Oh, figlio mio, sei arrivato!” esclamò contenta Evdokija.

Oh, finalmente sei qui, esclamò Eufemia, felice come una nonna che ha appena scoperto un nuovo ricetto di tiramisù.
Niccolò spense la luce del corridoio, accarezzando il cappellino di lana: Ciao, mamma! Io esitò un attimo, non vengo da solo. E spinse in avanti il ragazzino magrino con gli occhiali e lo zaino alle spalle.
Ma che bel nipotino! È Alessandro o Filippo? Non lo riconosco senza gli occhiali, sussurrò Eufemia, gli occhi che brillavano.
Niccolò si sedette sul tavolo di cucina.
Indossalo, è Vasco, il mio figlio fuori dal matrimonio. Ti ricordi quando io e Zaira ci separammo per un anno? Allora ho avuto una rimpatriazione con la Lucia, è nato lui. E, per errore, ho messo il suo nome sul certificato, sbuffò.
Eufemia lo rimproverò con dolcezza: Ma che racconto è questo, figliolo? Il bambino non deve sapere delle tue avventure amorose. Vasco, vai a guardare la TV in salotto, mentre io e il tuo papà risolviamo la questione.
Il ragazzino, senza dire una parola, si diresse verso la sua stanza. Eufemia, a bassa voce, chiese: Zaira è al corrente di tutto? Lei non sopportava la moglie di suo figlio, una signora litigiosa e un po pignola.
Niccolò sobbalzò. Ma dai, mamma! Se lo avesse saputo, sarei già in fuga a piedi nudi. Eppure mi dispiace, lo ho costruito con le mie mani fin dal primo respiro.
Eufemia sospirò: Sei proprio un disastro, non sei neanche un uomo, ma un ciabattino. Hai messo il figlio sul piatto di una moglie che non ti vuole più! E perché mi lo porti? Zaira lo scoprirà e non mi farà più una buona impressione.
Niccolò, agitato, iniziò a spiegare: Lucia, quella ragazza, ha deciso di sposarsi con un tipo del sud, è partita per un mese, immagina! Mi ha chiamato e ha detto: «Prendi il bambino dove vuoi, portalo a casa». Io le ho risposto che avrei impazzito, che ho già una moglie, e che se mi avesse chiesto di fare qualcosa di buono, avrebbe reagito male. Ho promesso di portare a Zaira il certificato di nascita, e così ho chiuso il capitolo. Lucia mi ha perdonato a malapena, è stata muta per sei mesi. Così ho pensato di lasciargli un mese da te, poi ritornerò a prenderlo. disse, senza mai guardare in faccia la madre.
Eufemia scosse la testa: Il bambino di un tempo è rimasto lo stesso. Che sia chiunque, aiuta la mamma! Dunque, dove lo mettiamo? Lo lasciamo qui, ma è davvero della nostra stirpe? esitò, È davvero tuo?
Niccolò alzò le spalle. Certo, è mio. Lucia non è una dolcezza, ma la nonna è fedele.
Silenzio. Eufemia scattò in piedi: Che aspetto ho, seduta qui? Dai, almeno gli diamo qualcosa da mangiare.
Niccolò si alzò. Scusa, mamma, devo andare. Zaira mi aspetta a casa, ho mentito dicendo che sarei andato a comprare ricambi a Milano. Dai, dai da mangiare a Vasco e via.
Eufemia abbracciò il figlio sventurato e sussurrò: Vai, figlio mio, che Dio ti accompagni.
Vasco ingoiò il cibo a denti di leone.
Ne vuoi ancora? chiese Eufemia con una punta di pietà, vedendo il piatto vuoto.
No, grazie, rispose lui, alzandosi dal tavolo.
Vai fuori a fare una passeggiata; io preparo la cena. Che cosa hai nello zaino? domandò.
Roba, brontolò lui.
Eufemia chiese: Lo laverai tu stesso o devo occuparmene?
Per la prima volta, guardò il figlio con occhi spaventati. Non so farlo, la mamma mi ha sempre lavato i vestiti.
