Sei tu la colpevole, mamma

Giulia frigge delle polpette quando qualcuno bussa alla porta. Si alza dalla cucina, ancora avvolta nel profumo di burro, per aprire.

Mamma, è per me la ferma a metà il canto della figlia, Ginevra. Lascia che lo faccia io.

Va bene, non sapevo

Allora perché ti fermi? Torna a friggere le tue polpette sbuffa Ginevra, volgendo lo sguardo dalla soglia.

Come le tue? Ho comprato il macinato al mercato

Mamma, chiudi la porta alza gli occhi al cielo Ginevra.

Lavresti detto subito risponde Giulia, rientrando in cucina, chiudendo la porta con un leggero cigolio. Spegne il fuoco sotto la padella, si toglie il grembiule e si incammina fuori.

Nel vestibolo Ginevra si mette la giacca. Accanto sta Alessandro, amico di Silvana, che le lancia sguardi innamorati come fari di lampada.

Buonasera, Alessandro. Dove andate? Venite a cena con noi?

Buona sera sorride il ragazzo, fissando Silvana con curiosità.

Siamo di fretta risponde lei, senza guardare la madre.

Che ne dite di restare? Ho già tutto pronto ripete Giulia.

Alessandro resta in silenzio.

No! esclama bruscamente Ginevra. Andiamo. Prende Alessandro per mano e apre la porta. Mamma, chiudi?

Giulia si avvicina, ma non chiude del tutto la porta, lasciandola socchiusa. Dal giardino si sente il brusio di una piazza.

Perché parli così ruvida con lei? Lodore è delizioso, avrei voluto assaggiare le polpette.

Andiamo a prendere un caffè. Sono stanca delle sue polpette borbotta Ginevra.

Possono stancare? Adoro le tue polpette, le mangerei ogni giorno dice Alessandro.

Giulia non capì la risposta di Silvana. Le voci dal pianerottolo svanirono.

Chiuse la porta, entrò nella stanza. Il marito Marco era davanti alla televisione.

Marco, andiamo a cena finché è ancora caldo.

Va bene si alzò dal divano, attraversò Giulia e si sedette al tavolo.

Che cosa cè stasera? chiese con tono autoritario.

Riso con polpette, insalata rispose Giulia, aprendo la padella.

Ti ho già detto che non mangio le polpette fritte protestò Marco.

Ho messo acqua nella padella, sono quasi al vapore Giulia rimaneva immobile con il coperchio in mano.

Bene, ma è lultima volta.

A questetà è pericoloso dimagrire osservò Giulia, posando davanti a Marco il piatto di riso e polpette.

Che età? Ho solo cinquantasette anni, è letà della saggezza per un uomo. Marco infilò una polpetta nella forchetta e ne morse metà.

Ma siete tutti complotti? Silvana è scappata, non vuole cenare, e tu ti ne vai. Basta, smetto di cucinare, vediamo se cantate da soli. Pensate che al bar il cibo sia più buono?

Allora non cucinare più. Anche a te farebbe bene perdere qualche chilo. Non potrai più passare dalla porta. Marco finì la polpetta e ne puntò unaltra con la forchetta.

Davvero? Mi consideri grassa? Ho rotto la testa per te, e ora ti curvi su di me. Ho comprato jeans, una giacca di pelle, un berretto. Mi sono rasata la testa per nascondere la calvizie. Per chi ti sforzi? Non è per me. Sono grassa, non ho con chi confrontarmi si lamentò Giulia.

Lasciami mangiare in pace Marco afferrò il riso con la forchetta, ma lo lasciò cadere nel piatto. Passa il ketchup.

Giulia prese dal frigo il barattolo di ketchup, lo sbatté sul tavolo davanti a Marco e uscì silenziosa. Il suo piatto rimase intatto.

Si chiuse nella stanza di Ginevra, si sedette sul divano, le lacrime le bagnarono gli occhi.

