Apprezzate ciò che avete

Apprezza ciò che hai

Cera una famiglia che, a guardare dallesterno, sembrava solida come una pietra di marmo. Angelo e Vittoria. Non fu amore a prima vista, ma qualcosa di più concreto, come le pantofole di casa che ti abbracciano ogni sera. Si conoscevano fin dai tempi della scuola elementare: lui le portava la cartella, lei gli faceva il compito di algebra. Poi il liceo tecnico, le feste in piazza, le escursioni nei boschi, le canzoni intorno al fuoco. Si sposarono giovani, quasi per caso, come mormoravano i parenti. E quel caso fu Gianni, il piccolo tesoro per cui tutti erano pazzi.

La coppia si trasferì nella casa della madre di Vittoria, un appartamento di tre locali nel cuore di Bologna, adatto a una giovane famiglia. La suocera, Margherita Antonietta, donna dal volto di un contabile e dallanimo da investigatore, non accolse subito Vittoria. Non è adatta fu il suo giudizio silenzioso. Figlia di un operaio semplice, dallaspetto comune, cosa ha visto in lei Angelo? si chiedeva. Margherita trattava la nuora con unindifferenza quasi glaciale, più tagliente di qualsiasi rimprovero. Vittoria, avvertendo il gelo, si nascondeva dietro a gesti di cortesia: lavava i pavimenti, cucinava, stirava, cullava Gianni, divenendo lombra della sua stessa famiglia.

La vicenda si scatenò in un giovedì qualunque. Margherita tornava da una farmacia di periferia quella più vicina non aveva più il suo Morgana. Camminava assorta nei pensieri: la pensione, il prosciutto più caro, il fatto che Vittoria avesse di nuovo preparato le polpette senza cipolla, nonostante ad Angelo piacciono. Improvvisamente, il suo cuore, abituato a crampi, si contrasse non per la malattia, ma per un terrore.

Nel parco, due figure uscivano mano nella mano. Il figlio, Angelo, indossava quel maglione che Vittoria lo aveva stirato la sera prima. Accanto a lui, non una ragazza, ma una donna giovane, luminosa come un pappagallo tra i passeri. Scarpe rosse a tacco che tintinnavano sul selciato, un cappotto rosato che svolazzava al vento, e una risata acuta, sfrontata, che attirava gli sguardi. Lei parlava con la testa chinata, e Angelo la guardava con unadorazione che non aveva mai provato per sua moglie.

Traditore! ruggì nella mente di Margherita, e la parola fu la più lieve delle parole. E la Vittoria? E Gianni?

Margherita si bloccò, appoggiata al muro di casa, le mani tremanti. Dentro tutto si rovesciò. La nuora, tanto odiata, apparve improvvisamente non come rapitrice del figlio, ma come vittima delle circostanze. Era stata Margherita, per anni, a far credere ad Angelo che non era la donna giusta, che meritasse qualcosa di meglio. Laveva scolpita in un principe, ma lui si era rivelato solo un viaggiatore che aveva preso una deviazione.

Quella sera Margherita vagava nellappartamento come una bestia ferita. Vittoria, ignara, si occupava di Gianni in bagno, canticchiando una melodia. Quelle note, però, colpirono la suocera con ancora più vigore. Angelo entrò, stanco, ma con uno sguardo nuovo, lucido di umidità.

Mamma, perché vai in giro come una volpe smarrita? gli chiese, baciandola sulla guancia. Da lui si percepiva un profumo di profumo straniero.

Vittoria, alzandosi per mettere Gianni a letto, fu interrotta da Margherita che irrompeva nella stanza dove Angelo era seduto al computer.

Ti ho vista! sibilò, sbattendo la porta. Oggi! Alle cinque! Con quella quella signorina dal vestito dipinto!

Angelo trasalì e si voltò lentamente. Negli occhi gli passò per un attimo paura o sgomento, ma presto si ricompose.

Mamma, non inventare. Lavoravo a farla uscire. Le è rotto il tacco.

Non mentirmi! la voce le tremava. Lho vista guardarti! Hai passeggiato con lei come un fidanzato! Hai una famiglia! Un figlio!

E tu, che volevi? scoppiò lui, e la sua farsa di calma svanì. Tu stessa dicevi che Vittoria era un topo grigio. Che avrei potuto trovare qualcuno di meglio! E ora congratulazioni!

Mormorò a voce bassa, per non farsi sentire dalla stanza accanto. Margherita indietreggiò come per un colpo, e le sue parole, lanciate in cuor suo, tornarono indietro come un boomerang, portandole non ira giusta, ma la consapevolezza della sua colpa. Era stata coautrice di quel tradimento.