Eufemia prese il piccolo zainetto. Allora esci, io darò un’occhiata e sciacquero quello sporco.
Il ragazzo uscì; lei cominciò a sistemare i pochi indumenti: due magliette, un paio di boxer e un paio di mutande.
Non è molto, sbuffò, nemmeno una felpa calda. Così, bagnando i panni in un grande lavandino, si mise a preparare una crostata di ciliegie.
All’improvviso, dal cortile, si sentì un grido. Eufemia sbucò, senza nemmeno scrollarsi di dosso la farina.
Che succede?
Vasco stava piangendo, stringendo una gamba. Un’oca mi ha beccato il piede! singhiozzava.
Perché l’hai avvicinata? Le oche stanno lì a beccare, e tu eri nel cortile, osservò, guardando il livido rosso.
Volevo solo guardarle, singhiozzava il ragazzo.
Non le avevi mai viste, vero? chiese, sorpresa.
Le ho viste, ma non mi sono avvicinato, bisbigliò.
Va bene, andiamo dentro, ti farò una pomata, lo prese per mano.
Dopo cena, lo pose sul divano e non riuscì più a dormire. Che vita, pensò, che strano destino! Non avrebbe mai mandato il suo Carlo a una nonna sconosciuta. La madre, evidentemente, era una vera farfalla. Il ragazzo si lamentava, i pantaloni costavano più di una pizza. Improvvisamente, sentì un singhiozzo. Era il pianto di un ragazzino. Si avvicinò piano: Che cè, figlio? Non ti piace qui? Aspetta, tra un mese la mamma tornerà a prenderti.
Lui alzò lo sguardo e sussurrò: Non verrà. Ho sentito la nonna e lo zio Vittorio parlare: quando arriveranno, mi porteranno in un collegio. Mi prenderanno solo per le vacanze. Non voglio, a casa con la mamma era bello. Finché non arriva lo zio Vittorio, non mi serve lo zio Luca; non mi chiama nemmeno per nome. Voi, nonna, siete brave, ma anch’io non mi serve, pianse più forte.
Il cuore di Eufemia si strinse. La stringette al petto.
Non piangere, Vasino. Non ti farò del male. Vuoi che parli con la tua mamma e ti faccia restare qui? Abbiamo una buona scuola, insegnanti bravi. Andremo a raccogliere funghi e fragole, butteremo il latte della nostra mucca. Sei così piccolo, ma il latte di vacca ti darà forza. Non credi? Domani ti presenterò a Paolo, un ragazzino allegro, grosso come un gnocco. Vuoi?
Lui la abbracciò al collo. Voglio. E non mi tradirai?
Eufemia lo baciò delicatamente sulla testa. Certo che no.
Passarono gli anni. Valentina tornava di tanto in tanto, portando regali, ma sempre di fretta, spinta da Vittorio. Niccolò compariva di rado. Zaira, venuta a sapere di Vasco, puntò il dito contro Eufemia, dicendo che non voleva i suoi nipoti. Per lei, i nipoti veri erano quelli di sangue, non i “cimeli”.
Eufemia non si curò più. Il ragazzino sottile era diventato un giovane tosto. Ogni mattina preparava i piatti preferiti di Vasco, guardando dalla finestra. Un giorno, però, non lo vide. Entrò in casa un giovane soldato, chiamandolo dolcemente: Nonna, sono qui! Dove sei?
Eufemia corse, lo strinse al collo: Vasco, mio nipote adorato!
Dove vai? chiese lui, incrociando le braccia. A che posto? A quella che una volta mi lasciava e ogni anno mi portava piccoli regali? No, non vado. La mamma è te, e questo non si discute, rispose, sedendosi a tavola.
Eufemia, di soppiatto, asciugò una lacrima. Che gioia avere quel nipote, una compagnia e un aiuto nella vecchiaia. Il suo sangue, il suo amore.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

19 + 15 =

Oh, figlio mio, sei arrivato!” esclamò contenta Evdokija.
