Una Gioia Inaspettata

Sono una donna di trentotto anni, vivo da sola in un monolocale a Roma. In tutta la mia vita non ho mai fatto del male a nessuno, non ho pronunciato parole brutali. Tutto ciò che possiedo lho guadagnato con le mie mani: la piccola casa, la casa di campagna a Frascati, un piccolo orto. I miei genitori, essendo i più piccoli di cinque fratelli, mi hanno sostenuta quando è stato possibile. Ho due amiche intime, Ginevra e Loredana, con cui condivido lavventura fin dalladolescenza; ci vediamo raramente perché entrambe sono sposate.

Non sopporto quando i mariti delle mie amiche, “sotto il bicchiere”, lasciano scorrere battute volgari sperando di alleviare la mia solitudine senza che le mogli lo sappiano. Ho dovuto intervenire, una alla volta, spiegando loro che luomo dellamica non è per me. Grazie a Dio, hanno capito.

Silenziosa per un istante, Ginevra, gli occhi colmi di malinconia, si volse verso la finestra e pensò a quanti volti felici e quanti altri, come lei, fossero intrappolati dietro quel vetro. Tornata al suo pensiero, aggiunse:

Non ti ho mai chiesto nulla, ora mi rivolgo a Te con umiltà. Donami, Signore, ciò che gli uomini non osano chiedere. Sono stanca della solitudine. Inviami un animale, una persona senza dimora, forse un orfanello. Sono timida, Signore, incerta, e molti mi giudicano come una scontrosa sognatrice; in realtà sono indecisa, temendo di dire la cosa giusta e di essere presa in giro. Mio padre mi ha sempre ammonito a custodire il mio onore per non farlo vergognare. Vivo così: né una candela per Dio né un ferro per il diavolo. Illuminami, guidami sulla via giusta. Amen.

Era domenica, una fresca mattina di primavera. Nella casa di fronte, qualche finestra lasciava intravedere una luce tenue. Pregai sinceramente e, appena mi allontanei dalla piccola icona, sentii due tracce di lacrime recenti sulle guance. Le asciugai con il dorso delle mani, raccolsi due sacchi pesanti pieni di generi alimentari, vernice per la recinzione e vari utensili, e uscii dallappartamento.

Il mio rifugio preferito è la casa di campagna. Lì non sono sola: lavoro il terreno e, durante le pause, scambio due chiacchiere con le vicine sul raccolto. I sacchi mi appesantiscono le braccia fino al suolo; per fortuna la fermata dellautobus è a due passi. Alla fermata non cè anima viva, rimango lì unora. Passano due autobus Lazio Express, poi un terzo con tutti i posti occupati. Se ne passa un altro, tornerò a casa; altrimenti, il destino vuole che rimanga a Frascati. Con così tanta gente non riesco a tornare la sera, ma la mattina devo andare al lavoro.

E allora avvenne un miracolo: lautobus, imbandito di gente, rallentò, scaricò un uomo ubriaco che litigava e, gentilmente, mi aprì le porte. Spinta dentro, le porte cigolarono chiudendosi con la forza di una fisarmonica, quasi mi soffocando per laria viziata e i profumi disparati. Dopo quarantacinque minuti di quasi morte clinica, mi ritrovai nella mia amata casa di campagna. Alle quindici, sul retro, un arrosto affumicato; davanti una pagnotta bianca; alle diciotto, un corpo vivo di verdure appena raccolte. Tornai a piedi, la schiena curvata, le mani sotto le ginocchia, lo sguardo spento, ma con la gioia di essere ancora viva. Mi feci un rapido bagno, mi sedetti davanti al televisore per riposare unora.

Mi addormentai quasi appena il cuscino toccò la testa. Mi svegliai nel cuore della notte; la televisione mostrava un film incomprensibile, lo spensi, impostai la sveglia e, infilandomi il pigiama, cercai di dormire di nuovo. Il sonno non venne. Mi alzai, preparai il pranzo per il lavoro e, dopo due giorni di ufficio, ripresi il consueto tragitto verso Frascati.