«Cucino, mi impegno, ma loro Faccio tutto per loro e non ricevo nemmeno un grazie. Marco si sente giovane, mi guarda di lato. Mi prende per la donna grassa. Ginevra mi guarda come se fossi una cameriera.

Se sono in pensione, mi possono trattare così? Lavorerei volentieri, se non mi fossero licenziati. I dipendenti esperti non servono più, vogliono i giovani. E i giovani cosa sanno?

Mi alzo prima di tutti, anche se non lavoro, per preparare la colazione. Giro tutto il giorno, non ho tempo di riposare. Colpa mia, mi sono viziata. Ora mi schiacciano il collo, mi gettano addosso peso». Le lacrime scivolavano lungo le ciglia, tracciando sentieri umidi sul viso. Giulia strinse gli occhi e le guance con le mani, cercando di soffocare il singhiozzo.

Aveva sempre creduto che fossero una famiglia buona, non perfetta ma almeno migliore di altre. Ginevra era alluniversità, studiava bene. Marco non beveva né fumava, guadagnava. Casa ordinata, cibo buono. Cosaltro voleva?

Si avvicinò allo specchio sulla porta dellarmadio, si osservò. «Sì, ho preso qualche chilo, ma non sono grassissima. Le rughe sono meno evidenti sulle guance rotonde. Ho sempre amato mangiare. Cucino bene. A loro non basta. Quando lavoravo acconciavo i capelli, li ricciavo. Ora li punco sulla nuca per non intralciare. È più comodo. Che cosa farò, tacchi e acconciature? Devo dimagrire, forse tingere i capelli». Si sedette di nuovo sul letto, persa nei pensieri.

Il mattino seguente non si alzò presto come al solito, rimase a letto, facendo finta di dormire. «Sono in pensione, ho diritto a non alzarmi al sorgere del sole. Che preparino loro la colazione».

Suonò la sveglia. Giulia si mosse, si girò verso il muro.

Che succede? Sei malata? chiese Marco, senza traccia di compassione.

Sì, rispose Giulia, nascondendo il naso nel cuscino.

Mamma, sei malata? entrò Ginevra nella stanza.

Sì, fate colazione voi sussurrò Giulia dal piumone.

Ginevra sbuffò e andò in cucina. Presto il bollitore cantò, la porta del frigo sbatté, voci soffuse di madre e figlia riecheggiarono. Giulia si limitò a restare sotto le coperte, recitando la parte della malata fino alla fine.

Marco entrò, portando con sé laroma di un profumo maschile costoso, quello che Giulia le aveva comprato tempo fa. Poi madre e figlia uscirono, lasciando silenzio. Giulia gettò via la coperta, chiuse gli occhi e si addormentò di nuovo.

Si svegliò unora dopo, si stiracchiò dolcemente e andò in cucina. Tazze sporche giacevano nel lavandino, il tavolo era cosparso di briciole di pane. Voleva pulire, ma non lo fece. «Non sono una domestica». Si diresse al bagno, fece una doccia, poi chiamò la vecchia compagna di scuola.

Giulia! esclamò la voce senza tempo. Come stai? Ancora a riposare da pensionata?

Giulia raccontò di quanto sentisse la mancanza di uscire, di non aver più visitato la tomba dei genitori. Chiese se poteva rimanere a casa sua.

Certo, vieni quando vuoi. Quando?

Sto per prendere il treno subito.

Allora preparo le torte.

Prese una piccola valigia, spazzò via le briciole, lasciò un biglietto sulla tavola: Via dalla casa, torno quando potrò. Sul treno, dubitò. Forse era troppo audace, ma se non lo provava, non lo saprebbe mai. Decise: Se non trovo biglietti, tornerò. I biglietti erano disponibili, la coda al bus si allungava. Si sistemò in fondo.