Due colonne Aveva già tolto gli stivali e messo su il bollitore quando sullo schermo del cellulare è apparso un messaggio della responsabile: «Riesci a coprire domani il turno di Silvia? Ha la febbre e non c’è nessuno che possa sostituirla.» Le mani erano ancora bagnate dal lavello, lo schermo tutto segnato dalle impronte. Si asciugò le mani sullo strofinaccio e guardò il calendario sul telefono. Domani era l’unica sera in cui aveva deciso di andare a letto presto, senza rispondere a nessuno – la mattina dopo doveva consegnare il resoconto e già adesso sentiva la testa pesante. Digitò: «Non posso, ho…» – e si fermò. Dentro si agitava quella sensazione conosciuta, tipo nausea: se dici di no, deludi tutti. Allora non sei abbastanza. Cancellò e scrisse solo: «Sì, ci sono.» Inviato. Il bollitore iniziò a borbottare. Versò l’acqua nella tazza, si sedette sullo sgabello davanti alla finestra e aprì la nota che chiamava semplicemente «Cose buone». Era già annotata la data e il punto: «Ho coperto la Silvia al lavoro». Mise un punto e aggiunse un piccolo più, come a pareggiare tutto. Quella nota la accompagnava quasi da un anno. L’aveva iniziata a gennaio, dopo le feste, quando la casa era più vuota del solito e serviva una prova che i giorni non scivolavano via senza traccia. Allora aveva scritto: «Ho accompagnato la signora Nieri in ambulatorio». La signora Nieri del quinto piano camminava a fatica, piena di analisi, e salire sull’autobus la spaventava. Le suonò al citofono e disse: «Hai la macchina, mi porti? Altrimenti faccio tardi». L’accompagnò, aspettò in macchina che terminasse gli esami e la riportò a casa. Durante il ritorno, si scoprì irritata. Era in ritardo per il lavoro, e nella testa rimbombavano già le lamentele altrui su code e dottori. L’irritazione era vergognosa, la ingoiò e la soffocò con il caffè del bar. Nella nota annotò solo il gesto, come se fosse stato puro. A febbraio il figlio partì per lavoro e le portò il nipote per il weekend. «Tanto ci sei, non hai problemi», disse lui, non chiedendo, ma comunicando un dato di fatto. Il nipote era bravo ma rumoroso, sempre con «guarda», «giochiamo», «dai». Lei lo adorava, ma la sera le tremavano le mani dalla stanchezza e un brusio le occupava la testa, come dopo un concerto. Lo mise a letto, lavò piatti e posate, raccolse i giochi in una scatola che lui ribaltò la mattina dopo. Domenica, quando il figlio arrivò, disse: «Sono stanca». Lui sorrise, come fosse una battuta: «Beh, sei una nonna». E le diede un bacio sulla guancia. Nella nota comparve: «Ho tenuto il piccolo due giorni». Accanto disegnò un cuore, per non sentirsi in dovere. A marzo la cugina la chiamò per chiedere un prestito fino allo stipendio. «Per le medicine, sai benissimo come sto». Lei sapeva. Bonificò i soldi senza chiedere quando le sarebbero stati restituiti. Poi, seduta in cucina, faceva i conti per arrivare al 27, rinunciando al cappotto che desiderava. Eppure non si segnò «ho rimandato il cappotto», le sembrava una sciocchezza che non valeva la pena riportare. Ad aprile, al lavoro, una ragazza giovane, occhi rossi, si era chiusa in bagno e non voleva uscire. Piangeva piano dicendo che nessuno aveva bisogno di lei, che era sola. Lei bussò: «Apri, sono qui». Rimasero sulla scala che odora ancora di vernice fresca, lei ad ascoltare il racconto ripetuto mille volte della ragazza, finché fuori non calava il buio. Saltò la seduta di ginnastica prescritta per i dolori alla schiena. A casa, si sdraiò sul divano sentendo il fastidio alla schiena e un po’ di rabbia – non verso la ragazza, ma verso