Luomo mi ha cacciata in strada con i due figli, ma un anno dopo è tornato a strisciare e a chiedermi soldi
Ciao, libellula, sentii nella cuffia la voce di un vecchio amico, più fastidiosa che una canzone di Sanremo. Non ti aspettavi?
Ginevra rimase immobile, una bottiglia di profumo ancora stretta in mano. Laria del guardaroba, profumata di sandalo e di successo, divenne improvvisamente pesante e appiccicosa, come quellanno in cui, nel cortile del palazzo, dormiva con i bambini.
Che vuoi, Gabriele?
Si sforzò di parlare con voce ferma, di non voltarsi verso le risate di Michele e Paolina, che provenivano dal corridoio dei bambini.
Andiamo subito al sodo. E dove sono le solite chiacchiere? Non siamo estranei, Ginevra. Ti ricordo che abbiamo due figli.
Lui sorrise. Quellespressione graffiava le vene come un chiodo arrugginito su un vetro. Un intero anno era passato senza che lei avesse udito quella sua risata, quel tono con cui rivendicava il diritto su di lei e sulla sua vita.
Ricordo. Cosa ti serve?
Ginevra poggiò il flacone sul piano di marmo. Le dita tremarono, ma la voce rimase ferma: ormai ne era capace.
Soldi.
Semplice, senza scuse, senza preludi. Lui non era cambiato.
Sul serio?
E io che dovrei fare la spia? la sua voce si incrinò di rabbia. Ho problemi, Ginevra. Seri. Tu, invece, vivi nella favola: un palazzo, un marito potente, i giornali che non mentono?
Lei rimase in silenzio, fissando il proprio riflesso. Davanti a lei cera una donna in un accappatoio di seta, perfetta e curata, non la madre esausta e piagnucolante che lui aveva buttato fuori con due sacchi di vestiti per bambini.
È davvero un problema per il tuo nuovo papà? Scaricare un po di vita al tuo exmarito?
Il business non ha decollato, capito? Ho investito in criptovalute e tutto è crollato. Ho bisogno di soldi per pagare i creditori seri.
Ginevra immaginò Gabriele parlare, collassato sulla sedia, con lo stesso sorriso arrogante, convinto che lei crollasse di nuovo. Il senso di colpa che lui le aveva seminato per anni doveva finalmente funzionare.
Mi hai cacciata fuori nel freddo, Gabriele. Ricordi cosa ha detto Paolina quando eravamo alla stazione?
Basta con le tue tragedie. Cè stato e basta. Non ti chiedo un palazzo. 60000euro. Per voi è una spicciola. Pagami il silenzio, se vuoi.
Il silenzio? Di che cosa?
Del prezzo a cui hai comprato questa vita dolce. Pensi che il tuo amico Orlando si rallegrerà se gli racconto qualche dettaglio piccante del nostro passato?
La porta del guardaroba si aprì e entrò Dario, calmo, impeccabile in un completo sartoriale. Vide il volto di Ginevra, aggrottò le sopracciglia e, senza parole, chiese: «Va tutto bene?».
Ginevra fissò Dario, osservò il suo sguardo premuroso, e sentì il fruscio di Gabriele nella cuffia. Due mondi: quello che aveva costruito e quello che lui cercava di distruggere.
Allora, Ginevra? insisteva Gabriele. Vuoi aiutare un parente povero? Se tra un anno dovrà strisciare a quattro zampe a chiedere soldi, vuol dire che le cose vanno davvero male.
Ginevra annuì lentamente a Dario, facendo capire che aveva tutto sotto controllo. Per la prima volta la sua voce assunse un tono diverso, non più di paura ma di fredda determinazione.
Dove e quando? chiese.
Ci incontrammo in una caffetteria anonima di un centro commerciale. Musica alta, odore di popcorn, risate di adolescenti: il luogo perfetto per un urlo che nessuno sente.
Labitudine di Ginevra è sempre stata risolvere i problemi dove meno ci si aspetta.
Gabriele era già al tavolo, con un completo che cercava di sembrare costoso ma tradiva un tessuto lucido e barato. Girava lentamente la cannuccia nel bicchiere di succo.
Sei in ritardo, disse senza nemmeno alzare gli occhi. Non è cortese far attendere il padre dei propri figli.
Ginevra si sedette di fronte, pose la borsa sul tavolo e la tenne stretta. Era più comodo così.