Ma Vittoria Gianni sussurrò, la voce intrisa di disperazione, non di rabbia.

Con Vittoria siamo quasi estranei. Gianni lo amo, non lo lascerò mai, tagliò Angelo, girandosi verso lo schermo, chiudendo il dialogo come per dimostrare il suo distacco.

La notte Margherita non riuscì a dormire. Guardava il soffitto e vedeva due volti: uno arrogante, con labbra rosse, che sorrideva, estraneo; laltro, stanco, con occhi dolci, chinati sopra il lettino del nipote. Pensava a come Vittoria, fino a mezzanotte, aveva preparato la gelatina che Angelo adorava. Come sopportava silenziosa il suo freddo distacco.

Quella notte fu per lei una notte di giudizio. Ma non giudicò Angelo, ma sé stessa. Ogni suo rimprovero, ogni topo grigio o non è adatta, le tornava addosso, acquisendo peso e senso. Madre, con le proprie mani, aveva scavato una fossa nella quale la famiglia di suo figlio e il benessere del nipote scivolavano.

Il pensiero che Vittoria potesse scoprire la verità e andarsene con Gianni le provocava un terrore animale. Restare sola con il figlio traditore e senza il nipote amato? Era inconcepibile. La verità si rivelò più spaventosa dellinfedeltà. Scelse il silenzio, ma quel silenzio doveva essere redenzione, non complicità.

La mattina seguente Margherita si alzò prima di tutti. Quando Vittoria uscì in cucina, la trovò non con lo sguardo gelido di unabitudine, ma con la tavola apparecchiata per la colazione e una tazza di tè caldo.

Siediti, Vittoria, disse la suocera, la voce insolitamente dolce. Sei stanca, hai curato il bambino tutta la notte, riposati. Io darò da mangiare a Gianni.

Vittoria, sorpresa, si sedette, afferrando la tazza. Si aspettava rimproveri, sguardi taglienti, ma non quello.

Da quel giorno nellappartamento iniziò una rivoluzione silenziosa, quasi invisibile.

Valentino, hai visto come Vittoria lega le scarpe a Gianni? poteva dire Margherita a cena, fissando il figlio. Ha una pazienza da far invidia. Tu dovresti così.

Valentino solo aggrottava le sopracciglia, immerso nel piatto.

Che bella la sformata! esclamò Vittoria, assaggiando il piatto preparato dalla nuora. Non lavevo mai fatta così. Sei una vera padrona di casa.

Allinizio Vittoria rimase in silenzio, temendo una trappola. Poi iniziò a annuire brevemente. Dopo qualche settimana, quando Margherita lodò il ricamo sul cuscino della cameretta (Una volta le mani delle donne erano oro colato!), Vittoria sorrise timidamente per la prima volta negli anni.

Il figlio osservava quel mutamento con sconcerto e irritazione.

Mamma, perché ora preghi per la nuora? sbottò, rimasto da sola con lei.

Ho solo aperto gli occhi, rispose Margherita, fredda. E te lo consiglio.

Non gli leggeva una morale. Stava semplicemente costruendo davanti a lui una prova tangibile del valore di chi aveva tradito. Ogni lode a Vittoria era un rimprovero per lui.

Una sera, quando Valentino lavorava più a lungo, sedevano insieme in cucina a bere tè. Gianni dormiva.

Margherita Antonietta, disse piano Vittoria. Grazie. Prima era così difficile ora è quasi come casa.

Il cuore di Margherita si strinse. Quelle parole di gratitudine vulnerabile la fecero piangere. Pose la sua mano secca sulla mano morbida di Vittoria.

Casa è dove ti apprezzano, tesoro, esalò. Perdona tutti i miei errori.

Non specificò cosa. Ma Vittoria capì. Non era linfedelta, ma tutti quegli anni di gelo. Annunciò con un cenno, stringendo la mano di Margherita per un attimo.

Valentino guardava la nascita di quel legame tra le due donne più importanti della sua vita, una connessione che non riusciva a spiegare. Il suo tradimento, segreto solo a lui e alla madre, era un fantasma che avvelenava la sua esistenza più di qualsiasi scandalo. La madre non lo rimproverava. Aveva semplicemente smarrito limmagine del figlio perfetto. Col suo nuovo atteggiamento verso Vittoria costringeva Valentino a vedere la moglie non più come un topo grigio, ma come una donna forte e degna, tradita da lui.

