14 ottobre 2023
Oggi ho avuto un’altra giornata in ospedale, nella branca infettiva del Policlinico di Bologna. La dottoressa Irene è linfermiera caposala di reparto, una dottoressa di fama, sempre con la mascherina e gli occhiali spessi. È uninfettivista capace, ma psicologa poco. Da quando ha iniziato a curare la nostra figlia Fiorenza, non ho mai sentito una sola frase che potesse placare i miei timori. Parla solo in numeri e fatti.
Le leucociti sono 12
È buono?
È meno di prima, ma ancora sopra la norma. Il fontanello è leggermente riassestato, un po secco.
È pericoloso?
Prescriverò un farmaco che lo stabilizzerà
Le sue parole sono misurate, quasi timide. I genitori dei bambini al letto ci assalgono di domande; lei risponde, ma ogni risposta potrebbe ritorcersi contro di lei. Ogni frase ha un avvocato nascosto nei risultati degli esami. Irene vuole solo curare, in silenzio, senza ulteriori interrogativi, ma non è possibile.
Non so se mi piace o no; devo fidarmi, perché la salute di Fiorenza è nelle sue mani. Non cerca di confortarmi, né di placare il panico, e forse non dovrebbe. Il suo compito è curare le infezioni, non le isterie. Vedo però che è stanca: dietro gli occhiali scorgo occhi rossi, quasi in lacrime. Non faccio più domande, basta vedere che la figlia migliora. Due giorni fa Fiorenza era quasi incosciente; ora oggi è seduta, sorride e mangia una mela con appetito.
Irene controlla Fiorenza, le sorride e le dice: Brava, Fiorenza. A me non dice nulla, e non la provo a chiedere. Dopo pranzo è arrivato un bambino di un anno, molto grave. Irene ha chiamato lospedale centrale perché qui non cè terapia intensiva. Il centro ha risposto bruscamente: Ha uninfezione neurologica, curatela voi, non abbiamo posti.
Il turno della dottoressa finisce alle 15:00, ma il piccolo è troppo critico. Irene resta, reclama un neurolettore e un farmaco, litiga con il marito che vuole che torni a casa perché il bambino non è suo. Le infermiere, abituate a vedere i capi sparire dopo le tre, osservano in silenzio. Il piccolo è con la mamma nel box accanto, le vocali della telefonata si sentono chiaramente. La madre chiama amici, chiede preghiere per Pietro, elenca le invocazioni dei santi, chiede a qualcuno di andare in chiesa a parlare con il prete, perché la preghiera del sacerdote arriva più veloce.
Nel pomeriggio Irene entra nella stanza di Pietro e dice alla madre che il farmaco dovrà essere comprato da loro, perché non è disponibile in ospedale. Annota, per favore, dice, dettando la lista dei medicinali, tra cui il Mecsidol. La madre ribolle: Paghiamo le tasse! Curate il bambino! È una truffa! Vi denuncerò! Irene rimane in silenzio e se ne va.
Anche a Fiorenza le hanno somministrato Mecsidol, e noi labbiamo comprato noi stessi. Ho ancora alcune fiale di riserva. Prendo una confezione, mi avventuro nel corridoio è proibito, le cabine sono isolate e cerco Irene. La trovo nellarea di dimissione, sta dettando la lista per Pietro al marito, Vito, che è al telefono. Non mi vede, è di schiena.
Vito, adesso! Porta il farmaco. Il bambino può stare solo venti minuti. Non è piccolo
Vito urla dallaltra parte: La farmacia chiude alle dieci. Dopo mi dirai che cattiva madre sono. Io intervengo: Ecco il Mecsidol, ne ho uno di più. Non comprate un altro. Irene sobbalza, si volta di scatto, la mascherina scivola e la vedo senza. È bella, gli occhi ancora arrossati.
Grazie, dice, aggiungendo al telefono: Il Mecsidol non serve, labbiamo trovato. Le metto in tasca una banconota da 12 euro, ma lei la ferma: Non è per te. È per Pietro. Abbassa lo sguardo, sussurra: Grazie a te. Io rispondo: A te. Ritorno nella nostra stanza.
Quella notte Pietro peggiora. Sento Irene dare ordini alle infermiere su quale flebo somministrare e come abbassare la febbre, mentre la madre canti in sottofondo. Quando la febbre di Fiorenza è scesa, mi sono sentito circondato da mille persone che pregavano per lei, suggerendomi preghiere, confessioni, accensione di candele. Alcuni propongono terapie alternative, altri mi consigliano di volare in Europa perché qui non cè medicina.
Al mattino Pietro si è addormentato senza febbre; anche sua madre ha chiuso gli occhi, ho sentito solo il suo russare. Irene non ha dormito tutta la notte. Alle nove inizia il suo nuovo turno, fa il giro dei reparti, entra nella nostra stanza.
Le leucociti sono 9, annuncia.
Grazie, dico.
È un segno positivo, linfiammazione sta regredendo.
Sì, ho capito.
Non faccio più domande, ma sento una profonda compassione per lei. Dietro gli occhiali vedo gli occhi rossi, come se avesse pianto. Prosegue con gli altri pazienti. Alle tre termina il suo turno; Pietro è molto più allegro, ha mangiato bene. Prima di andare a casa, Irene torna nella stanza di Pietro, controlla che tutto sia a posto, e con voce dolce lo invita a parlare.
In quel momento la madre riceve una chiamata e grida: HA CURATO PETER, HA CURATO!!!. Guardo dalla finestra del nostro box Irene che si avvia verso casa, passo pesante, stanca ma digna. È una brava infettivista e, a mio avviso, una buona persona, quasi un messaggero di Dio.
Ha sconfitto la malattia di Pietro con la sua competenza, la sua esperienza e gli antibiotici. Ora torna a casa, senza applausi, senza ringraziamenti, ma con la consapevolezza di aver fatto quello che doveva.
Lezione personale: nella vita, a volte il vero coraggio è restare in silenzio, fare il proprio lavoro con dedizione e lasciare che i risultati parlino da soli.