Non ti darò i 60000euro, Gabriele.
Davvero? alzò finalmente lo sguardo. Linvidia traspariva nei suoi occhi mentre osservava il suo vestito, lanello al dito. Cambi idea? Posso chiamare subito il tuo amico Dario. Il numero è a portata di mano.
Posso offrirti 300000euro e un lavoro. Dario ha contatti, lui
Gabriele rise forte, sbattendo la testa allindietro. Alcuni commensali lo guardarono.
Lavoro? Seriamente? Vuoi che io, da ragazzo, vada a fare colloqui? Ti sei dimenticata chi sono, Ginevra? Sono un imprenditore! Ho bisogno di capitali di avvio, non di sussidi.
Con voce più dura, si piegò in avanti e sussurrò:
Ti siedi qui, tutta educata, ma sai bene come ho ottenuto tutto. Hai raccontato a Dario che sono un mostro, che sei una pecora, che una settimana prima del nostro incontro hai pianto al telefono chiedendo di tornare. Vuoi farlo sentire bene?
Ogni sua frase colpiva il suo più grande timore: che Dario la vedesse ancora debole, dipendente, spezzata.
Ginevra, senza parole, estrasse il libretto degli assegni. Ancora sperava in un compromesso, ancora voleva risolvere per bene.
Ti darò un assegno da 10000euro, disse, la voce bassa. È il massimo che posso fare. Prendilo e scompari dalla nostra vita. Ti prego.
Gli porse il foglio.
Gabriele lo prese con due dita, lo studiò come se fosse un gioiello, poi lo strappò lentamente in quattro pezzi.
Vuoi umiliarmi, vero? sibilò. 10000euro? È il tuo ringraziamento per tutti gli anni spesi su di me? Per i figli?
Gettò i frammenti sul tavolo; caddero lucenti come farfalle morte.
60000euro, Ginevra. O non sparirò mai. Sarò la tua maledizione: chiamerò, scriverò, verificherò i tuoi figli dopo scuola, dirò loro chi è il vero papà. Hai una settimana.
Si alzò, gettò sul tavolo qualche banconota accartocciata, prese il suo succo e se ne andò senza voltarsi.
Ginevra rimase immobile, a fissare lassegno strappato. La musica ruggiva, la gente rideva, ma dentro di lei qualcosa si induriva. La paura si trasformava in fredda durezza. Il tentativo di mediazione era fallito, umiliante, definitivo.
La settimana si trascinò come una tortura. Ginevra dormiva a malapena, si scosse ad ogni chiamata. Cercava una via duscita, ma il terrore la teneva ancorata. Non temeva solo per sé, ma per la vita che Dario le aveva offerto, per i bambini.
Il settimo giorno accadde lincidente.
Quando riprese i bambini dal laboratorio di arti, Paolina era insolitamente muta. A casa, mentre la metteva a letto, Ginevra vide una caramella su uno stuzzicadenti tra le mani di Paolina, una caramella che non avevano mai comprato.
Da dove lhai presa, Paolina?
La bambina, spaventata, sussurrò:
Zio mi ha dato. Ha detto che è il mio vero papà e che presto ci prenderà via dal cattivo papà di Dario. Mamma, non andremo con il papà di Dario?
Un rumore forte scosse Ginevra. La paura e il panico svanirono, lasciando spazio a un vuoto gelido, subito riempito da una nuova forza: dura, indomita.
Aveva avuto abbastanza di vedere il suo ex usare i figli come arma.
Quella sera, quando Dario tornò dal lavoro, lo aspettava una donna diversa. Gli occhi asciutti, lo sguardo fisso e duro.
Dobbiamo parlare, disse, senza giri di parole, facendolo sedere nella sua cabina.
Raccontò tutto. Non piangeva, non si scusava. Disse come Gabriele laveva cacciata, come aveva dormito in un cortile, come era stata umiliata, come aveva temuto per anni che il passato rovinasse il presente, e come lui aveva avvicinato Paolina.
Dario ascoltò in silenzio, il volto divenne di pietra ad ogni frase. Quando Ginevra finì, non pose domande. Si limitò a chiedere:
Cosa vuoi fare? la sua voce era ferma, ma carica di un potere tranquillo.
Voglio che sparisca, per sempre. Non gli darò più nulla. Voglio che capisca da solo che ha commesso lerrore più grande della sua vita.
