, impilava dentro vestiti maschili.
Che fai? chiese Vincenzo, la voce tradita da una smorfia di vittoria.
Ginevra non si voltò. Arrotolò con cura il maglione che le era stato regalato da Silvia per Capodanno e lo sistemò sopra i jeans.
Ti aiuto rispose placidamente. Hai posto la condizione. Ho scelto.
Cosa hai scelto? la voce di Vincenzo tremò.
Divorzio, Vincenzino. Ho scelto il divorzio.
Stai scherzando? fece un passo avanti, incredulo. Perché? Perché la mamma resterà con noi per qualche settimana? Sei pronta a distruggere la famiglia per la tua orgoglio?
Ginevra si raddrizzò e lo guardò. Nei suoi occhi non cerano lacrime né rabbia, solo stanchezza e una fredda determinazione.
Non è per colpa di tua madre, ma perché mi hai messo davanti a una scelta. Chi ama non lancia ultimatum. Hai detto: o divento la serva di tua madre nella tua stessa casa, o te ne vai. Non voglio essere una serva. Quindi te ne vai. È logico.
Ma sono solo parole! balbettò Vincenzo, il copione si era spezzato. Volevo solo che capissi la serietà della situazione!
Lho capito, molto bene. La serietà è che non ti curano i miei sentimenti, né il mio comfort. Ti importa più che Silvia sia contenta. Allora vai a farla felice, 24 ore su 24.
Ginevra tornò allarmadio, prese una manciata di camicie e le piegò.
Fermati! cercò di afferrare Vincenzo. È isteria! Metti via la valigia! Silvia arriverà tra unora e mezza, e qui è un caos!
Togli le mani, sussurrò Ginevra, così minacciosa che Vincenzo ritirò il braccio. Non ci sarà caos. Quando arriverà tua madre, qui ci sarà perfetta pulizia, perché tu e le tue cose non saranno più qui.
Continuò a mettere le cose nella valigia: calzini, biancheria, tuta sportiva. Vincenzo osservava la sua vita impacchettata in una scatola di plastica. Non poteva credere a quel surrealismo.
Dove andrò? scoppiò. Casa di Silvia è in ristrutturazione, non cè aria!
Volevi che vivesse qui sbuffò Ginevra. Ora vivrai da lei. Aiuterai i lavori. Sei forte, o andrai dagli amici, o in albergo. Sei un uomo, decidi.
Proprio allora il citofono suonò. Vincenzo trasalì.
È la mamma è già arrivata
Perfetto disse Ginevra, chiudendo la cerniera della valigia. Le aiuterò a portare le cose nella macchina.
Spinse la valigia verso lingresso. Vincenzo la inseguì, cercando un argomento per fermare lassurdo.
Polina, tesoro, scusa, mi sono scaldato! Parliamone! Non aprire!
Ma Ginevra aveva già alzato la cornetta.
Pronto?
Ginevra, sono io! ruggì la voce di Silvia attraverso il citofono. Apri, cosa stai facendo? Ho le valigie pesanti, Vincenzino, lascialo scendere! E digli di pagare il taxi, non ho soldi.
Silvia Ignazia, Vincenzo scenderà subito con le cose. Benvenuta.
Premette il pulsante per aprire la porta e riattaccò.
Finito disse, girandosi verso il marito. Il tuo taxi ti aspetta. La valigia è pronta. Stasera raccoglierò laltra borsa con i vestiti invernali e le scarpe, la spedirò con il corriere o la porterai tu quando non sarò più a casa. Metti le chiavi sul comodino.
Vincenzo la guardò con orrore.
Mi stai cacciando? Così, semplicemente? E lamore? Giuravamo!
Giuravamo di stare insieme nella gioia e nel dolore, non in una schiavitù per tua madre tagliò Ginevra. Hai scelto, quando mi hai minacciato di divorzio. Io ho accettato. Vattene, Vincenzo. Non fare scenate.
Aprì la porta dingresso e spinse la valigia sul pianerottolo. Vincenzo rimase nella hall, sperando ancora che Ginevra ridesse e dicesse che era uno scherzo. Ma il suo volto era di pietra.
Le chiavi ripeté.
Con le mani tremanti Vincenzo afferrò il mazzo di chiavi e le lanciò a terra con un tintinnio.
Te ne pentirai! urlò, il rancore gli strozzava la gola. Tornerai da me! Tu, vecchia zitella!
Vattene.
Uscì di corsa, afferrò la valigia e, senza voltarsi, corse verso lascensore. Le porte si aprirono immediatamente, come se lo aspettassero. Infilò la valigia, premé il pulsante del primo piano.
Ginevra chiuse la porta, fece scattare la serratura, poi ne mise una seconda e infine una a spinta. Si appoggiò alla porta, cadde a terra, il cuore batteva come un tamburo. Le mani tremavano. Voleva piangere, urlare, rompere qualcosa. Invece iniziò a ridere. Prima sommessa, poi più forte. Era una risata di sollievo, di liberazione.
Al piano di sotto, davanti al portone, la sceneggiatura continuava. Silvia, con due bauli a cilindro, vide il figlio uscire con la valigia.
Vincenzino? Dove vai? Siamo qui per te! esclamò, sorpresa.
Non cè più per te, mamma sbuffò Vincenzo, furioso come un diavolo. Ginevra ci ha cacciati. Divorzio.
Come ci ha cacciati?! la suocera lasciò cadere i bauli. Dalla nostra casa? Non ha diritto! È una cosa comune!
Mamma, lappartamento è suo. Lho comprato prima del matrimonio. Io non sono nulla lì.
Oh, è una bestialità! Sempre lo dicevo: è una serpe sotto il tappeto! Andiamo a far causa! Ti mostreremo! Andiamo a casa, ora le preparo
Hai la ristrutturazione, mamma! sbottò Vincenzo. Dove andiamo? Nella polvere di cemento?
Andiamo da zia Serena o in campagna. Qualcosa! Ma non voglio umiliarmi davanti a questa
Rimasero a chiacchierare davanti al portone, litigando su dove andare. Ginevra li osservava dalla finestra, nascosta dietro le tende quelle stesse che aveva rifiutato di appendere il giorno prima.
Quando il taxi finalmente portò via marito e suocMentre l’auto scompariva tra le nuvole di fumo, Ginevra chiuse gli occhi, sorrise e si svegliò sul divano, avvolta dal profumo di caffè appena fatto.







