Non sono più un figlio

Non risponde più, il numero è sospeso. Marco digitava il cellulare di sua madre, ancora e ancora, ma la voce fredda e immutabile gli rispondeva: Il numero non è più attivo. Due anni senza una chiamata. La moglie gli aveva imposto una scelta: lei o la mamma. E lui aveva scelto la moglie.

Il numero non è più attivo

Il respiro di Marco si bloccò; una sudata gelida si insinuò sotto la camicia bianca. Attraverso il parco dove si era seduto, una folla di adolescenti rideva. Guardò gli altri come un animale selvaggio, incapace di capire chi fosse, dove fosse, perché il mondo continui a girare: vita, risate, gioia, spensieratezza Una lettera giaceva sulle sue ginocchia. Sul francobollo, a grandi lettere, cera scritto A Marco. Punto. La madre, sempre, poneva i punti. Marco laveva già stampata. Non era mai stata aperta, quindi la sorella non laveva letta. La mamma aveva scritto due pagine con una calligrafia perfetta, lineare, senza riccioli né fronzoli come gli alunni modello delle vecchie scuole sovietiche: ogni lettera una, tutto preciso, senza errori. Linizio diceva: Caro Marco, figlio mio. Se leggi questa lettera, vuol dire che non sono più

Marco sbuffò. Tentò di trattenere le lacrime, ma più leggeva, più il pianto lo sopraffaceva.

Quel giorno non pensò alla madre. Uscì a pranzo per mangiare una piadina al kebab. Immaginava già la carne succosa, il cavolo, il pomodoro e il cetriolo, il tutto avvolto in una salsa speciale, la firma del kebabista, la tadìka. Si fermò davanti alle porte girevoli del centro commerciale e, per un attimo, credette di vedere uscire verso la strada sua madre, che non vedeva da due anni. Giacca di pelle marrone, capelli neri leggermente mossi, spalle strette, passo pesante di una donna stanca di lavoro e di casa Era la sua madre, dimenticata, che gli appariva nei sogni da tre mesi, a volte tentando di partire, a volte cercando di proteggerlo, ma sempre distante, come se fosse intrappolata in un silenzio che nessuno le apparteneva.

Tre mesi prima, una piccola bestiolina forse un topolino o un riccio era entrata nella sua stanza. Lanimale, ferito e pallido, si accoccolò sul cuscino accanto alla sua testa. Marco, sopraffatto dal disgusto, provò unondata di pietà e lo lasciò avvolgersi in una palla di pelliccia; il piccolo respirava tranquillo, senza forze per andare oltre. Poi, nella notte, capì che nella casa non cerano né topi né ricci. Quando pensò a questo nella stanza buia, il piccolo scomparve, lasciando solo unimpronta calda sul cuscino. Marco giurò che non era stato un sogno.

Quella notte, la moglie, Alessia, dormiva già. Marco aprì il telefono; le dita trovarono automaticamente le foto di lui con la madre, giorni felici, una famiglia unita, senza litigi. Non sapeva più cosa pensare.

In piedi davanti alluscita del centro, stava per inseguire la donna che gli pareva madre, quando sentì il corriere chiedere al guardiano:

Dove sono gli elettrodomestici? Devo fare una consegna.

Al terzo piano rispose il guardiano con voce autoritaria.

Lavoro lì intervenne Marco, distogliendo lo sguardo dalla porta chi è il destinatario? Posso prenderla io?

Il corriere, dubbioso, lesse letichetta sul pacco.

Per Semina, Marco.

Sono io afferrò Marco la mano.

Passaporto, per favore chiese il corriere.

Marco estrasse il documento dal taschino interno della camicia e lo consegnò. Dopo aver firmato per la ricezione, uscì in strada, il frastuono dei passanti e dei clacson. Strappò il pacco: dentro cera un biglietto della sorella.

«Mia madre è morta il 12 giugno. Ti ha chiesto di darti questa lettera. Non chiamarmi non risponderò. Per me sei sempre un traditore.»

