Caro diario,
oggi ho rivissuto un pezzo della nostra infanzia, quei pomeriggi in cui Ginevra, la mia cara amica di bambù, mi lanciava i suoi commenti sgranati. Livia, per sembrare così scintillante con quelloro al collo, devi svegliarti alle cinque di mattina, mungere le mucche, far bere i vitelli, distribuire il fieno e poi solo dopo andare al lavoro vero, mi diceva, quasi a dimostrare che non cè nulla da invidiare nei campi di San Lorenzo.
Io, ancora un ragazzo, lascoltavo ridendo: Oh, Livia! Ma non sembri affatto una di quelle che vivono in campagna. Hai tutti gli anelli doro, le catene, persino un braccialetto doro! e lei, senza fiato, continuava a cinguettare. Sei una fiera, Livia, e dicono che la vita di campagna sia dura. Ma ti guardo così brillante che chiunque della città impazzirebbe per vivere qui, vestirsi così alla moda e far brillare loro!
La verità è che Livia, con il suo tono burbero, non ha mai pensato di tornare al villaggio. Mia madre, non tornerò mai al nostro paese. Finirò la scuola, andrò a Milano, troverò un ricco promesso sposo, mi sposerò e vivrò in città. Non ho più spazio per la vita rurale! aveva proclamato, mentre la madre, Rosaria, rispondeva: Va bene, cara, ma non sai mai dove ti porterà il destino. Il villaggio non è peggiore della città; anche lì la gente vive, e se ti occupassi delle mucche, sarebbe più facile per me preparare la cena.
Lì, Livia ribatté: Non posso andare a mungere le mucche! Il villaggio riderà di me. È meglio che non mi avvicini più a questa idea. E la sua mamma, con un sospiro, osservava le sue figlie mentre si truccavano per una festa di paese, ignara dei pensieri di Livia.
Gli amici di Livia, gelosi della regina locale che non si sporcava mai le mani con i piatti, la vedevano come unombra distante. Nessuno le aveva insegnato come avvicinarsi alle mucche; era una bambina tarda, un po inesperta. La sorella maggiore era già sposata con figli, mentre la nonna Rosaria scoprì di essere incinta di nuovo, quasi contemporaneamente.
Il tempo scorreva, i figli crescevano. Livia finì la scuola, non con grandi voti la media era nella zona dei tre ma con una fame di ambizione immensa. Decise di diventare educatrice, un lavoro pulito e rispettabile. Rosaria, con un sospiro, vendette un paio di buoi al marito per pagare il primo anno di università.
Nessuno capì subito la sua situazione: lultimo anno di collegio la portava spesso a casa; tra una lezione e laltra, si guardava allo specchio, sistemava i capelli, guardava fuori dalla finestra come ad aspettare qualcuno. Poi, in un fine settimana, arrivarono i suoceri, con la frase: Abbiamo della merce, noi siamo i commercianti.
Livia, senza chiedere a nessuno, si innamorò di Vito, un ragazzo del villaggio che aveva finito il collegio e rimase in città. Dopo quattro anni di relazione, si sposarono, e la notizia correva veloce: Livia è entrata al college grazie alle sue circostanze, non per meriti accademici. Presero una piccola casa in città, ma i genitori continuavano a mandare pacchi di provviste per farli sopravvivere.
Durante il congedo maternità, Vito lavorava il doppio, mentre la loro prima figlia, Ginevra, nacque bella come la madre. Con due persone a carico, lo stipendio di Vito non bastava; con tre, era un vero problema. Vito, esasperato, dichiarò: Non voglio più pagare laffitto della città al zio, andiamo in campagna finché la piccola non sarà più grande. Così raccolsero i pochi averi e si spostarono al villaggio.
I genitori di Vito avevano comprato unaltra casa, lasciandola vuota. Lì, Vito trovò lavoro in una fattoria, non per la paga, ma perché era un meccanico qualificato, e lalloggio era incluso. Livia, inizialmente riluttante, accettò, sapendo che la madre e la suocera lavrebbero aiutata con il bebè e il cibo. Una vita da favola sembrava disegnata.
Ma la favola si infranse quando la suocera e Rosaria cominciarono a lamentarsi che Livia trascorreva troppo tempo davanti allo specchio anziché nei campi. Vediamoci a turno con la nipote, e Livia, tu più in giardino! così dissero. Vito, con un sorriso, le guardò e disse: Allora lavora nella terra, e vedrai che la gioia è più grande che stare a specchiarsi. Lavorarono tutti i campi quellestate, senza spazzatura, senza lamenti.
Vito poi decise di allevare buoi, convinto che fosse redditizio: Se ci sono buoi, ci saranno anche mucche. I genitori di Livia si trasferirono in un centro urbano, regalando una mucca ai giovani. Allinizio Livia faticava a svegliarsi presto, ma poi si abituò. Dopo quattro anni, ottenne un posto in un asilo, e quando si liberò la posizione, prese il lavoro.
Le ambizioni cittadine di Livia svanirono pian piano, sostituite da unoccupazione costante nei campi e nella scuola. Il sogno di una vita urbana si era trasformato in quello di unesistenza equilibrata tra terra e famiglia.
Oggi, Vito propone: Andiamo di nuovo in città? e io rispondo: No, il nostro casale, il nostro orto, il nostro piccolo regno sono più che sufficienti. Possiamo ancora andare in città quando vogliamo, ma qui troviamo la nostra felicità.
Venti anni sono passati; ci siamo riuniti con i compagni di scuola. Alcuni, come Caterina, erano rimasti al villaggio, altri, come Viola, erano andati a Milano, sposati con uomini d’affari e vivevano in appartamenti lussuosi. È strano vedere come le vite si siano intrecciate, come il destino abbia girato tutti noi in direzioni diverse.
Alla fine, Livia, ora capo dellasilo, ha capito una lezione fondamentale: Non si può predire il futuro, né restare ancorati a quello che si pensa di volere da bambini. Il vero valore sta nel lavoro onesto, nella famiglia, nella terra che ci nutre. Questo è ciò che voglio ricordare a me stesso ogni giorno: la felicità non è una destinazione, ma un percorso coltivato con le proprie mani.
Con affetto,
Marco.