Lì incontrò Ludovica, la sua vecchia amica. Si abbracciarono, bevvero tè con torte ancora calde, senza riuscire a parlare a lungo.

Ben fatta, sei arrivata. Racconta cosa ti è capitato.

Giulia si sfogò, raccontò tutto, e Ludovica consigliò: «Stacca il telefono, domani andiamo al salone, cambieremo la tua immagine. Valentina lavora lì. Ti ricordi la compagna di classe che era scarsa? Ora tutti la prenotano. Faremo di te una bellezza da far girare la testa al marito».

Quella notte Giulia non dormì bene, pensava: «Che pensano? Sono arrabbiati o felici?»

Al salone Valentina le accolse, la mise su una sedia. Mentre le tingevano i capelli e le disegnavano le sopracciglia, la taglierebbe. Giulia chiuse gli occhi, quasi si addormentò. Valentina insistette per il trucco; Giulia voleva rifiutare, ma Ludovica la convinse a finire.

Il risultato fu sorprendente: una donna nuova, più giovane, più luminosa. Valentina chiamò la manicure.

Basta per oggi, non resisto più implorò Giulia.

Va bene, prenoto per le otto di domani. Non fare tardi, altrimenti la gente arriverà disse ferma Valentina.

Guarda comè cambiata, chi lavrebbe detto? commentò Ludovica mentre uscivano. Andiamo a fare shopping.

Giulia esitò: «Unaltra volta?» Ma Ludovica la trascinò al grande centro commerciale.

Uscì dal negozio con pantaloni a vita alta, una maglietta leggera e un cardigan color sabbia. Portava una nuova gonna, una giacca alla moda e una scatola di scarpe. Si sentiva rinnovata, più sicura, più snella. Era ora di sistemarsi.

Davanti alla casa di Ludovica arrivò un uomo alto, capelli bianchi come la neve, baffi scuri non toccati dalletà.

Ciao ragazze disse, ammirando Giulia. Non sei cambiata affatto, sei al massimo.

Io non balbettò Giulia, guardando Ludovica.

Non ti riconosci? È Piero Zucchi suggerì lamica.

Piero? chiese Giulia.

Sì, era un compagno di classe, magro e insignificante. Ora è colonello in pensione, è tornato due anni fa dopo una ferita grave. La moglie lo ha lasciato, ma è tornato in piedi, anche se zoppica quando cammina molto.

Ludovica propose: «Andiamo a casa sua, brindiamo al tuo cambiamento, abbiamo una bottiglia di vino». Si sedettero tutti e tre, bevvero, ricordarono i tempi di scuola. Giulia arrossì, forse per il vino o per gli sguardi ammirati di Piero.

È ancora innamorato di te sussurrò Ludovica quando Piero se ne andò.

Dai, è passato tanto tempo.

Potresti farlo di nuovo insistette lamica. È quel tipo di uomo che vive ancora nella tua casa?

No, è un veterano, non è qui. rispose Giulia, infastidita.

La notte Giulia decise di tornare a casa, ma Ludovica non voleva sentire ragioni.

Solo arrivata e già parti? Non è così. Mostra carattere. Niente succederà ai tuoi. Stai qui una settimana. A proposito, Piero ha preso i biglietti per il teatro. Quando è stata lultima volta che sei stata al teatro?

Al teatro dei bambini per il presepe con Lucia.

Al teatro dei bambini, al presepe ripeté Ludovica, sorridendo. Facciamo girare il tuo nuovo vestito.

Tre giorni dopo Giulia accese il cellulare.

Mamma, dove sei? Papà è in ospedale! Vieni subito chiamò Imelda.

Il cuore le balzò. Prese la valigia, salì sul treno; Piero le disse: «Se serve, sono qui. Chiamami, ti aiuto».

Sul bus chiamò Imelda. La figlia raccontò che la sua mamma laveva sorpresa con una fuga improvvisa. Pensava fosse tornata il giorno dopo.

