La Mamma Ama Tutti con un Cuore Italiano

Caro diario,

la mia madre, Giovanna, non ha mai provato affetto per i suoi figli. li trovava incapaci, limitati, rozzi e incoscienti, proprio come il loro padre.

Mamma, che cosa mangiamo? urlava Gennaro, il più grande dei ragazzi, ormai con la voce bassa e un po di barba che cominciava a spuntare. Le sue mani, lunghe e sottili al polso, con grossi dita robuste, ricordavano quelle del padre, sempre sporche di pancetta, aglio e grappa, pronte a stringere qualsiasi cosa.

Giovanna sapeva bene che Gennaro già girava tra le ragazze del villaggio, soprattutto tra le giovani vedove che, prive di un marito, osservavano con un misto di audacia e desiderio i giovani uomini.

Una volta, la madre disse a una di loro, la signorina Daria, Stai attenta a quel Gennaro, è ancora un ragazzino, non ha ancora quindici anni. Daria rise di gusto, tanto da far scurire gli occhi di Giovanna. Da quel giorno, la madre smise di volere bene a Gennaro, che le rammentava il vecchio padre: duro, sempre ubriaco, con un odore di sudore e di fumo che lo accompagnava ovunque.

Giovanna, disperata, provò a sposare tutti i vicini del paese. Quando una giovane vedova, Lina, rifiutò di seguirlo, la vecchia Nonna Maria, che rimaneva sola nella sua casa di pietra, la spinse a fare il passo:

Che vuoi fare, ragazza? Guarda Pasquale, è un bravo ragazzo, tutte le ragazze lo guardano. Tu, invece, rimani qui a piangere.

Lina pianse: Non voglio restare, voglio andare in città, trovare lavoro in fabbrica, studiare e uscire dal buio. Ma la nonna urlò: Se rimarrai in città, ti troverò per strada! e la colpì più volte con parole dure, accusandola di peccati e minacciandola di finire con la pancia piena e il naso rotto.

Pasquale, il più grande dei fratelli, entrò in casa e portò la moglie al suo focolare. Allinizio sua suocera sbuffava, ma poi si piegò, provando quasi pietà per Lina, soprattutto quando la notte la tormentava.

I figli di Pasquale, tutti maschi, arrivarono uno dopo laltro, ognuno più simile allaltro, come palline di piselli. Lina li amava intensamente, finché non crebbero e divennero tutti come lui, un Pasquale di pietra.

Quando la guerra scoppiò, Pasquale fu inghiottito dal fronte, ritornò sfinito e morto, così come molti degli uomini del villaggio non tornarono più.

Il piccolo Sante, lultimo dei figli di Pasquale, si fece più grande e, come gli altri, fu costretto a combattere. Divenne un uomo duro, con gli occhi rossi come more, e la sua presenza incuteva timore.

Lina cercava di rimandare il momento di andare nella camera da letto, inventando mille scuse. Quando Pasquale, ormai veterano, disse che avrebbe vissuto con la vedova Lidia, la moglie di un soldato, Lina tirò un sospiro profondo.

Allora Gennaro si scagliò contro il padre, ferì la mano del figlio e gli accarezzò la testa in modo dolce, come faceva da piccolo.

Che vada pure via con il suo ragazzo non è un problema.

Mamma, non temere, non ti lasceremo sola, balbettò Gennaro, pronto a sposarsi. Lina cercava di non immaginare cosa avrebbero fatto con unaltra ragazza fragile e dagli occhi grandi.

La madre scuoteva la testa, pensando a tutti i figli, a come tutti fossero diventati una copia di Pasquale. Eppure, con il tempo, il suo sguardo si addolcì.

Il più giovane, il piccolo Sante, trovò una moglie delicata, una bambina di nome Fiorella, così bella e leggera come unuliva di primavera. Fiorella correva per la cucina, agile come una vite, e quando si avvicinò al marito, si accoccolò al suo petto, come un vitello alla madre, chiedendo carezze.

Lui la accarezzò dolcemente, la baciò sulla fronte e labbracciò con tenerezza. Da quel giorno Giovanna cominciò a osservare gli altri figli, chiedendosi se fossero tutti come Pasquale o se nascondessero un cuore più gentile.

Il risultato fu una scoperta: non tutti erano uguali, e alcuni, come Sante, si erano rivelati buoni.

Gennaro, il più grande, mi ha chiesto: Mamma, tutto va bene?

Sì, tutto bene, passa pure, ho risposto, chiedendole se la nuova moglie di Gennaro le dava problemi.

Gennaro, che è sempre stato taciturno, ha esitato a parlare, ma ha risposto: Mamma, non preoccuparti, se serve.

La mia amata figlia, la cara Caterina, mi ha ricordato che non sono stata una brava madre, ma ho cercato di rimediare, preparando tè e dolci per le sue figlie.

Una volta, una delle figlie, Lidia, ha detto: Mamma, ti voglio una nipotina. E ha riso, poi ha avuto due bambine, Oliva e Giulia, che sono state le gioie della nonna, coccolate come principesse.

Anche se le nipotine somigliano a Pasquale, lodio della nonna nei confronti dei maschi è svanito, e ora le sue care figlie le regalano sorrisi e ricordi di una vita più dolce.

Ho promesso a me stesso di far crescere le bambine, di educarle con amore e di non permettere che la violenza rovini le loro vite. Ho mantenuto la promessa: le nipotine hanno studiato, hanno raggiunto alti risultati e hanno sempre onorato la nonna con parole gentili.

Così, anche se un tempo ho creduto di non amare i miei figli, ho capito che lamore è stato sempre lì, seppur nascosto sotto una coltre di amarezza.

Le lezioni della vita mi hanno insegnato che una madre può sbagliare, ma può anche cambiare. Alla fine, ho imparato che il vero valore è amare e proteggere chi ci sta vicino, senza lasciarsi accecare dal rancore.

Questo è il mio pensiero finale: lamore, anche tormentato, è la forza che ci rende umani.

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Perché dovresti venire a trovarmi? Non ricordo nemmeno chi sei!