Il 12 giugno! Oggi era il 15 settembre! Tre mesi interi senza che nessuno gli dicesse nulla! Un nodo gli serrò la testa; lo stomaco si torse, il senso di nausea lo spingeva a crollare, ma si appoggò alla parete di mattoni rossi del centro. Mia madre è morta! La donna che gli aveva dato vita, col suo amore, la sua fedeltà, la sua protezione E ora, con un grido, la moglie gli aveva detto: Non sarai più suo figlio!

Il pensiero di una piadina, di un cappuccino e della fame degli ultimi due ore svanì. Non poteva aprire la lettera lì, così tornò al parco, si sedette, e con mani tremanti aprì la busta.

« non sono più. Ho un cancro, quarto stadio. Oggi ho sentito una improvvisa ondata di forza e ho deciso di scriverti, finché la mano può tenere la penna. Dicono che questo balzo di energia è segno di una fine imminente.

Marco, non incolpare te stesso. Quante volte ho provato a chiamarti, ma il segnale è sempre stato occupato! Siamo entrambi prigionieri dellorgoglio. Anche ora, mentre scrivo, lorgoglio mi impedisce di chiamarti. E tu non chiami. Forse non pensi a me, forse non ti importa, ma sei comunque mio figlio e non posso smettere di amarti.

Scusa se non ho trovato un accordo con tua moglie, se ho sbagliato in qualche punto. Ho cresciuto te e la sorella da sola, forse sono stata una cattiva madre, ma ho fatto del mio meglio. Hai punito me, figliolo. È abbastanza. Perdonami.

Vorrei, prima di morire, vedere un miracolo e sentire la tua voce»

Marco piangeva, stringendo i pugni. Non si era mai sentito non amato. La madre gli trovava sempre tempo, lo ascoltava, lo consigliava, lo proteggeva come una lupa. Quando due compagni di classe lo molestavano alla quinta, la madre lo difese con un coltello accoltellandoli: «Se mi tocchi di nuovo, ti taglio lorecchio!» La portò al karate, gli insegnò a lottare, a non mostrare debolezza, a essere coraggioso finché è possibile.

Con il telefono allorecchio, Marco pensò:

Ti chiamo, mamma, rispondi. Scusa se sono stato debole. Spero sia solo uno scherzo!

Il silenzio denso lo avvolse come un sarcofago, poi

«Il numero non è più attivo.»

No! urlò Marco, digitando ancora e ancora, ma la risposta rimaneva la stessa: non attivo. non attivo.

Stanco, chiamò la sorella, che, senza preambolo, gli balzò contro:

«Vaffanculo, stronzo!»

Marco, senza ulteriori parole, prese un giorno di ferie, tornò a casa, si fermò sulla soglia, senza togliere giacca né scarpe. Sentiva le forze svanire. Alessia era in congedo, con il bambino.

Che succede? Hai chiamato la madre?

Marco guardò Alessia con amarezza, non trovava le parole.

Mia madre è morta.

Cosa? Alessia afferrò il cuore, un gesto fittizio che a Marco sembrava una recita Ti ha chiamato la sorella? Quando il funerale?

È successo tre mesi fa.

E nessuno te lha detto? Che bella famiglia! rispose, con un ghigno amaro.

Taci! sbottò Marco, ferito Non parlare più della mia famiglia.

Dopo una breve discussione decisero di andare da Giulia, la sorella, che abitava in unaltra città della Lombardia. Partirono subito. Marco guidava come un pazzo, il suo odio si scagliava contro tutti: la moglie, i parenti, ma soprattutto verso Giulia. Giunsero allappartamento dove un tempo viveva la madre, ora abitato da Giulia. Marco si avventò, furioso, lanciando accuse.

Dovevi dirmi che la madre era malata! Che traditrice sei!

