LETTERE STRANIERE: RACCONTI DI VITE INaspettate.

Caro diario,

questa vecchia borraccia cinese, con la sua ampolla di vetro incrinata e il rivestimento sbiadito dal continuo lavaggio, è rimasta a conservarsi fin dalla stagione dei pranzi estivi al **Borgo di Montù**, quando sulla veranda avvolta dal profumo di marmellata di ciliegie si radunava tutta linfanzia del paese, curiosa dei dolci alle ciliegie di mia madre. La scelta della borraccia, invece del tradizionale tegame, era una decisione di mamma: Nel thermos il tè resta più caldo e più forte. Ai bambini, però, bastava la promessa delle crostate.

Con mano delicata ho svitato il coperchio di latta, seguendo le viti consunte. Ho riempito la tazza, ormai segnata da un velo di azzurro sbiadito al posto del tempo, fino allorlo. La tazza, coetanea della borraccia, e il cucchiaino di ottone graffiato dal chiodo con cui la piccola **Ginevra** di cinque anni cercava di pulire la scuria, sono gli oggetti che mi legano al passato. Montù è a circa **8000 chilometri** dal mio presente, il mio passato è un secolo di ricordi indietro

Ho posato accanto a me la scatola di lettere appena consegnate dal turno di guardia e ho iniziato a sfogliare le buste finché non ho trovato quella giusta. La calligrafia familiare recitava: A Andrea Vincenzi, in mano al destinatario (personale). Ma in mano al destinatario non era ancora possibile: prima doveva dare unocchiata allispettore **Bianchini**, e solo dopo la missiva poteva finire nelle mani del suo vero lettore. Io, **Lidia Bianchini**, ero la censore delle corrispondenze carcerarie.

Questo lavoro è arrivato a me con il secondo matrimonio. Mio marito, **Niccolò Bianchini**, direttore della colonia penitenziaria di **San Giuliano**, uomo serio e metodico, non sapeva come tenere occupata la moglie che sentiva la nostalgia di casa. Nel nostro piccolo paese, oltre al carcere, cerano solo lambulatorio del medico e lufficio postale. La scuola era chiusa, i figli degli agenti venivano trasportati al centro di zona in autobus. Mi avevano proposto di diventare insegnante di italiano con unauto di servizio, ma il mio frainteso fisico non mi lasciava affrontare i percorsi accidentati. Non avevamo figli. Dopo sei mesi di inattività, ho accettato di leggere i manoscritti non scolastici, ma carcerari. Allinizio correggevo gli errori per abitudine, poi ho imparato a ignorarli. Leggere le lettere altrui era imbarazzante, sembrava sbirciare nella serratura di qualcuno, ma la routine mi ha anestetizzato la colpa. Cercavo nei testi di Bianchini riferimenti a temi proibiti, parole codificate, trame criminali e, più recentemente, linguaggio volgare il gergo che in carcere era vietato mentre la letteratura contemporanea lo ha appena abbracciato. Alcune parti cancellavo, altre le mostravo allo psicologo penitenziario, altre le passavo allufficio operativo. Lattività si era trasformata in una distrazione dal turbinio dei pensieri, finché un giorno una missiva insolita è comparsa sulla mia scrivania.

Quella mattina, dopo una lite con Niccolò per il caffè finito, ho pulito il piano della cucina, ho riempito la borraccia fino allorlo e, rinunciando allauto, ho camminato verso il lavoro. Un novembre grigio, senza neve, trascinava foglie secche sulla terra gelata; i rami spogli del bosco di oltre la ferrovia tremavano al vento, come anime in attesa. Il freddo penetrava, per quanto mi coprissi. Con la borraccia al collo, sapevo che il freddo mi avrebbe avvolta comunque.

Dopo aver salutato il turno, ho attraversato il posto di blocco, sono salita le scale rumorose al secondo piano, ho aperto la porta del mio ufficio freddata dalla notte e, dopo il primo sorso di tè, ho iniziato a leggere. Una lettera raccontava di una moglie di un detenuto, **Teleghi**, che rimproverava il marito per aver nascosto dei soldi. Unaltra era una figlia che accusava il patrigno di avarizia. Unaltra ancora descriveva una fidanzata a distanza che chiedeva al suo coniglietto di attendere ancora qualche mese, ignorando che quel coniglietto aveva altre due fidanzate in altre città

Una di queste missive terminava così:
Caro Andrea! Figlio mio! Ti amo e sono fiera di te! scriveva una madre sconosciuta. Hai agito da vero uomo, come farebbe tuo padre. Il destino ci ha messo alla prova, ma tu hai salvato una ragazza che altrimenti sarebbe morta. Prego Dio per il tuo perdono e ti chiedo di pregare anche tu.
Ho rimasto senza parole; lindirizzo di ritorno indicava **Belgrado**, non lontano da Montù. Ho continuato a leggere, ma con unattenzione nuova.