E il papà? chiese Giulia.

È difficile dirlo, ma tradiva. Lho vista uscire da un condominio vicino, chiedendo di non dirglielo. Quando sparì, non tornò a dormire. Ieri è tornato luomo di unaltra donna, è un operaio a turni. Tutti hanno sentito le sue urla. Ha due coste rotte, ma non è grave Imelda esitò. Ha anche unemorragia cerebrale, ma è stata curata in fretta.

Giulia ascoltava, incredula, e capì che non doveva partire. Rientrò a casa nel tardo pomeriggio, lospedale ormai chiuso.

Mamma, sei cambiata così tanto. Non ti riconosco più parlò Imelda con un tono nuovo, rispettoso, restando al suo fianco tutta la sera.

Ho avuto paura che non tornassi, ho incontrato qualcuno, ma non ho trovato nessuno. Volevo solo farvi capire che non sono più la vecchia. rispose Giulia.

Colpa tua, sei andata in pensione, non ti curi più, sei diventata una vecchia. Il padre sarà geloso. Lo perdonerai? sbottò Imelda.

Giulia guardò la stanza, felice di stare a casa, di avere tutto intorno.

Al mattino preparò un brodo di pollo e andò in ospedale. Marco era più anziano, con una barba bianca. Alla vista di Giulia, pianse, chiedendo perdono. Lo nutrì con un cucchiaio di brodo.

Due settimane dopo Marco fu dimesso. Usciti dal taxi, passarono accanto a una coppia. Marco si irrigidì, voltò lo sguardo, la donna distolse gli occhi. Giulia capì che era la sua rivale: snella, capelli rossi, giovane. Marco si accasciò, si curvò, fu colto da unondata di vergogna.

Non te ne andrai più? chiese a casa.

Come, non sono più grassa? Non ho perso peso rispose Giulia, con un sorriso timido.

Ti ho chiesto scusa, è stato stupido. Cuoci le polpette, ok? Mi mancava il tuo cibo chiese.

Giulia friggé le polpette, preparò una cena profumata.

Che profumo! esclamò Imelda, tornata dalluniversità.

Sedettero tutti intorno al tavolo, come un tempo, quando Imelda era ancora al liceo, Marco non criticava più la moglie, mangiava di gusto e la lodava. Giulia era pronta a stare al fuoco per ore, solo per compiacere il marito.

Guardò i suoi cari, felice che fossero tutti lì, vivi, quasi sani, che avesse ancora un ruolo.

La vita in famiglia non è sempre un mare calmo. Qualcuno è costretto a viaggiare, specialmente nella vecchiaia. Il corpo non è più quello di una volta, ma lanima resta giovane. È difficile accettare, ma si vuole mantenere la forza di un tempo.

Ognuno ha imparato la sua lezione. Limportante è restare insieme. Come si dice, non si cambiano i cavalli al guado. E forse, a volte, non riesci a tenE nella quiete dellalba, Giulia si svegliò nel suo letto, consapevole che il sogno era stato leco di un desiderio di rinascita.