Ti devo qualcosa? ribatté Giulia, rosso di rabbia Non ti devo nulla! È stato tuo compito parlare con lei! Tu sei il figlio che ha scambiato la madre per una scopa!

Alessia provò a intervenire, ma Marco la interruppe:

È unaltra storia! Dovevi avvertirci!

Che razza di scuse! Hai detto che non sono più tuo figlio! Ah, la piccola Alessia, così sensibile! continuò Giulia Ricordi lultimatum che hai dato a Marco?

Alessso annuì, ma con occhi spenti.

Il conflitto era ormai una sceneggiatura già vista: la madre aveva rifiutato di prendere un mutuo per il matrimonio, la coppia aveva dovuto sposarsi subito; Alessia, introversa, si chiudeva nella sua stanza, evitando Marco, lasciando il bambino da parte, lamentandosi di depressione post-partum, lanciando calci al lettino, facendo piangere il piccolo, mentre la madre si intrufolava di nascosto per prendersi cura del nipote. Il tutto sfociò in continue liti, minacce di cambiare lappartamento, promesse non mantenute.

Alessia, esasperata, urlò:

Esci, non voglio parlare con voi! Se non rispetti la promessa di vendere lappartamento, me ne vado!

La madre, ormai stanca, decise di non cambiare più casa, lasciando Alessia senza un tetto. Giulia, furiosa, le disse di scegliere: o la moglie o la sorella.

Marco, con il cuore spezzato, sentì le parole della madre riecheggiare:

Non sarai più mio figlio! Bloccherò il tuo numero, non chiamarmi più!

Marco mantenne solo in parte la promessa: smise di parlare, ma poi, dopo un po, sbloccò il numero della madre, sperando ancora una chiamata. La sua orgoglio lo trattiene ancora a chiedere perdono, ma sa di essere responsabile di tutto. Le pareti dellappartamento, i quadri, le lampade, i ganci per i cappotti, il mobilio, tutto gli ricordava la madre e il dolore che le ha inflitto.

Giulia, irritata, gli ordinò di andarsene.

Vai via, non voglio più sentirti disse.

Non è vero, lappartamento è mio ribatté Alessia, indicando il contratto di proprietà.

Marco, ormai pallido, provò a parlare con Giulia:

Giulia, voglio solo parlare

Non è più mio! replicò Alessia, mentre il marito di Giulia, finora silente, intervenne.

Fuori! ordinò, spingendo entrambi fuori, chiudendo la porta con violenza. Alessia tremava per lumiliazione, Marco rimaneva immobile.

Marco, perché sei rimasto zitto? Perché non mi hai difeso? Hai sentito quello che ha detto di me?!

Marco non rispose, seduto sulla scala sporca, piangendo. Alessia, disperata, gli chiese:

Come possiamo vivere adesso?

La colpa è tua e di Giulia rispose Marco, asciugandosi le lacrime Tu dovevi dirci della malattia!

Il viaggio di ritorno fu un lungo litigio, poi Marco smise di rispondere a Alessia, chiudendosi in sé stesso. Scomparve dal loro appartamento, nessuno sapeva dove dormisse. Il telefono rimaneva muto per quasi un mese. La separazione lo lasciava solo con il bambino piccolo e il ricordo della madre, un dolore che continuava a gravarlo.

Di tanto in tanto, Marco vedeva sua madre per strada, una figura evanescente, un fantasma che si sfugge appena si gira. Lultima volta la vide su un treno regionale: la donna guardava fuori dal finestrino, la folla si accalcava intorno, e Marco sentì il cuore stringersi come una catena dacciaio. Era una donna diversa, non sua madre.

A volte, per abitudine, Marco prova ancora a chiamare il numero. Vorrebbe almeno un suono, un rintocco, qualcosa dalloscurità

«Il numero non è più attivo», risponde ancora una voce robotica.

Sono suo figlio! Mamma, sentimi!

«Non chiamare più questo numero. Goditi la tua moglie, hai già abbastanza».

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