Figlio mio, ho trovato il tuo quaderno e sto trascrivendo i primi capitoli al computer. La vista non è più buona, le mani mi tradiscono, ma provo a farlo. Puoi mandarmi i manoscritti per posta, è permesso. Non fermarti, scrivi! Lanno passerà, la vita continuerà
Ho chiuso la lettera pensando a chi può perdonare tutti i peccati: solo una madre amorevole e Dio. Io, Lidia, non ho più una madre da perdonare da tre anni. Non ho più nessuno da perdonare.

Con gli occhi secchi, ho chiamato lo psicologo della prigione.
**Ferdinando**, ha informazioni su Andrea Vincenzi del terzo reparto?
Un attimo si sentiva il click dei tasti. Solo unintervista preliminare, è arrivato due settimane fa, condannato per larticolo 109, un anno di reclusione. Cè qualcosa di strano nelle lettere? mi ha chiesto con preoccupazione.
No, tutto a posto, ho balbettato, non sapendo come giustificare il mio improvviso interesse. Parli invece con Teleghi, ha lasciato la moglie senza soldi.
Daccordo, **Lidia**, buona serata.

Da quel giorno ho iniziato ad attendere le lettere, ma arrivavano solo da un lato. La madre di Vincenzi raccontava al figlio della **Sonia**, sua figlia adulta, con i saluti di amici e notizie di poco conto, chiudendo sempre: Ti aspetto, figlio mio. Prego per te. Quel finale mi faceva piangere, ma lo attribuivo alla stanchezza e alle tensioni domestiche.

I giorni di novembre si trascinavano senza neve. Una sera, durante la cena, ho chiesto a Niccolò:
**Niccolò**, potresti andare in prigione per me?
Che vuoi dire? ha posato la forchetta. Un crimine in tuo onore?
No, solo se qualcuno mi assalisse per strada, mi difenderesti?
E a chi serviresti, vecchia? mi ha guardata con sufficienza. Se non hai figli, potresti prendere un gatto?
Un gatto non è il punto! ho replicato, frustrata. Se qualcuno fosse condannato allarticolo 109 e io lo salvassi, sarebbe un gesto nobile ma pericoloso?
Solo i coraggiosi finiscono in prigione, ha sbottato, mordicchiando il panino. Ma perché questa ossessione per il codice penale? Hai preso lezioni di diritto?
No, basta, ho detto, raccogliendo i piatti. Immagina se ti fossi messa in gioco e avessi ucciso qualcuno per proteggermi.
Sei sciocca! Non voglio nemmeno immaginarlo. ha continuato, alzandosi, e ha acceso la televisione. E poi, smettila di usare quella tua vecchia borraccia, prendi una teiera decente!

Con larrivo della primavera, la neve si è trasformata in piccoli fiocchi di polistirolo. Un giorno, una risposta di Andrea Vincenzi è giunta nella mia cassetta postale. Lì, mentre aprivo linvolucro, mi sono tagliata il dito.

Mamma, ciao! Scusa per il silenzio prolungato non riuscivo a mettere ordine nei pensieri. Hai ragione, lanno passerà e la vita continuerà ma a chi serve la mia scrittura? Solo a te e a me. Sonia non leggerà, non è il suo compito. Non sforzarti troppo al computer, riponi le lettere in una scatola, arriverò a prenderle. In allegato due capitoli, il peso è limitato. Non riesco a scrivere altro.
Dentro cerano fogli sottili, quasi trasparenti, pieni di note. Mi sono chiesta se dovessi seguirne le istruzioni; alla fine li ho rimessi nella busta, lho nascosta nella borsa e ho sperato che il ritardo non fosse notato.

Così, Vincenzi aveva il suo primo lettore segreto. Leggevo di notte, con la bolletta del ghiaccio che picchiava sulle finestre della cucina, accanto alla borraccia di tè pronta per un eventuale mal di gola di Niccolò. Il mio cuore si agitava per quelle parole, per le descrizioni della campagna, dei ricordi dinfanzia a Montù, delle crostate sulla veranda. Il linguaggio di Vincenzi era puro, così vivido che sentivo di camminare accanto a lui lungo le rotaie, tra il bosco e le capanne dei binari. Quando tornava alla sua infanzia, la mia mente si perdeva tra i ricordi di quel periodo destate.

Mi chiedevano: È possibile tornare indietro? Il protagonista, Pietro Vasili, rispondeva: Domanda stupida! Conviene pensare al presente, non al passato. Ho chiuso il foglio, chiedendomi perché la nostalgia ci consumi così tanto. Ho guardato la borraccia sbiadita, la tazza con il tè ormai freddo.