La famiglia non crollò in un istante. Si ricostruì lenta, dolorosa. La forza di quel rinascimento non fu la passione, ma la quieta, ostinata saggezza di una madre che, per il nipote e per redimere la propria colpa, imparò ad amare la nuora. In quel nuovo sentimento trovò più pace di quanta ne avesse mai provato nella vita rigorosa e fredda che aveva condotto.

Quel cambiamento fu anche per Valentino una rivelazione dolorosa.

Allinizio era furioso. La madre lo tradiva, passava dalla parte avversaria. E Vittoria sembrava non accorgersi nemmeno che lui stava per fuggire da quella famiglia. Non piangeva, non faceva scene. Si era trasformata.

Cambiò silenziosamente, ma irrevocabilmente. Come se le fosse stata spazzata via una patina di polvere. Smise di curvarsi. I vestiti vecchi, che la madre chiamava di nonna, sparirono. Comparve una bella maglietta nuova Margherita Antonietta mi ha aiutata a scegliere, la conosce bene. Non fu una critica, ma una constatazione.

Una sera, accendendo la televisione, Valentino sentì dalla cucina non il solito borbottio, ma una risata lieve e melodiosa. Si alzò, aprì la porta di un passo, e vide Vittoria e sua madre al tavolo, davanti a un album di foto. La madre raccontava, Vittoria rideva, e il suo volto era rosato. In quel momento era davvero bella, una bellezza calda e pacata che gli stringeva il petto.

Quando ho sentito lultima volta il suo riso? balenò nella sua mente.

Cominciò a notare altro. Come spiegava con calma a Gianni, senza alzare la voce, come lui stesso faceva quando era stanco. Come parlava con sicurezza a lui, Valentino, di questioni domestiche, non più timidamente, ma proponendo soluzioni. Il suo topo grigio era svanito, sostituito da una donna che la sua stessa madre rispettava.

Il culmine arrivò in un momento casuale. Valentino entrò in cucina per prendere dellacqua e trovò Vittoria sola, guardare fuori dalla finestra la città addormentata, intrecciando una ciocca di capelli. Il suo volto non mostrava più una sofferenza sottomessa, ma una malinconia pensierosa, quasi poetica, come una protagonista di un vecchio film italiano, bella per la sua vita interiore.

Vitt iniziò, ma balbettò.

Lei si voltò. Nei suoi occhi cera solo una domanda.

Sì, Valentino?

Lui le si avvicinò e la abbracciò, delicato ma fermo.

Niente, mormorò. È bello

Sì, rispose, stringendolo. Sentito.

Quella notte non riuscì a dormire, si rigirava. Davanti a lui cerano due immagini: la donna sgargiante del parco, il cui riso ora gli pareva vuoto, e Vittoria alla finestra, serena, forte, il centro di gravità per il figlio e per la madre. Quella famiglia che aveva quasi voluto scambiare per un fuoco di paglia.

Al mattino non andò al lavoro, prese un permesso. Aspettò che la madre andasse al mercato, e che Vittoria si preparasse a passeggiare con Gianni.

Vittoria, dobbiamo parlare, disse, fermandola allingresso.

Lei lo guardò, tenendo Gianni per mano.

Gianni, vai in camera a raccogliere lorso per la passeggiata, disse dolcemente al figlio. Quando il bambino corse via, il suo sguardo tornò distaccato. Parla.

Lui inspirò profondamente, guardando il pavimento.

Sono stato un idiota cieco. Tu sei la donna migliore che potessi avere. La famiglia la voce tremò, la famiglia sei tu e Gianni. Farò di tutto per rendervi felici. Tutto.

Vittoria rimase in silenzio, poi, a bassa voce:

Valentino, le tue parole mi hanno colpito. Spero solo che non rimangano sole parole.

E, senza dargli il tempo di reagire, aggiunse: Andiamo a passeggiare. Vieni con noi?

Sì, sospirò. Certo.

Uscì con loro, mise Gianni sulle spalle, e il bimbo rise a squarciagola. Vittoria camminava al suo fianco, la testa talvolta sfiorava la sua spalla. In quel semplice, quotidiano contatto cera più valore di tutti i tacchi rossi e le risate sfrontate del mondo. Capì, con un amaro ritardo, che il tesoro più grande non era la passione, ma il silenzio. Non se, ma nonostante tutto. E si sentì pronto, per anni, a dimostrare di meritare il diritto di stare in quel silenzio accanto a lei.

Apprezza ciò che hai.

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Ai bambini non si mette il bastone tra le ruote alla felicità