Entrando nella casetta di campagna, rimasi senza parole: il bollitore elettrico era ancora caldo, la mia tazza preferita con lo zucchero e una bustina di tè era pronta sul tavolo. Toccai la tazza, girai la testa, uscii allesterno e il mio sguardo si posò su una recinzione appena dipinta. Dipinta?! Non capivo nulla.

Mi chiesi chi potesse essere. Forse era la mamma? Avvicinai il dito alla stecca di legno e vidi una traccia di vernice verde. Non era la mamma; la vernice era fresca. Sullaltra casetta, tra le viti, scorse il fazzoletto di una vicina, la signora Katia. Camminando tra i sentieri del mio orto, mi avvicinai al confine e chiamai:

Signora Katia!

Dal piccolo capanno accanto arrivò una voce rauca:

Sei tu, Ginevra? Aspetta, esco subito. Che ci facciamo! Accidenti, questi scemi! Non sistemano mai nulla.

La signora Katia, ex operaia edile dellepoca del vecchio regime, strofinò le mani sul suo grembiule consumato e uscì sul portico.

Ciao, Ginevra. Che fai di matina così? Ieri era il fine settimana, vero? Vedo che hai ridipinto la recinzione.

Buongiorno. Sì, ieri ho lavorato. Hai visto chi ha dipinto la recinzione?

Eh, non è stato tu, vero? Non cera nessuno, sono rimasta qui tutta la notte. Perché ti agiti così? Forse è la tua madre che è venuta? Ma allora perché non è passata da me? Viene sempre a trovarmi, o vengo io da lei a prendere un tè.

Non lo so. La recinzione è dipinta, il bollitore è caldo, la tazza sul tavolo con il tè.

Aspetta un attimo, vediamo insieme.

La vecchia si avvicinò al cancello della mia recinzione. Con passo deciso ci andammo vicini, tra le mie aiuole, in una struttura che sembrava priva di qualsiasi mano maschile.

Mostrami!

Così, è tutto.

Controlla se manca o è comparso qualcosa.

No, solo il sacchetto di pane che cera, ora è sparito.

Ah! Hai un folletto in casa!

Esatto! E ha anche ridipinto la recinzione, ha lavato il pennello e lo ha messo in una lattina vuota.

Che ti prende? Chiama tua madre, o lasciami farlo io.

Senza pensarci, presi il cellulare dalla borsa e, sotto il lamento di Katia, composi il numero di mia madre. Dopo il suono di attesa, una voce affaticata rispose:

Che fai così presto? È successo qualcosa?

Ciao, mamma. Sono a Frascati, tutto bene. Hai passato la notte qui?

No, non avevamo accordi. Che è successo? Ti hanno rubato? Non hai nulla da fare qui.

No, mamma. Qualcuno ha dipinto la recinzione.

Che Dio benedica le persone che ti hanno aiutato. Perché ti agitavi? Ringrazia e, se puoi, aiuta anche tu. Devo andare al mercato con papà per comprare del cherosene.

Ciao, mamma, saluta papà da parte mia.

Va bene, ciao.

Katia, agitata, mi chiese:

Allora, che è successo?

Non è stato loro. Forse è il nonno Matteo? Quando portavo la vernice, lui minacciava di venire ad aiutarmi. Pensavo fosse uno scherzo. Andrò a ringraziarlo.

È giusto. Vai, figlia. Quando avrai finito, passa a pranzo, ho preparato della minestra di carne con ossa, buona e calda.

Girai per il vicinato della casa di campagna, ma nessuno aveva visto né sentito nulla. Qualcuno iniziò a scherzare, ipotizzando la presenza di folletti. Nei due giorni trascorsi, nulla di strano accadde. Prima di partire lasciai sul tavolo mezza pagnotta, due barattoli di tonno, una lattina di pomodori e un biglietto con la sola parola grazie.

Il fine settimana successivo volai verso la casa di campagna con la speranza di una sorpresa. Il miracolo non tardò ad arrivare: le scaffalature erano state fissate, il pavimento era splendente, tutto in ordine. Nessuno aveva visto nulla, ma la tranquillità era tornata.