Settimane passavano, la primavera prendeva forma, i primi rami di abete spuntavano come piccoli segni di rinascita, sia nella narrazione di Vincenzi che nella vita reale. Una nuova figura era comparsa nel suo manoscritto:
Era tornata a casa stanca, si è tolta il cappotto e ha infilato i piedi gelati nei pantofole. La casa era vuota, come il suo cuore
Lidia, sei a casa? ha chiamato Niccolò, rompendo il silenzio.
Sì.
Che succede? Non sei più te stessa. mi ha rimproverato, masticando un panino. Prepara la cena.
Da anni non lo sono, ho sussurrato, ma lui era già via. Dal salotto si sentiva il frastuono di una partita di calcio.

Il pensiero di fuggire è arrivato il venti aprile, giorno dellanniversario della morte di mia madre. Al mattino, sono andata al centro di zona, prima alla chiesa, poi al mercato. **Vincenzo**, il mio autista, mi ha accompagnata. Prima di tornare, però, un richiamo mi ha fatto fermare alla posta per ritirare un pacco di lettere carcerarie. Il cuore mi batteva: mi stavano forse scoprendo?

Le lettere di Vincenzi arrivavano due volte a settimana. Un giorno, per sbaglio, ho lasciato una pila di fogli sul tavolo della cucina. Niccolò li ha notati? Il timore mi ha avvolta, ma era qualcosa di più semplice. Quando Vincenzo e io caricavamo la spesa, lodore di **lilla** è entrato nella casa. Le pantofole erano capovolte, lasciugamano sul pavimento, il bagno semiaperto. Niccolò, sorridendo, mi ha detto:
Mi hanno chiamato al **Semibrat**, andrò subito.
Sei sempre così occupato, come unape, ho risposto. Cosa festeggiamo?
Mia madre compie quattro anni, ho risposto, forzando un sorriso.
Va bene, ti aspetto stasera.
Ho chiuso la porta, ho camminato verso la camera, ho aperto il cassetto e ho trovato una graffetta di chiusura con un filo di nocciolo intrecciato.

Forse è così, pensavo, che tutte queste piccole insinuazioni e sguardi sfuggenti fossero solo rumore di fondo. Non sentivo né rabbia né gelosia verso Niccolò, ma una strana leggerezza, quasi un invito a partire. Dove ora? mi chiedevo, guardando fuori dalla finestra. Luogo remoto o casa lontana? Sono entrambe prigioni, solo una di più aperta.

Il giorno dellamnistia, nella prigione hanno affisso le liste dei riscattati. Tra i nomi ho trovato **Andrea Vincenzi**, ridotto di un terzo, con data di rilascio fissata per l11 giugno. Il finale si avvicinava, e io lo sentivo nella pelle.

Tornata a casa con nuovi capitoli, ho percorso lappartamento al buio, accendendo solo una fioca luce. Gli armadi erano come scenari di un film vecchio, i vestiti giacenti come ombre di un passato che non apparteneva più a me. Ho chiuso larmadio, ho preparato la cena, decisa a finire il manoscritto di Vincenzi prima che potesse svanire definitivamente.

Lultimo messaggio è giunto un giorno prima della sua liberazione:
Mamma, cè lamnistia, tra tre giorni sarò a casa. Probabilmente leggerò questa lettera da solo. Non devi venire a prendermi
Non ho voluto leggerlo oltre. Ho preso le ultime pagine, il mio vecchio zaino, il biglietto per Montù, il mio stipendio di maggio. Ho scritto a Niccolò una nota di addio, ho messo il tutto in una borsa, e ho chiuso la porta dietro di me, sperando di non essere scoperta. Niccolò, invece, è partito per un viaggio improvviso a **Brescia**, lasciandomi sola nella notte.

Il giorno della sua partenza, ho aprito le pagine finale: erano bianche. Solo fogli puliti, piegati a mano. Ho sfogliato di nuovo la lettera di Andrea, ma non cera nulla di nuovo. Un piccolo promemoria è spuntato:
Caro lettore,
Capisco la tua confusione: lepilogo è una pagina vuota, ma le puntini di cui parli li puoi segnare tu. Non cè fine, ma cè sempre un domani che può cambiare tutto. Non si può tornare indietro, ma si può vivere il presente, rendendolo degno, senza muri di cartapesta, freddo o illusioni
Non ho chiuso gli occhi per tutta la notte. Al mattino, ho tolto lanello, ho infilato la nota per Niccolò nella sua cassetta delle chiavi, ho chiuso silenziosamente la porta eCon quel foglio vuoto tra le mani, mi voltai verso la finestra aperta, respirai laria fresca di primavera e, senza più catene né rimpianti, mi incamminai verso la nuova vita che mi attendeva al di là del confine del passato.

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