Un Passo Verso il Futuro

Ricordo ancora la mattina in cui mi alzai, quando nella camera le luci fioche del crepuscolo ancora tremolavano. In cucina misi sul fuoco la pentola per il caffè e scrutai il cortile: sul tiglio accanto allingresso i primi fogli già mostrano macchie gialle, sopra lasfalto una coltre di nebbia grigia avvolgeva tutto.

Sei mesi prima, durante la cena, io e mio marito decidemmo di accogliere una famiglia affidataria. Fra le numerose pratiche, quella che ci colpì fu quella di un ragazzo alto, con occhi blu attenti. I più piccoli vengono sistemati più in fretta, a lui quindici anni, le possibilità sono quasi nulle, disse allora Sergio. Le visite mediche, i colloqui, il corso per genitori affidatari si protrassero per mesi, e ogni ente ripeteva: Non aspettate miracoli, laiuto arriverà, ma le difficoltà non mancheranno.

Sergio aveva quarantotto anni, lavorava a turni come ingegnere nella officina dei treni. Io, Ilaria, ero metodista in un istituto tecnico vicino. Di solito, verso le sei di sera, ero libera. Vivevamo una vita ordinata: lavoro, escursioni domenicali, cinema in offerta. Fu proprio questa routine a sembrarci improvvisamente traballante. Ora o mai più, pronunciò Sergio, firmando lultima certificazione.

Alla fine di agosto arrivammo al domicilio per minori. Nella stanza per gli incontri lodore di disinfettante e di polenta fredda era dominante. Il ragazzo sedeva sul davanzale, dondolava la gamba in una scarpa da ginnastica consunta e rispondeva con monosillabi. Quando gli feci una battuta sui lettori a cassette, scrollò le spalle. Sulla via del ritorno, Sergio strinse la mia mano: le parole non riuscivano a uscire.

Per Daniele, il loro nome, prepararono una stanza a parte: le pareti tinteggiarono di azzurro grigio, posero una scrivania, un letto nuovo e una piccola cassa per la musica. Sul tavolo riposavano un quaderno pulito e una penna.

Il furgone dellorfanotrofio arrivò più tardi, verso mezzogiorno. Il conducente portò due sacchi e uno zaino logoro. Daniele entrò nel corridoio senza domande, posò i sacchi al muro e strinse lo zaino al petto. Ora è tuo, sussurrai. Lui annuì, senza parole.

A pranzo zuppa e polpette di pollo il ragazzo mangiò in fretta, senza guardare negli occhi. Sergio gli parlò della scuola dove era già stato trasferito, io gli spiegai lassegno di sostegno regionale: Questi sono i tuoi soldi, li spenderemo insieme. Lui rispose con un sussurro: Posso fare a meno del righello del primo settembre? È necessario, risposi con dolcezza.

Le piogge di inizio settembre portarono umidità. Dopo una settimana cominciarono gli attriti. Daniele tornava tardi: Stavo con i compagni. Una volta dimenticò la chiave e io dovetti attendere alla porta, perdendo il consiglio pedagogico. Sergio propose di montare insieme un computer per il laboratorio scolastico, ma il ragazzo era incollato al cellulare.

La notte prima del weekend scomparve una scatola di cioccolatini. Chiesi con prudenza che fosse successo. Compratene di nuovi, sbottò Daniele, chiudendo a chiave la sua stanza con un forte click. Sergio gli ricordò con tono severo il rispetto reciproco, ma le parole si persero nel vuoto.

A scuola la situazione peggiorava. La coordinatrice di classe chiamava quasi ogni giorno Ilaria: ritardi, discussioni in aula. Daniele nascondeva il registro sotto il materasso, rispondendo che non è obbligato a seguire regole stupide. Le pagine dei documenti ufficiali sullaffido davano poco aiuto quando dietro la porta sedeva un adolescente stanco, con le cuffie alle orecchie.

Verso metà settembre lappartamento si fece più freddo. Le caldaie avrebbero dovuto accendersi dopo il quindicesimo. Sergio mise il bollitore, io mi avvolsi in una vecchia maglina, Daniele rimase chiuso nella sua stanza sotto la lampada da scrivania. Ogniuno sentiva il gelo a modo suo.

