Per l’amor del cielo, come sei cambiata!” – un uomo, dopo un incontro infuocato, rivolge uno sguardo alla moglie e la abbandona… Un anno dopo, il loro destino si incrocia di nuovo e lei colpisce il suo cuore…

Accidenti, che figura! luomo, dopo una furiosa discussione sul fuoco, lanciò unocchiata al suocero e lo abbandonò Un anno dopo, durante un nuovo incontro, il destino gli colpì ancora il cuore

Maristella entrò in casa, scaricò le pesanti borse della spesa in cucina e, dal salotto, udì dei rumori. Non serviva essere una sensitiva per capire che Vittorio era di nuovo incollato al computer.

Di nuovo quel gioco dei carri armati? sbuffò, notando limmagine familiare sullo schermo del portatile.

Sì, lasciami stare, mormorò Vittorio senza distogliere gli occhi dallo schermo.

Stremata dopo una lunga giornata al magazzino, Maristella iniziò a disfarsi della spesa. La testa le girava; voleva solo crollare sul divano e dimenticare tutto. Nel frattempo Vittorio, guardandosi intorno in cucina, si strofinò la pancia e chiese:
Mi dai da mangiare, o che?

Certo, ma più tardi. Prima devo cucinarlo, rispose, cercando di nascondere la stanchezza.
A proposito, mamma ha telefonato. Sabato cè la festa di famiglia. Non dimenticare il regalo, aggiunse, tornando subito al suo portatile e mordicchiando un pezzetto di salame.

Maristella sospirò pesantemente. Lidea di incontrare la suocera le provocava un nodo allo stomaco. Fin dal principio il loro rapporto era stato gelido: la suocera trovava sempre ragioni per criticare e la considerava indegna del figlio. Maristella aveva provato a conquistare il suo favore, ma presto capì che era un esercizio inutile. Ora si vedevano solo in occasioni speciali.

Mentre il fuoco del fornello sfrigolava, Maristella uscì a controllare il suo orticello. Aveva polli, anatre e conigli, tutti curati da lei stessa. Vittorio non si preoccupava dellallevamento, ma divorava con gusto ogni pietanza preparata. Lo faceva tutto per lui.

Ritornata in casa, trovò Vittorio con unespressione estasiata mentre finiva lultima cotoletta.
Ecco perché ti adoro, Maristella! Sei una cuoca formidabile! esclamò a bocca piena.

Maristella sorrise, si preparò un panino, mise a bollire un tè e si sedette di fronte a lui.
Vittorio, voglio davvero un bambino. Siamo insieme da cinque anni e tu continui a non essere pronto. Perché? chiese.

Un bambino? Maristella, siamo al verde. Io non ho lavoro, tu porti tutto da sola. Un bambino? Non è il momento, rispose irritato.

Le discussioni sui figli divenivano sempre più frequenti. Maristella sognava da tempo di maternità, ma Vittorio evitava sempre largomento.
Stai cercando lavoro, vero? Quando lo trovi, tutto si sistemerà. Inizia, per favore, disse, lanciandogli uno sguardo di speranza.
Io voglio vivere, non sopravvivere! sbottò Vittorio, uscendo di corsa dalla stanza.

Maristella si trattenne, ma nella camera da letto scoppiò in lacrime. La mattina doveva alzarsi presto: il suo turno al magazzino iniziava allalba. Vittorio rimase incollato al computer, giocando tutta la notte. Maristella quasi non dormì, rimuginando sul loro matrimonio.

La amava? Sì. Ma ultimamente aveva limpressione che Vittorio sfruttasse i suoi sentimenti, scaricando su di lei tutte le preoccupazioni. Era diventato poco intraprendente, ma Maristella continuava a credere che, trovato un lavoro e nato un figlio, le cose sarebbero migliorate. I sogni, però, si scontravano sempre più con la realtà.

Al suono della sveglia, vide Vittorio addormentato sulla poltrona. Lo coprì silenziosamente con una coperta e si diresse al lavoro. Il venerdì intero lo trascorse a scegliere un regalo per la suocera, sapendo che non sarebbe stato soddisfatto, ma senza presentarsi a mani vuote. Sabato arrivarono tutti alla festa. Appena varcata la soglia, sentì il gelido sguardo della suocera. Evidentemente non laspettavano, e lei stessa avrebbe preferito restare a casa. Ma Vittorio insisteva.

