Non ti preoccupare, cara!

«Non piangere, cara», le sussurrava la madre, mentre Vittoria, la sua sposa, viveva con il marito Vittorio come se fossero custoditi nella sacra veste di una Madonna. In paese tutti si vedevano, tutti sapevano di tutti.

«Vittoria, devi difendere la tua famiglia a tutti i costi», le consigliò la madre quando la giovane fu promessa a Vittorio, figlio del contadino del villaggio vicino di Montebello, cresciuti insieme fin da piccoli.

Vittorio non poteva immaginare che al suo posto potesse comparire unaltra ragazza. Per lui Vittoria era lunico faro nella finestra di casa, la proteggeva, andavano a scuola mano nella mano e, crescendo, lamicizia si trasformò in amore.

«Guardate, due piccioni!», ridevano le nonne del paese, convinte che fossero fatti luno per laltra fin dalla prima infanzia.

I genitori di Vittoria le insegnarono a vivere in armonia, a dare una mano, a credere nel bene e a non commettere ingiustizie.

«Figlia mia, Dio punirà chi offende, chi non rispetta gli altri. Vivi nella giustizia, Egli ti osserverà», diceva la madre, e Vittoria non aveva dubbio a cui credere se non alla sua mamma.

Vittorio era un marito premuroso. Si occupava di tutti i lavori più duri, non permetteva a sua moglie di sollevare pesi. Ogni mattina, prima di uscire per il lavoro, le diceva:

«Vittoria, guarda che non sollevi cose pesanti. Tu anche lavori, ti stanchi. Tornerò e farò tutto, è questo il mio ruolo di uomo».

Un giorno, con un sorriso, Vittoria gli annunciò:

«Stiamo per avere un bambino».

Lui rimase senza parole, poi la stretse forte, la baciò con passione.

«Ora devi curarti ancora di più, non sei più sola», le disse.

«Tranquillo, Vitito, non è la prima volta né lultima, tutto andrà bene».

Passò il tempo e nacque un figlio, Gabriele. Vittorio lo adorava, lo vedeva come la continuazione della loro stirpe. Quando Gabriele crebbe, lo portava con sé in giro per il villaggio, al mercato, a pesca nei fiumi, a raccogliere funghi nei boschi.

Nacque anche una figlia, Aurora, poco prima del terzo figlio, Sergio, arrivato quattro anni dopo. La vita continuava: il lavoro nei campi, le gioie e le difficoltà. Sergio, il più giovane, era un gran birichino. Gli insegnanti lo rimproveravano:

«Il vostro Sergio ha di nuovo portato un gatto in classe, lo ha liberato, poi una volpe, una topa, perfino un riccio che la notte non faceva dormire a nessuno».

Un giorno, Vittorio lo costrinse a portare il riccio nel bosco. Sergio trovò un cucciolo di cuculo con lala ferita, lo curò e lo liberò.

Gli anni passarono. Gabriele finì il servizio militare, sposò la vicina Alina e, dopo un po, costruì una casa vicina alla loro. Aurora finì gli studi, si sposò, andò a vivere con il marito nella provincia di Bologna.

Un mattino, Vittoria scoprì che Vittorio non si era più svegliato. Pensò fosse solo un sonno più lungo, ma quando lo chiamò, non aprì gli occhi.

«Sergio, corri subito a chiamare linfermiere!» gridò, mentre il figlio più giovane correva disperato. Linfermiere, la signora Anna, una donna di vecchia data, chiamò lambulanza, ma Vittorio era già morto.

Vittoria, cinquantenne, rimase sola, il suo cuore spezzato dal dolore più grande. Dopo il funerale, la vita tornò a scorrere, ma Sergio divenne sempre più dipendente dallalcool, vivente sul ciglio della disperazione.

«Sergio, basta bere», lo rimproverava Vittoria, ma i vicini sussurravano:

«Che famiglia ha avuto Vittoria, marito e figli grandi, ma il più piccolo è un vero disastro».

Sergio non voleva lavorare, si rifugiava nei bar, gravava sulla madre. Un giorno portò a casa una barbone, una donna simile a lui, e iniziarono a litigare, a bere, a non contribuire alla fattoria. Vittoria, ormai esausta, decise di allontanarsi.

Otto anni dopo la morte di Vittorio, la vicina Rosa, più giovane, invitò Vittoria a casa sua:

«Zia Vittoria, vieni da me, ho una confidenza da dirti».

«Rosa, di che cosa si tratta?», chiese confusa.

Rosa le presentò Alina, una donna divorziata che viveva in città con i figli. Alina cercava un compagno per suo padre vedovo, Ignazio, un contadino di San Casciano che non beve né fuma. «Non voglio la sua casa, solo una compagnia», spiegò.

Vittoria, sorpresa, accettò di trasferirsi a San Casciano, dove Ignazio possedeva una piccola cascina più ampia della sua, con una scrofa, delle galline e un capretto. Portò con sé la sua capra di fiducia.

Sergio, ancora alcolizzato, continuava a introdurre altre donne nella casa, facendo tremare Vittoria.

«Speriamo di non bruciare tutto», confidava al figlio maggiore, Gabriele, chiedendogli di sorvegliare il fratello più difficile.

Le estati portavano i nipoti di Alina da Milano, e Vittoria li accoglieva con pane, formaggi e vino locale.

Dieci anni dopo, Ignazio cominciò a indebolirsi. Vittoria gli preparava decotti, medicazioni, e lui le disse un giorno:

«Vittoria, se succede qualcosa, non piangere per me. Rimani qui, vivi il resto dei tuoi giorni in pace».

Vittoria rispose: «Non è facile, ma anche io non sono più una ragazzina».

Alina tornò con un nuovo compagno, il figlio di Ignazio, e propose di vendere la cascina. Vittoria, disperata, ricevette la notizia della morte del padre di Alina, avvenuta a Milano.

«Perché non lo hai portato qui a seppellirlo vicino a tua madre?», chiese Vittoria.

«Non importa dove riposi, è finita», rispose Alina con un sorriso indifferente.

Nel frattempo, Sergio, finalmente deciso a cambiare, smise di bere, trovò lavoro e, insieme a sua moglie Vera, iniziò a ristrutturare la casa, a sistemare il giardino, a coltivare ortaggi.

Vera, impiegata alle poste, era una donna dinamica che, nonostante gli impegni, preparava pasti, lavava, stirava e curava il frutteto. Un giorno, mentre Vittoria entrava nella sua nuova dimora, Vera la salutò con un tono caldo:

«Buongiorno, signora Vittoria. È arrivata, la cena è pronta, Gabriele ha detto che ti porterà qui oggi».

Vittoria si commosse, vedendo il figlio più grande, luomo trasformato, pulito, sorridente. Vera la trattava come una madre, chiamandola Mamma.

Il tempo passò e la piccola figlia di Vera, Lia, crebbe felice; quando morì, lo fece con serenità, sapendo che il suo fratello Sergio era diventato un vero uomo, un capo di casa, gli occhi brillanti di felicità.

Vittoria, ormai anziana, poteva solo osservare la gioia dei suoi nipoti, dei figli rinnovati, e sentirsi grata per la pace che alla fine aveva conquistato.

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Non avevo promesso i tortellini