Sabato, allalba, un rumore sordo mi svegliò. Nella stanza di Daniele il suo zaino era aperto, i vestiti sparsi ovunque. Il ragazzo, scalzo, frugava nella tasca laterale. Cerco il caricabatterie, disse, senza incrociare lo sguardo. Unora dopo scoprii che mancavano venti euro dal portafoglio sullo scaffale.

Chiamammo Daniele per un confronto. Hai visto i soldi? chiese Sergio. No. Cercai di placarlo: Se li hai presi, dillo, ne parleremo insieme. Lui rimase zitto, le mani incrociate sul petto. Allora Sergio, con tono aspro, affermò: In casa nostra non si prendono cose altrui. Daniele esplose: Questa non è la mia casa! Giocate a fare i buoni e poi vi ritirate!

Corse verso la porta e si gettò sul pianerottolo. Sergio lo fermò, afferrandogli la manica. Dal finestrino socchiuso spirava un gelo pungente. Restituisci i soldi e parliamo, disse. Non li ho presi. Daniele si contorceva, ma dal taschino scivolarono le banconote. Sergio si ritirò, rendendosi conto della sua durezza, mentre io, in piedi nella porta, avvertii la corrente daria e la paura di un danno irreparabile.

Daniele sollevò i soldi e li porse a me, le labbra tremanti. Non mi crederete comunque, mormorò. In quellattimo decisi che il dialogo doveva avvenire subito. Con un gesto li invitai tutti ad entrare.

Il tiro di vento cessò quando la porta si chiuse. Io, ancora stringendo le banconote, andai in cucina e le posai sul bordo del tavolo. Sedetevi, dissi. Sergio e Daniele si abbassarono sui sgabelli, la tensione aleggiava, ma ora la condividiamo in tre.

Versai del tè caldo. Il vapore salì dalle tazze, segnando quasi una linea immaginaria tra noi. Siamo qui perché ho scelto te consapevolmente, cominciai, cercando di parlare con equilibrio. Sbagliamo tutti, ma scappare non è una soluzione.

Sergio annuì a bassa voce. Temevo che decidessi di lasciarci: che non ci importasse più. In realtà ho paura di perderti prima ancora che inizi tutto.

Daniele distolse lo sguardo, girò i lacci dello zaino e sospirò: Volevo far vedere ai ragazzi che avevo dei soldi. Pensavo che così sarei stato accettato. Ora capisco di aver sbagliato.

Nel suo tono percepii più confusione che arroganza. Gli passa le banconote: Le useremo come base per le tue spese. Ogni acquisto lo discuteremo insieme. Daccordo? Per la prima volta mi guardò negli occhi e annuì.

Parlammo a lungo: della scuola, del fatto che le regole non sono una trappola ma una rete di sicurezza; della presenza di uno psicologo a cui poterci rivolgere tutti e tre. Sergio propose di iniziare con piccole cose: redigere un calendario delle attività e dedicare una serata alla settimana senza telefoni. Daniele non obiettò, chiedendo solo se qualche volta poteva invitare a casa i nuovi amici. La risposta fu breve: Sì, ma presentiamoli prima.

Verso sera il vento si placò, sul cortile giravano pigri gli ultimi fogli. Uscii sul balcone e sentii per la prima volta il calore dei termosifoni, più presto di quanto promesso. Sorrisi e tornai in cucina, dove Sergio annotava le spese e Daniele segnava sul quaderno: Fine settimana gita in campagna.

Domenica, i tre ci siamo messi in viaggio fuori città. Laria fresca profumava di resina, il rombo dei motori accompagnava il percorso. Sergio mostrò a Daniele come riparare il vecchio cancello, io preparavo panini per la tavola. Nulla di eroico accadde, ma, mentre tornavamo, notai nello sportellino posteriore lo zaino di Daniele, con la cerniera ben chiusa.

Tardi, già a casa, Daniele posò le chiavi sul ripiano comune del corridoio e disse piano: Domani andrò subito a scuola. Devo rispettare il calendario. Quelle parole semplici pesavano più di qualsiasi promessa. Sentii dentro di me spazi aprirsi verso un futuro dove gli errori si possono correggere insieme.

Fuori, la luce di un lampione strappava dalloscurità gli ultimi fogli gialli. Il settembre volgeva al termine. Restavano ancora molte chiacchierate, relazioni con la scuola e visite allo psicologo, ma il primo passo era stato compiuto e lo avevamo fatto tutti e tre.

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