Provai uninaspettata eccitazione, quasi da cacciatore, visitando la casa di campagna più volte, organizzando con i vicini una sorta di sorveglianza segreta. Prendevo permessi per assentarmi dal lavoro, sperando di scoprire il misterioso aiuto. Nessun segno. Lorto era irrigato, le piante raccolte, le bacche conservate in barattoli, i fiori freschi in un vaso sul tavolo, la casa sempre pulita, persino le vecchie scarpe da campagna erano state riparate. Il frigorifero, pieno dei miei generi, conteneva zuppe e insalate preparate con le verdure del mio orto. E cosa potevo fare?

Continuai a ringraziare a voce alta il mio invisibile padrone. Verso la fine dellestate, mi sentii più audace, ordinando persino quello che doveva essere pronto al mio prossimo ritorno. Gli dicevo che, in inverno, lo avrei portato a casa con me, così non avrebbe più dovuto trascinare il freddo da solo. In primavera avremmo nuovamente riso insieme. Le vicine, divorziate o sposate, mi invidiavano:

Guarda, la sua strega ha capito, sa che è difficile per una donna sola.

Andai anche da una sensitiva, posizionai una ciotola di latte sul portico, che il gatto della signora Clara beveva volentieri. Lautunno arrivò, il raccolto fu abbondante, il terreno smossa. Su consiglio delle vicine, allultimo giorno mi sedetti sul portico, misi davanti a me un vecchio stivale maschile, preso in prestito dal nonno Matteo, e dissi:

Allora, padrona, andiamo in un nuovo posto. Vivrai con me, solo un monolocale, ma credo ci staremo.

Dal lato sinistro una voce maschile allegra rispose:

Mi spaventai così tanto da sobbalzare. Girai la testa e vidi un uomo in abiti logori ma puliti, a piedi nudi, con capelli neri ricci fino alle spalle e occhi azzurri come il cielo, le mani strette in pugni. Nessuna scena più drammatica.

Scusa se ti ho spaventato, non volevo farlo. Stai partendo il prossimo anno, vero? Sono qui perché mi avevi promesso di portarmi con te.

Le lacrime mi scivolarono sul viso. Lo guardai in silenzio.

Riprendendo fiato, dissi:

Fermati! Dove vai? E più piano: vuoi mangiare?

Un po. Hai passato tutta la giornata dentro, non ho ancora mangiato.

Aspetta, a casa ho del pane. Come ti porto? Resta qui, non andare via. Chiederò a Matteo un paio di scarpe, o forse Sanzo può venire in città e portarti.

Con una velocità da corridore, corsi dagli abitanti del villaggio, incapace di credere a quello che stava succedendo. Sembrava un sogno; nella vita reale una persona senza tetto mi aveva aiutato per tutta lestate, e ora avrei dovuto portarlo a casa mia. È una cosa impossibile, ma è così che è andata

Gli anni passarono. Prendendo la mano di mio marito, Vincenzo, camminiamo nei sentieri al mattino del parco cittadino. È di nuovo lautunno dorato, la mia stagione preferita. Ricordiamo come, pochi anni fa, ci siamo incontrati per caso, raccontandoci le nostre vite senza filtri. Io: una madre di famiglia, unazienda di cucina, una storia di sacrifici. Lui: laurea in economia, poi una seconda laurea a distanza, matrimonio, decennio di lavoro, la crisi degli anni 90, la perdita del lavoro, la disoccupazione, lallontanamento da casa da parte della moglie, notti passate da amici, vagabondaggi per le campagne, fame. Un giorno mi incontrò, piena di sacchi, e mi aiutò, nascondendosi nel soffitto della mia casa. Temevo che mi cacciasse. Con il tempo capimmo che non era il detective, ma un semplice uomo con un cuore grande. Ora, quando nostro figlio crescerà e si sposerà, racconteremo questa storia ai nostri nipoti.

È ora di tornare a casa, la macchina di servizio di Vincenzo è già ferma fuori. Il tramonto ci avvolge, ma il cuore è leggero. Ho imparato che la solitudine può farci credere di dover chiedere miracoli agli dei, ma la vera forza nasce dal rispetto per sé stessi e dalla gentilezza verso gli altri. Quando si accetta il proprio cammino, anche le ombre più fitte si dissolvono, rivelando che la compagnia più preziosa è quella costruita con pazienza e gratitudine.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

fourteen − 8 =

Una Gioia Inaspettata
Amore