Mia nonna, la signora Rosa, racconta ancora quel periodo di tempi antichi, quando la nostra famiglia di Firenze si trovò in un turbinio di emozioni e decisioni sbagliate. Alessandro, dobbiamo mandare Lavinia allorfanotrofio! aveva esclamato la moglie, Giovanna, con la voce tremante.
Alessandro, sbalordito, le rispose: Sei impazzita? Come se potessimo mandarla? Stiamo per avere un bambino, perché dovremmo liberarci di unorfana?
Giovanna, scuotendo i riccioli, ribatté: Ma allora lo facciamo! Un figlio nostro è vicino, non serve unaltra bambina!
Giovanna, è proprio per questo che il Signore ci ha premiati: per aver accolto quella piccola orfana e averle dato una famiglia! Eri tu stessa a insistere per ladozione! replicò Alessandro.
Io non speravo più di avere un figlio nostro, perciò ho spinto sulladozione. Quale famiglia può dirsi completa senza bambini? concluse la moglie.
Lavinia, allora di cinque anni, stava dietro la porta della camera dei genitori, incapace di capire. Non sono davvero vostra? Mi vogliono di nuovo allorfanotrofio? le lacrime le rigavano il viso. Aveva appena immaginato larrivo di un fratellino o di una sorellina, e ora pareva che quel sogno avrebbe portato via i genitori che avevano cominciato ad amarla.
Alessandro, accorgendosi del turbamento, si alzò dal letto e si avvicinò a Lavinia. Papà, non sono una straniera per te? chiese la bambina con gli occhi grandi pieni di paura.
Certo che no, tesoro! la raccolse in braccio. Siamo una famiglia.
Lavinia, però, ribatté: Ma avete detto che volevo tornare allorfanotrofio! Quindi non sono vostra?
Alessandro sorrise: Ti abbiamo accolta nella nostra casa, ma questo non vuol dire che non sei nostra figlia. Ti vogliamo bene, è solo che la mamma è un po agitata per lattesa del bebè Ti faccio una nanna, va?
Giovanna, invece, alzò la voce: Io me ne vado e non vedrai mai più il bambino! Voglio una famiglia normale, senza strani estranei!
Alessandro cercò di calmarla: Non ci sono estranei, Lavinia è nostra figlia!
Non lho generata! Non è mia! gridò Giovanna, sempre più accesa. Scegli: o io o lei!
Nel frattempo, Alessandro aiutò la piccola a preparare le valigie. Per ora vivrai da nonna Rosa, così la mamma potrà riposare. Quando il bambino nascerà, la mamma tornerà serena e ti prenderemo di nuovo, daccordo?
Lavinia annuì, pronta a fare qualsiasi cosa per non tornare allorfanotrofio. Amava la nonna, che le offriva sempre dolcetti fatti in casa.
Nonna, se mamma volesse più di nuovo mandarmi allorfanotrofio, potrei restare qui con te? chiese la bambina allingresso.
Rosa, con tono affettuoso, rispose: Certo, principessa! Ma tua madre non ti lascerà davvero, è solo lo stress che le fa dire certe cose!
Passarono due mesi. Alessandro, diviso tra il suo lavoro in una clinica dellospedale di Siena e il negozio di tessuti, veniva sempre meno a trovare loro. Un mattino, mentre la nonna preparava la colazione, Lavinia vide avvicinarsi la macchina di suo padre e gridò felice: Papà è qui!
Rosa, sorpresa per quellorario insolito, invitò il figlio a entrare. Che sorpresa! Di solito non arrivi prima di mezzogiorno.
Il giovane, pallido, disse con voce rotta: Giovanna è morta stanotte. Ha avuto il parto e non ce lha fatta anche il bambino è sparito.
I tre rimasero in silenzio accanto a tazze di tè ormai fredde.
Lavinia, prendo la bambina. È ora di tornare a casa.
Se vuoi, posso stare con voi per qualche giorno, propose la nonna, guardando il figlio.
Grazie, mamma, rispose Alessandro, con un sorriso rassegnato.
Lavinia osservava i nuovi fiocchi che adornavano la sua scuola. Presto sarebbe stata una vera alunna, con uniforme scintillante e zaino nuovo. Lappuntamento in corridoio segnò larrivo di un nuovo volto: una donna minuta, dal sorriso forzato, si avvicinò.