Alla festa cerano la sorella di Vittorio, il marito e la loro figlia. Maristella trascorse tutta la serata accanto al piccolo, senza essere invitata a tavola, senza ricevere attenzioni. Decise di prendere un bicchiere dacqua, si diresse verso la cucina e, per caso, sentì una conversazione:
Figliolo, perché lhai presa? Ti avevo detto che non era una buona scelta. È una campagnola! E non pensare di fare figli con lei!
Ma dai, basta. Ci sono tante belle donne in città, e io? Senza soldi e lavoro? Quando troverò un lavoro serio, troverò anche unaltra

Maristella rimase paralizzata. Le parole della suocera non erano una sorpresa, ma il tradimento del marito spezzò il suo cuore. Senza dire una parola, si diresse verso lingresso, si vestì e uscì. Le lacrime le annebbiavano la vista. Camminò finché le gambe non la portarono davanti a un uomo.
Non si è fatta male? disse una voce familiare.

Alzò lo sguardo e riconobbe Igor, un vecchio amico di Vittorio. Si avvicinarono e lui la invitò a prendere un tè in una piccola caffetteria. Maristella accettò.

Al tavolo, tra una tazza di caffè e laltra, Igor le confessò di non aver mai smesso di pensare a lei. Maristella ricordò il periodo in cui doveva scegliere tra lui e Vittorio; aveva optato per questultimo. Igor le raccontò del suo trasferimento a San Pietroburgo, della sua azienda e del ritorno recente per prendersi cura della madre malata. Vederla era per lui una sorpresa del destino.

Quando la riportò a casa, le finestre brillavano di luce. Appena entrata, udì:
Dove sei stata? Perché te ne sei andata senza salutare?

A chi salutare? A chi mi guarda dallalto in basso? A te, che parli alle mie spalle? Hai ragione, Vittorio. Non voglio un bambino con un uomo che mi considera una campagnola. Ho provato per te, e basta! rispose tra singhiozzi, chiudendo la porta sulla sua camera.

La notte, durante il turno di notte, un collega le corse incontro: la sua casa era in fiamme. In preda al panico corse verso lincendio. Le fiamme si vedevano da lontano; la gente correva, aspettando i pompieri. Non trovò Vittorio, entrò comunque. Lultima cosa che ricordò fu un ramo infuocato che le colpì la testa.

Si risvegliò in ospedale, con il corpo dolorante e il volto fasciato. Il terrore per le brutte notizie la attanagliava. Improvvisamente sentì una mano sulla sua. Era Vittorio.
Sei viva sussurrò.

Perché dovrei essere morto? Sono ancora giovane. Ma tu la cicatrice sul viso Come ti bacerei ora? Che schifo! Guarisci, per favore, rispose, allontanandosi.

Le lacrime inondate di sangue le scivolarono sul bende. Qualche giorno dopo, Vittorio tornò, disse poche parole e sparì di nuovo. Maristella lo vide da una finestra abbracciare unaltra donna e allontanarsi. Dolorosa, ma ormai non si sorprendeva più.

Il medico annunciò che la cicatrice poteva essere rimossa; la chirurgia plastica moderna compie davvero miracoli. Inoltre, aggiunse che la sua salvezza era stata opera di una sola persona. Nellunità di terapia intensiva vide di nuovo Igor, che era stato quello a salvarla dal fuoco, ma a sua volta gravemente ferito. Da quel momento Maristella lo visitava ogni giorno. Quando si riprese, ammise che laveva sempre voluto vedere, ma non aveva avuto il coraggio di avvicinarsi, e che aveva rischiato la vita per salvarla.

Un pomeriggio, al parco, cullando il passeggino della figlia, Maristella sentì una voce familiare. Davanti a lei stava Vittorio, dimagrito e confuso.
Come stai?

Benissimo. Sto passeggiando con la figlia, rispose, notando Igor avvicinarsi con un gelato.
E dove sta la cicatrice? chiese Vittorio.
Lamore compie miracoli, disse Maristella sorridendo, abbracciando Igor. Si allontanarono insieme, lasciando Vittorio a guardare il tramonto, solo.

