Romanzo di una città incantata

In un piccolo borgo tra le colline della Val dOrcia, a un passo dal paese più grande, vivevo io, Giovanni Bianchi, veterano in pensione, al terzo piano di un vecchio palazzo di mattoni. Al piano terra abitava la mia vicina, Donatella Rossi, ex insegnante ormai ritirata, che occupava una minuscola stanza con una finestra che dava sul cortile interno. Il centro del borgo, pur essendo città, era più un villaggio tranquillo: poche auto, piccioni che svolazzano sui marciapiedi, nonne sedute sulle panchine davanti agli appartamenti.

Donatella amava quel luogo. Conosceva ogni viuzza, ogni cortile, ogni drogheria. Come non conoscerlo, se vi ha vissuto tutta la vita? Da giovane insegnava alla scuola elementare, poi si sposò, ebbe una figlia e, qualche anno dopo, seppellì il marito. La figlia, Ginevra, se ne andò da tempo nella capitale, Milano, e ogni tanto la chiamava, mandandole qualche euro per le spese di casa.

Mamma, comprati un televisore nuovo! mi rimproverava al telefono.

E perché? le rispondevo, scrollando le spalle. Il vecchio ancora funziona, ho i giornali, i libri. E gli altri abitanti mi avvisano se succede qualcosa di importante.

Gli abitanti erano il suo filo con il mondo esterno. Il più importante per lei era proprio me. Ogni sera mi trovava nel cortile a prendere una boccata daria (anche se i medici mi consigliavano di non fumare) e, se mi vedeva, si fermava a parlare.

Ancora libri porti? mi chiedeva, indicando la sua borsa piena di volumi presi in prestito dalla biblioteca.

Come potrei farne a meno! La lettura è il mio riposo.

Se per te è riposo scuotevo la testa. Io preferisco qualcosa di più allaria. Una battuta di pesca, per esempio.

La pesca è bella confermava Donatella. Solo che poi bisogna pulire il pesce.

E a lei piace il pesce? mi incalzava.

Lo mangio, purché qualcun altro lo pulisca.

Ridevamo, e la chiacchierata scivolava su altri temi: il tempo, i prezzi al mercato, le notizie del comune. A volte raccontavo dei miei giorni in caserma, dei posti più freddi della Siberia, di come quasi mi congelassi in una notte di neve. Donatella annuiva, poi mi narrava aneddoti della scuola, dei suoi alunni, di quella volta in cui una classe intera copiò la composizione di una studentessa modello per paura di sbagliare.

Così trascorrevano i nostri giorni, lenti e sereni. Finché, un pomeriggio, qualcosa cambiò.

Un circo arrivò in paese. Non era un circo di prima classe, ma quello più provinciale che si potesse immaginare: vagoni logori, tenda sbiadita, cani addestrati e un unico clown che sembrava perennemente accigliato. Donatella, passando davanti allufficio postale, vide il manifesto e il suo viso si illuminò.

Giovanni! mi chiamò appena uscì nel cortile. Hai sentito? Il circo è arrivato!

Un circo? mi incrinai. Non lo vedevo da tempo.

Dobbiamo andare! esclamò con un entusiasmo che non le era solito.

Io la guardai, poi il manifesto, poi di nuovo lei.

Daccordo, ma solo se il clown non è divertente, ti faccio uno spettacolo speciale.

Ci ridemmo.

La sera successiva ci trovammo su due panche di legno sotto la tenda, a guardare una addestratrice far saltare un barboncino attraverso un cerchio. Il pubblico era ristretto: non più di venti persone. Il clown, davvero, non suscitava risa, ma io ridevo a crepapelle alle sue battute, e alla fine anche Donatella scoppiò a ridere.

Dopo lo spettacolo, usciamo in strada. La notte era tiepida e stellata.

Allora, comè andata? mi chiese.

Splendido rispose.

Ora è il mio turno.

Mi mise in posizione da a piedi nella riga, alzò la mano immaginando un cappello militare e, a gran voce, iniziò:

Compagno insegnante! Permetta di raccontare una barzelletta dellesercito, classe 1978!

Donatella sbuffò ridacchiando.

Ordine di ridere! proseguì, facendo una faccia imbronciata. Un soldato chiede al maggiore: «Posso sposarmi, signor maggiore?». Il maggiore risponde: «Sì, ma la moglie non deve intralciare il servizio». Un mese dopo il soldato ritorna: «Posso divorziare, signor maggiore?». Il maggiore: «Che succede?». Il soldato: «La moglie ostacola il servizio!»

Donatella rise di nuovo.

Non ti è piaciuta? mi accigliai. Allora ascolta la seconda. Un capitano controlla la caserma e vede un soldato su uno sgabello a dare la mano. «Che fai?». «Sto inseguendo dei piccioni, capitano!». «Quali piccioni?». «Guardate!» Il capitano alza lo sguardo e vede dei piccioni dipinti sul soffitto.

Donatella sorrise ancora.

Ok, è un po debole commentai timidamente. Allora tieni il colpo di scena!

Mi raddrizzai, feci il più serio e cominciai a imitare voci diverse:

Un addetto al generale: «Signor generale, sua moglie è arrivata!». Il generale, severo, corregge: «Non a te, ma a voi!». Laddetto, senza battere ciglio: «A noi è venuta ieri».

Donatella scoppiò a ridere. Poi, improvvisamente, il tono si fece serio.

Vedi, Donatella, il circo è passato, ha divertito e se ne andrà. Le nostre barzellette, invece, restano qui. Come noi.

Donatella annuì pensierosa.

È vero Peccato che domani il circo riparta.

E allora? replicai pronto. Siamo noi il vero spettacolo. Io ti racconto le mie storie, tu mi parli dei tuoi alunni. Qui cè un vero spettacolo ogni giorno.

Mi fermai davanti al suo ingresso e, più dolcemente, aggiunsi:

Limportante non è chi arriva e chi parte, ma chi resta. Noi restiamo.

Quelle parole, semplici, erano piene di calore. Donatella capì che il vero valore era quello di quella quieta vita, di quel legame che non si spezza.

Restiamo, sussurrò.

E noi, passo dopo passo, tornimmo a casa, con la calma tipica di chi ha ancora tanto tempo davanti.

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Passo dopo passo