Figlia, ti presento Isabella. Vivrà con noi, annunciò Alessandro.
Ciao, Lavinia! salutò Isabella, porgendole un mazzo di fiori per il primo di settembre.
Lavinia, poco entusiasta, rise debolmente e si diresse verso la sua camera. Non ti offendere, sentì la voce di Alessandro rivolgersi a Isabella, è davvero una brava ragazza.
Isabella rispose fiduciosa: Sono sicura che diventeremo amiche.
Lavinia chiuse la porta con forza, pensando: Sì, certo, vedremo.
Alessandro e Isabella si sposarono poco dopo. Il padre ricevette una promozione e cominciò a passare più tempo al lavoro, lasciando a Isabella la cura di Lavinia. La ragazza cercò di avvicinarsi a lei: laiutava con i compiti, la portava a riunioni genitoriali, al cinema, al bar. Col tempo, Lavinia si sciolse e accettò la matrigna come una presenza familiare; la casa si riempì di serenità.
Alla fine dellanno scolastico, Isabella era incinta. La notizia fu un colpo per Lavinia, che si chiuse nella sua stanza e piangeva. Isabella bussò: Lavinia, non piangere! Ti voglio bene, non ti lascerò mai! Siamo una famiglia.
È vero? chiese la bambina con gli occhi lucidi.
Sì, sei la mia bambina! la abbracciò.
Qualche mese dopo, Lavinia teneva tra le braccia il fratellino, piccolo e gracile. Mamma, guarda quanto è carino! esclamò, senza rendersi conto di aver chiamato Isabella mamma. Isabella, trattenendo le lacrime di gioia, la stringette forte.
Due anni più tardi, Lavinia era in quarta elementare quando una tragedia colpì la famiglia: Alessandro morì in un incidente stradale. Lavinia e Isabella, ormai abituate a gestire la casa, si occupavano di Kolja, il fratellino, e vivevano in un silenzio carico di lacrime non dette. Un giorno, mentre Kolja dormiva, Isabella si avvicinò a Lavinia e le disse: Lavinia, non possiamo continuare così. Dobbiamo andare avanti, papà non tornerà.
Lavinia accettò, consapevole che la madre aveva ragione.
Ma la sventura non finì lì. Una mattina suonò la porta unispettrice dei servizi sociali, vestita di nero, che annunciò: Devo portarvi al orfanotrofio, perché non avete più genitori.
Isabella protestò: Come? Io?
Mostrate i documenti di adozione! ordinò lispettore. Non cerano papiri. La nonna è troppo vecchia per provvedere, e voi non siete genitori! Andate via, Elena! (Lavinia era stata chiamata Elena in alcuni documenti.)
Lavinia, per la prima volta, non pianse. Era indifferente al suo futuro; il suo incubo di orfanotrofio si era avverato. Ti prenderò da lì, gridò Isabella, ma la bambina non credette più. Era sola, senza più nessuno.
Isabella continuò a visitare Lavinia nel grande edificio grigio, ma la ragazza non la accolse più. Col tempo, le visite divennero sempre più rare, fino a scomparire del tutto.
Che fine ha fatto la madre di gioco? pensò Lavinia con amara ironia.
Due mesi dopo, il bullo del quartiere, il giovane Vito, comparve con una voce curiosa: Lavinia, la direttrice ti chiama!
Che vuole da me? si chiese la giovane, non ho fatto niente di male.
La tua adozione è confermata, sei parte della famiglia! proclamò la direttrice del orfanotrofio, con un sorriso forzato.
No, non voglio una famiglia! ribatté Lavinia. Non ho fortuna con le famiglie!
Che sia come sia, prendi le tue cose e vai dai tuoi nuovi genitori.
Lavinia si allontanò senza protestare, già rassegnata.
Nel cortile dellorfanotrofio, Isabella la vide avvicinarsi.
Che ci fai qui? chiese Lavinia indifferente.
Ti cerco
Mi hanno già adottato
Sono io.
Tu?
Certo! Ti ho detto che sei la mia figlia, non la lascerò a nessuno! Purtroppo le madri sole faticano ad adottare, ma ho dimostrato di poter darti una vita dignitosa, e con qualche sconto quindi ora siamo una vera famiglia! Andiamo a casa, Kolja ti aspetta!
Andiamo mamma.