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Per l’amor del cielo, come sei cambiata!” – un uomo, dopo un incontro infuocato, rivolge uno sguardo alla moglie e la abbandona… Un anno dopo, il loro destino si incrocia di nuovo e lei colpisce il suo cuore…
Ancora oggi mi capita di svegliarmi nel cuore della notte chiedendomi quando mio padre sia riuscito a portarci via tutto. Avevo quindici anni quando successe. Vivevamo in una casa piccola, ma curata: i mobili in ordine, il frigorifero pieno nei giorni di spesa e le bollette quasi sempre pagate puntualmente. Frequentavo la seconda superiore e il mio unico pensiero era passare matematica e mettere da parte qualche soldo per quelle scarpe da ginnastica che desideravo tanto. Tutto iniziò a cambiare quando mio padre cominciò a rientrare sempre più tardi, senza salutare, tirando le chiavi sul tavolo e rifugiandosi in camera col telefono in mano. Mia mamma gli diceva: “Sei di nuovo in ritardo? Pensi che questa casa si mantenga da sola?”. Lui rispondeva, secco: “Lasciami stare, sono stanco”. Io ascoltavo tutto dalla mia stanza, con le cuffiette, facendo finta di niente. Una sera lo vidi parlare al telefono in giardino; rideva piano, diceva cose tipo “è quasi fatto” e “tranquilla, ci penso io”. Quando mi vide, chiuse subito la chiamata. Sentii qualcosa di strano nello stomaco, ma non dissi nulla. Il giorno in cui se ne andò era venerdì. Tornai da scuola e trovai la valigia aperta sul letto. Mia madre era sulla porta della camera, gli occhi rossi. Chiesi: “Dove va?”. Lui non mi guardò nemmeno e disse: “Sarò via per un po’”. Mamma urlò: “Via con chi? Dillo in faccia!”. E lui esplose: “Me ne vado con un’altra donna. Sono stufo di questa vita!”. Io scoppiai a piangere: “E io? E la scuola? E la casa?”. Lui rispose solo: “Ve la cavate”. Chiuse la valigia, prese i documenti dal cassetto, il portafoglio, e uscì senza salutare. Quella sera mia madre provò a prelevare dal bancomat e la carta era bloccata. Il giorno dopo andò in banca: il conto era vuoto. Lui aveva preso tutti i soldi che avevano messo da parte insieme. Poi scoprimmo che aveva lasciato due mesi di bollette arretrate e contratto un prestito mettendo la mamma come garante. Ricordo mia madre al tavolo, sommava scontrini con una vecchia calcolatrice e piangeva, ripetendo: “Non basta… non basta…”. Cercavo di aiutarla con i conti ma capivo solo la metà. Dopo una settimana ci tagliarono internet, e presto anche la luce. Mamma iniziò a lavorare come donna delle pulizie; io vendevo caramelle a scuola. Mi vergognavo nelle pause con il sacchetto di cioccolatini, ma lo facevo perché non c’era più nulla in casa. Un giorno aprii il frigorifero: c’erano solo una caraffa d’acqua e mezzo pomodoro. Mi sedetti in cucina e piansi da sola. Quella sera mangiammo riso bianco, senza nient’altro. Mamma si scusava di non potermi più dare quello che mi dava prima. Molto tempo dopo vidi su Facebook la foto di mio padre con quella donna al ristorante: brindavano col vino. Le mani mi tremavano. Gli scrissi: “Papà, mi servirebbe qualcosa per la scuola”. Lui rispose: “Non posso mantenere due famiglie”. Fu l’ultimo nostro dialogo. Poi non chiamò più: mai chiesto se avevo finito la scuola, se stavo male, se avevo bisogno di qualcosa. Semplicemente sparito. Oggi lavoro, mi pago tutto da sola e aiuto mia madre. Ma quella ferita è ancora aperta. Non è solo per i soldi, ma per l’abbandono, il gelo, il modo in cui ci ha lasciate a fondo e ha continuato la sua vita come se niente fosse. Eppure, molte notti mi sveglio con la stessa domanda conficcata nel petto: Come si sopravvive quando il tuo stesso padre ti porta via tutto e ti lascia imparare la vita da solo, ancora bambino?