Era una calda sera destate quando mio marito, con voce ferma, mi pose davanti a una scelta senza appello: “Livia, decidi: o io o i tuoi genitori!”
Lo guardai, cercando di placare la sua ira. “Rodolfo, sai bene che ti seguirei fino ai confini del mondo. Ma non respingere i miei genitori. Li hai chiamati vecchi tu stesso. Abbi pietà”
Lui scrollò le spalle, gli occhi duri. “Non voglio averci a che fare! Se sei una figlia così perfetta, va pure a trovarli.”
La mia prima storia damore era stata con un uomo reduce dalla guerra in Afghanistan. Simone mi era sembrato un eroe, un maggiore decorato, un soldato valoroso. Quando nacque nostro figlio Matteo, i miei genitori non potevano essere più felici. “Livia, ora possiamo morire in pace,” diceva mio padre. “Simone è un uomo donore. Ti abbiamo affidato a mani sicure.”
Ma Simone non aveva occhi per Matteo. Sempre in giro: a pesca, tra i commilitoni, o troppo stanco per giocare con lui. Col tempo, anche Matteo smise di cercarlo.
Poi vennero le depressioni, quelle nere come la pece. Meglio non avvicinarsi quando cadeva in quegli abissi. Quando Matteo compì cinque anni, Simone, ubriaco fradicio, indossò luniforme e minacciò nostro figlio con la sua pistola donore. Fu lultima goccia. Capii che la guerra gli aveva spezzato lanima. Chiesi il divorzio.
I miei genitori mi accusarono senza pietà. “Che moglie ingrata! Un uomo così non lo troverai mai più!”
Ma non mi pentii mai. Simone divenne una pagina chiusa. Anni dopo, sposò una donna sordomuta.
Il mio secondo marito arrivò presto. Lavoravo come rappresentante, viaggiando tra i borghi della Toscana. In uno di questi, incontrai Rodolfo Petrucci, un dirigente affascinante e sorridente. Ci scontrammo su un contratto, ma fu linizio di qualcosa di più dolce. “Livia, permettetemi di invitarvi a cena,” disse, baciandomi la mano con galanteria.
Quella notte, tra vino e parole, nacque una passione travolgente. Rodolfo era più giovane di me, divorziato, con una figlia di sette anni. Sapevo che i miei genitori non lavrebbero approvato: troppo giovane, troppo spensierato. Ma a me non importava. Lo amavo come mai prima.
Quando annunciai il matrimonio, mio padre impallidì. “Scherzi? Credevamo che ti saresti riconciliata con Simone!”
“Simone ha dimenticato Matteo. Punto,” risposi, secca.
Rodolfo si presentò con doni e una proposta: vivere tutti insieme. “Avrete noi vicini, per ogni necessità.”
Mio padre, grattandosi la nuca, accettò, ma chiese: “Dove? Noi abbiamo un bilocale, Livia un appartamentino”
Rodolfo sorrise. “Sogno una casa a tre piani. La costruirò, e ci staremo tutti.”
Ci sposammo con una festa memorabile. Rodolfo ci regalò una crociera nel Mediterraneo. Matteo lo adorava, ma sua figlia Giulia mi guardava con sospetto, sussurrando al padre cose che non sentivo mai.
Tre anni dopo, la casa fu pronta. Un gioiello nella campagna toscana. Al primo piano, la cucina e la camera dei miei genitori; al secondo, la nostra; al terzo, quella di Matteo. “Giovane comè, può fare le scale,” rise Rodolfo.
Ma la felicità non durò. I miei genitori e Matteo sembravano incapaci di apprezzare la generosità di Rodolfo. Critiche, sussurri, occhiate velenose. Lui sopportava in silenzio. “Livia, voglio pace. Se i tuoi genitori preferiscono Simone, che posso farci? Non posso strapparmi in due.”
Poi arrivò Veronica. Matteo la portò a casa un giorno, dicendo: “Questa è la mia ragazza. Vivrà con me.”
“Chi è? Tua moglie? La tua fidanzata?” chiesi, diffidente.
Lui la trascinò in camera senza rispondere.
Veronica non era timida. Una sera, seduta in cucina coi piedi sul tavolo, mi disse: “Livia, vogliamo trasferirci al secondo piano. Aspetto un bambino.”
La rimandai a casa sua con modi non troppo gentili. Matteo, furioso, mi spinse. Caddi, battendo la testa sul tavolo. Finii allospedale con un trauma cranico.
Rodolfo, scoperto laccaduto, voleva denunciare Matteo. Ma io mentii: “Sono scivolata.”
Quando tornai a casa, Matteo si inginocchiò, chiedendo perdono. Lo abbracciai, credendo alla pace.
Ma quella notte, Rodolfo mi svelò lultimo tradimento: “Veronica è venuta nel nostro letto mentre eri in ospedale.”
Rimasi senza parole.
I miei genitori, intanto, sobillavano: “Rodolfo è un donnaiolo! Mandalo via!”
Le loro parole avvelenarono i miei pensieri. Litigavamo per un nonnulla. Alla fine, Rodolfo se ne andò. La casa rimase vuota, echeggiando di ricordi e scale mai salite insieme. Mio padre morì un inverno dopo, senza riconciliarsi con me. Mia madre si spense piano, tra silenzi e sguardi spenti. Matteo partì con Veronica, portando con sé il bambino che non avevo mai visto. Rimasi sola, tra quelle stanze che dovevano unire tutte le nostre vite e invece le avevano divise. Ogni mattina, alzandomi, passo davanti alla finestra del secondo piano e guardo il viale deserto: nessuno è tornato. E so che non torneranno.