Guardò Dario dritto negli occhi, e per la prima volta vide in lui non solo amore e cura, ma anche lapprovazione della sua parte più oscura.
Dopo dieci minuti digitò il numero di Gabriele. Le mani non tremavano più.
Sono daccordo, disse con voce ferma. 60000euro. Domani a mezzogiorno. Ti mando lindirizzo. Vieni da solo.
Gabriele sbuffò nella cuffia:
Finalmente una figa sveglia. Da tempo non succedeva.
Riportò il ricevitore. Lindirizzo che avrebbe inviato non era una banca né un ristorante, ma la sede centrale della società di Dario Orlandini.
Gabriele entrò in un grattacielo di vetro, con lo sguardo di chi ha vinto una battaglia. Sistemò la giacca del suo miglior completo e ammirò il lusso freddo della hall. Camminava sul suo denaro, sulla sua giustizia, come la vedeva lui.
Lo portarono al quarantesimo piano, in una sala conferenze con una vetrata panoramica che trasformava la città in un giocattolo.
Ginevra lo aspettava lì, seduta al capo di un lungo tavolo, imperturbabile in un abito blu scuro. Accanto a lei cera Dario, e dietro un uomo dallaspetto impenetrabile, il capo della sicurezza di Orlandini.
Siediti, Gabriele, indicò Ginevra la sedia di fronte.
La sua sicurezza tremò un po. Si aspettava di trovarla spaventata, con una valigia di soldi.
Che spettacolo è questo? rivolse un cenno a Dario. Una riunione di famiglia? Dovevo trattare con te.
Hai trattato con la mia famiglia, rispose Dario, senza distogliere lo sguardo. È unaltra cosa.
Ginevra gli porse una cartella spessa.
60000euro, Gabriele. Li volevi. Ma darti semplicemente i soldi è noioso. Abbiamo deciso di investirli in te come investimento.
Gabriele fissò la cartella, sorpreso.
Che cosè?
Il tuo business, spiegò luomo dal volto di pietra, il capo della sicurezza. Ovvero quello che è rimasto. Debiti, cause penali per frodi, attività ad altissimo rischio.
Sfogliò la cartella. Vedeva estratti conto, lettere di ingiunzione, foto di incontri con persone pericolose. Il suo volto si fece più pallido.
Abbiamo pagato i tuoi debiti più urgenti, continuò Ginevra. Quelli che avrebbero atteso la sentenza. Consideralo un regalo. Ma in cambio
Dario posò sulla scrivania alcuni fogli e una penna.
In cambio firmi questo. Rinuncia ai diritti genitoriali e accetti un contratto di lavoro di tre anni.
Gabriele scoppiò in una risata isterica.
Siete fuori di testa? Io? Lavorare per voi?
Non per me, precisò Dario. Per una delle nostre società affiliate. Un caposquadra in un cantiere in Sardegna. Buona paga, condizioni lavorative. Tornerai tra tre anni, senza debiti e con una fedina pulita.
Allora vattene! urlò Gabriele, saltando in piedi. Vi distruggerò! Dirò a tutti tutto!
Dirai, annuì il capo della sicurezza, battendo la mano sulla cartella. Ma solo dopo che le tue parole costeranno meno di questo foglio. E quei documenti finiranno sulla scrivania dellinvestigatore. La scelta è tua.
Gabriele scrutò i volti di fronte a sé: la calma di Ginevra, il ferro di Dario, lindifferenza del guardiano. Nessun dubbio, nessuna via di scampo. Si trovava in una trappola.
Si sedette pesantemente. Tutta la sua arroganza svanì, lasciando spazio a un cane ferito intrappolato in un angolo.
Con mano tremante afferrò la penna.
Quando lultimo segno fu apposto, Ginevra si alzò, girò intorno al tavolo e si fermò di fronte a lui.
Hai detto che se un uomo, tra un anno, striscia a quattro zampe a chiedere soldi, significa che le cose vanno male, le ricordò sottovoce.
Tu non sei a quattro zampe, Gabriele. È solo il pavimento che è troppo costoso. Hai ricevuto il capitale di avvio. Inizia una nuova vita.
Si voltò e uscì senza voltarsi indietro. Dario la seguì, posandole una mano sulla spalla.
Nel grande spazio della sala, sotto lo sguardo impassibile del guardiano, rimase solo luomo spezzato, il vincitore che aveva perso tutto.