sé stessa: perché non riesci mai a dire «ho da fare»? Nella nota scrisse: «Ho ascoltato e confortato Katia». Mettendo il nome, tutto aveva più calore. Non scrisse però: «Ho rinunciato al mio». A giugno accompagnò una collega a Porticello, piena di borse, con l’auto in panne. Per tutto il viaggio la collega litigava col marito al telefono e non chiese mai se fosse di strada. Lei non disse nulla, guardava la strada. Tornò con traffico, scordò di passare dalla mamma che più tardi si offese. Nella nota: «Ho portato Tania in campagna». La frase «di strada» la infastidì, e fissò a lungo lo schermo. Ad agosto, di notte, chiamò la mamma. Voce sottile e allarmata: «Sto male, la pressione non va, ho paura». Lei si vestì di fretta, chiamò un taxi, attraversò la città addormentata. In casa della mamma tutto era afoso, il misuratore di pressione e le pillole sul tavolo. Le fece assumere la pastiglia, restò al suo fianco finché non si addormentò. Andò al lavoro senza passare da casa. In metro le si chiudevano gli occhi, temeva di perdere la fermata. Nella nota: «Stanotte ho assistito la mamma». Stava per aggiungere un punto esclamativo e si fermò: sembrava troppo. Con l’autunno, la lista era una lunga striscia da scorrere all’infinito. Più cresceva, più sentiva una sensazione strana: come se non vivesse, ma redigesse rendiconti. Come se l’amore per lei si misurasse in ricevute, e lei le accumulasse pronte da mostrare: «E tu, cosa fai?» Provava a ricordare se c’era mai stato un gesto pensato per sé – non per sé ma “verso di sé”. I bisogni degli altri avevano una dignità ufficiale, i suoi sembravano capricci da nascondere. Ad ottobre successe una scena senza clamore, ma che le lasciò una ferita. Era andata dal figlio per portargli documenti stampati. Lui cercava le chiavi, telefonava. Il nipote correva urlando che voleva i cartoni. Il figlio tra una cosa e l’altra le disse: «Mamma, già che ci sei puoi passare al supermercato? Latte e pane, che non ho tempo». Lei disse: «Anch’io sono stanca». Lui non la guardò neanche: «Ma tu puoi. Tu puoi sempre». Tornò al telefono. Quelle parole furono come un timbro. Non una richiesta, ma una constatazione. Sentì salire qualcosa di caldo, seguito dalla vergogna: vergogna di voler dire “no”. Vergogna di non voler essere accomodante. Andò comunque a fare la spesa: latte, pane, anche le mele che al nipote piacciono. Portò tutto e sentì solo: «Grazie, mamma». Un «grazie» piatto, come una crocetta sul registro. Sorrise e se ne andò. A casa, aprì la nota e scrisse: «Ho fatto la spesa a mio figlio». Restò a lungo su quella riga, con le dita che tremavano per rabbia più che per stanchezza. Capì di colpo che la lista non era più un sostegno, ma un guinzaglio. A novembre si prenotò finalmente dal medico: la schiena faceva troppo male. Scelse il sabato mattina per non dover chiedere permessi. Il venerdì sera chiamò la mamma: «Domani passi da me? Devo andare in farmacia, e sono sola». «Ho appuntamento», rispose. Silenzio di una frazione, poi la mamma: «Va bene. Vuol dire che non ti servo più». Quella frase funzionava sempre. Partivano le scuse, le promesse, il “sposto io”. Stava già per dire «Vengo dopo il dottore», poi si bloccò. Non era ostinazione, era stanchezza: come se avesse visto che la sua vita pesava qualcosa anche lei. Disse piano: «Mamma, vengo dopo pranzo. Ho bisogno di andare dal medico». La mamma sospirò come fosse stata lasciata al freddo. «Va bene», disse, e in quel «va bene» c’erano tutto: il disappunto, la pressione, l’abitudine. Dormì male quella notte. Sognò di correre in corridoio con delle