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Sei tu la colpevole, mamma
Avevo già sentito parlare di suocere che rifiutano ogni contatto con le nuore, ma era la prima volta che vedevo una madre respingere il proprio figlio. Mio marito è stato così “fortunato”. La madre si è indignata: “Non mi serve un figlio che resta a guardare mentre mi umiliano.” Anche se in realtà nessuno l’aveva umiliata. Quando ho conosciuto mio marito, per molto tempo non mi ha presentato a sua madre. La cosa mi rincuorava, perché fare conoscenza con persone nuove mi mette in forte agitazione: perdo il controllo, divento rossa, sudo, balbetto. Vorrei fare tutto perfettamente, ma mi blocco ancora di più. Col tempo va meglio, ma ai primi incontri vado completamente in crisi. Poi è arrivata la proposta di matrimonio, e dovevo per forza partecipare. La suocera subito mi ha presa sotto la sua ala: insieme abbiamo tagliato salumi e formaggi, lavato la frutta, fatto i piatti, asciugato, insomma, semplici faccende domestiche. Ma io sono ansiosa e timida, mentre lei è una donna dalla voce potente, abituata a comandare. Perciò tremavo, tagliavo tutto in modo irregolare, quasi rompevo la tazza… insomma, ero in tensione persino per le banalità. Ha subito capito che non volevo litigare con lei, mi ha scambiata, a torto, per una senza carattere, e ha iniziato a “educarmi” alla vita. E da quella sera memorabile sono seguiti anni di vita familiare così. Ma si sbagliava. Se conosco uno nuovo sono insicura, ma col tempo mi rilasso e va tutto bene. Nei primi tempi del matrimonio evitavo qualsiasi discussione con la madre di mio marito. All’inizio del matrimonio, veniva a trovarci ogni due o tre settimane. All’epoca lavorava ancora, quindi era poco presente. Durante le brevi visite, ispezionava la casa: controllava cosa cucinavo, cosa mangiavamo, osservava con attenzione se c’era polvere o macchie sui vetri. Per fortuna non mi ha mai svuotato l’armadio, e d’altronde non mi sarei permessa di farglielo fare. Non mi piaceva questo modo di fare, ma ho seguito il consiglio di mia madre: “Non farci caso”. Una visita ogni due-tre settimane era sopportabile. A me non pesava, e la suocera se ne andava soddisfatta dopo averci dispensato consigli preziosi. In casa regnava la pace. La situazione è cambiata con la nascita del bambino e la pensione della suocera. Sfortunatamente sono coincise. Da allora, mia suocera veniva ogni giorno. E ovviamente non aveva intenzione di aiutarmi, voleva solo istruirmi… È stato un mese intero di visite quotidiane: ripeteva che trascuravo la casa (sebbene lei lavasse i pavimenti ogni giorno “per far crescere il nipotino nel pulito”), criticava come davo da mangiare e tenevo in braccio il bambino, mi rimproverava la dispensa vuota e il fatto che mio marito tornasse stanco e affamato dal lavoro. E, sia chiaro, non ci teneva certo a pulire e cucinare per il figlio! Si sedeva e impartiva ordini. Una volta mi ha chiamata “pessima madre” perché mettevo un pannolino che secondo lei gli avrebbe deformato le gambe: non ce l’ho più fatta. Le ho risposto che in casa mia decido io come occuparmi di mio marito e di mio figlio, quando pulire, cosa cucinare e che detersivo usare. E se avesse avuto il coraggio di chiamarmi ancora pessima madre, avrebbe potuto vedere suo nipote solo attraverso il tribunale. Mio marito ha assistito alla scena e ha preso subito le mie difese. Era da tempo che voleva affrontare la madre, ma ero io a frenarlo per evitare discussioni inutili. Gli avevo sempre detto che se non ce l’avessi fatta più, ci avrei pensato io. E quel momento era arrivato. – E tu… non dici niente? – ha chiesto la suocera. – Cosa dovrei dire? Ha ragione – ha risposto lui, abbracciandomi. Allora la suocera si è messa a trattenere il fiato, poi è riuscita a dire che non le serviva un figlio capace di guardare impassibile la sua umiliazione. – E anche tu sei d’accordo… – ha sibilato, quindi si è ricomposta ed è corsa fuori di casa. Non si è fatta più viva né sentire per quattordici giorni. Ieri era il suo compleanno. Mio marito ha provato a chiamarla per farle gli auguri, ma non ha risposto: a un sms ha ribattuto che non voleva niente da noi, nemmeno gli auguri. Mia madre pensa che con quella frase del tribunale io abbia esagerato, ma io e mio marito siamo convinti di aver fatto la cosa giusta. Non vedo proprio motivo per cui dovremmo scusarci con mia suocera.