cartelle e le porte che si chiudevano una dopo l’altra. Al mattino fece colazione, prese le sue medicine e uscì. In sala d’attesa, tra discorsi su analisi e pensioni, pensava non alla diagnosi, ma al fatto che stava finalmente facendo qualcosa per sé, e questo le dava paura. Poi andò dalla mamma come promesso. Compresse in tasca, salì i tre piani. La mamma fu muta, ma poi chiese: «Allora, ci sei andata?» Lei rispose: «Sì». E aggiunse senza scusarsi: «Ne avevo bisogno». La mamma la guardò come se la vedesse davvero, per la prima volta persona e non funzione. Poi si voltò andando in cucina. Tornando a casa, sentiva un sollievo strano. Non felicità, ma spazio. A dicembre, verso la fine dell’anno, si scopre ad aspettare il weekend non come pausa, ma come occasione. Sabato il figlio scrive ancora: «Puoi prendere il piccolo un paio d’ore? Abbiamo da fare». Le dita digitarono da sole: «Sì». Seduta sul letto, telefono caldo in mano. In casa calma, solo il ticchettio del termosifone. Pensò che aveva progettato quella giornata: voleva andare in centro, a una mostra che rimandava da mesi. Voleva camminare tra i quadri senza nessuno che chiedesse dove sono i calzini e cosa c’è da comprare a cena. Scrisse: «Oggi non posso. Ho già dei programmi miei». Inviato, subito telefono a faccia in giù, come se così fosse più facile reggere la risposta. Risposta dopo un minuto: «Va bene». Poi: «Ce l’hai con me?» Girò piano il telefono, lesse e sentì montare la solita voglia di spiegarsi, giustificarsi, sistemare le cose. Poteva scrivere a lungo: che è stanca, che anche lei deve vivere. Ma i discorsi lunghi diventano sempre una contrattazione, e non voleva più contrattare su sé stessa. Scrisse: «No. È solo importante per me». Nient’altro. Si preparò con calma, come per andare al lavoro. Controllò ferro da stiro e finestre, prese portafoglio e caricabatterie. Alla fermata tra gente coi sacchetti, sentì finalmente che non doveva salvare nessuno. Era strano, ma non faceva paura. In mostra camminava piano. Guardava i volti nei ritratti, le mani, la luce dalle finestre dei quadri. Le sembrava di imparare di nuovo a essere attenta: non per gli altri, ma per sé. Bevve un caffè al bar del museo, comprò una cartolina e la ripose in borsa. Spessa, ruvida, piacevole da tenere tra le dita. Tornata a casa, lasciò il telefono in borsa. Prima si tolse il cappotto, lo appese, si lavò le mani, mise a bollire l’acqua. Si sedette a tavola e aprì la nota «Cose buone». Scorse in basso, alla data del giorno. Guardò a lungo la riga bianca. Poi cliccò «più» e scrisse: «Sono andata sola in museo. Non ho scelto la richiesta di altri invece della mia vita». E si fermò. Le parole «invece della mia vita» le sembrarono troppo forti, come se accusasse qualcuno. Le cancellò e scrisse: «Sono andata sola in museo. Mi sono presa cura di me». Poi fece qualcosa che non le era mai venuto in mente. In cima alla nota, inserì due colonne. A sinistra: «Per gli altri». A destra: «Per me». Nella colonna «Per me» c’era solo una voce. La guardava e sentiva che qualcosa di importante si metteva a posto dentro, come la schiena dopo un buon esercizio. Non doveva più dimostrare a nessuno di essere brava. Doveva solo ricordarsi di esserci. Il telefono vibrò. Non si affrettò. Versò il tè, bevve un sorso, poi guardò. La mamma: «Come stai?» Rispose: «Bene. Domani passo, ti porto il pane». Aggiungendo prima di inviare: «Oggi ero impegnata». Inviò e lasciò il telefono accanto a sé, schermo rivolto in su. In casa regnava un silenzio che non faceva male. Era spazio, finalmente liberato anche per lei.