Nella piccola cittadina di Montelupo, si diceva che la vecchia Rosa avesse perso il senno con l’età. Molti evitavano la sua casa, chiamandola “strega”, ma il modo in cui chiuse la bocca ai maldicenti viene ancora ricordato…
Rosa sembrava una comune donna di paese anziana e un po eccentrica: aiutava i bisognosi, nonostante vivesse con una misera pensione, e offriva riparo ai turisti smarriti. I paesani benestanti (Montelupo era un borgo prospero) non erano soliti ospitare estranei al massimo offrivano un bicchiere dacqua, ma mai un letto per la notte.
Rosa era diversa. Ogni viandante trovava da lei un pasto caldo, un tetto e un posto dove riposare, se il buio calava. La chiamavano pazza: “Accoglie sconosciuti, eppure ha in casa una ragazza da maritare!” Minacciavano persino:
“Continua così, e porteremo la tua Annina allorfanotrofio. Chiameremo i servizi sociali, e te la porteranno via.”
Ma questo accadeva un tempo. Poi Annina compì diciotto anni, e finalmente la lasciarono in pace. Allinizio, però, Rosa covava rabbia contro quei paesani. Annina era il suo tesoro, la sua unica speranza e conforto nella vecchiaia.
Era tutto ciò che le restava. Aveva perso ogni familiare suo marito Antonio se nera andato giovane, stroncato da un infarto a soli 42 anni. Sua figlia Lucia laveva cresciuta da sola. Era una brava ragazza, si era sposata bene, si era trasferita in città e aveva dato alla luce Annina. Poi accadde la tragedia…
Il marito di Lucia era un geologo. Missioni continue, a volte lontano da casa per mesi. Da una di queste non fece mai ritorno scomparve senza lasciare traccia. I soccorsi lo cercarono a lungo, persino un membro della squadra di ricerca scomparve. Almeno, questo dissero a Lucia.
Lucia cadde in una profonda disperazione. Con una bambina piccola tra le braccia, come avrebbe fatto senza il marito? Rosa la sostenne con forza:
“Io ti ho cresciuta da sola dopo la morte di tuo padre, e ce lhai fatta. Anche tu riuscirai a tirare su Annina, e io ti aiuterò.”
Allinizio, Lucia sembrò rassegnarsi al suo destino amaro. Ma in realtà fingeva, per non affliggere ulteriormente il cuore di sua madre. Dopo un paio danni, accadde limpensabile.
Lucia cominciò ad annegare il dolore nellalcool. Prima solo occasionalmente, poi quasi ogni giorno.
“La vita senza il mio adorato Marco non ha più senso. Non tornerà mai, e senza di lui non cè felicità per me,” si lamentava ogni volta che Rosa cercava di consolarla.
Rosa provò di tutto, ma nulla servì Lucia legò la sua vita al “demone della bottiglia”. E così morì nel fiore degli anni. Tutti la giudicarono, ma forse era destino.
Rimase Annina, orfana a quindici anni. Rosa ottenne la custodia e la portò con sé in campagna. Annina non era contenta, abituata alla vita cittadina, ma Rosa la convinse:
“In città non sopravviviamo con la mia pensione, qui abbiamo lorto e le galline.”
E aggiungeva spesso:
“Tu, tesoro mio, avrai un destino diverso, vedrai. Quando sarai più grande, ti troverò un bel marito!”
“E dove lo troverai, nonna, in questo buco? Qui capita solo qualche turista perduto!”
“Non preoccuparti, piccola, la nonna sa quello che fa. E lascia che i malvagi sparli pure, tu non dare loro retta.”
Vivevano così, sole, in una vecchia casa alla periferia del paese. Rosa badava alla casa, Annina andava a scuola e dopo le lezioni aiutava nei lavori domestici.
I compagni di scuola la prendevano in giro, sapendo cosa era successo a sua madre. E i vicini amavano spettegolare:
“La madre era una perduta, e cosa diventerà la figlia? Nulla di buono!”
Feriva Rosa sentir dire quelle cose, ma non era colpa sua se il marito era morto giovane, né se anche la figlia aveva perso il suo sposo. Ma fece una promessa a se stessa: avrebbe vegliato sul destino di Annina.
E dei vicini smise di preoccuparsi dicessero pure quello che volevano. Questo li irritava ancora di più: “Quella vecchia non ha rispetto per il giudizio della gente!”
Ogni volta che Rosa ospitava un viandante, i pettegolezzi riprendevano: “Cerca un marito per Annina tra gli stranieri, perché qui nessuno la sposerà, con quel passato!”
“Che mi importa dei vostri ragazzi?” rispondeva Rosa con fierezza. “Annina avrà un destino diverso.”
“Va bene, vedremo,” sogghignavano i paesani, chiamandola “strega” alle sue spalle.
Col tempo, le maldicenze si placarono. Sembrava che li avessero lasciati in pace, ma era solo la quiete prima della tempesta, che scoppiò apparentemente senza motivo. Eppure, fu proprio quellevento a segnare il destino di Rosa e della sua nipotina.
Una tranquilla sera dinverno, mentre Montelupo era avvolto nelloscurità, si sentì un rumore oltre il cancello qualcuno cercava invano di far ripartire unauto in panne. Le voci degli uomini si mescolavano alle imprecazioni contro il maltempo, le strade dissestate e la sfortuna.
Dal cortile accanto uscì un vicino corpulento, infastidito dal chiasso:
“Che fate a sbraitarvi a questora? La gente vuole dormire!”
“Ma sono appena le otto di sera!”
“E voi chi siete? Si vede che siete cittadini. Cosa ci fate in questo paesino dimenticato da Dio?”
“Siamo cacciatori. Ci siamo persi tornando dalla battuta. E ora lauto non parte. Potreste aiutarci?”
“Mah! E se foste dei farabutti? Qui non si ospitano estranei, specie con due figlie in casa. E poi, di motori non capisco nulla. Cavatevela da soli.”
I cacciatori rimasero sorpresi. Si strinsero nelle spalle:
“Scusate il disturbo. Ma almeno sapete dove poter passare la notte?”
“Non siamo mica una città, qui non ci sono alberghi,” rispose seccamente il paesano, già voltandosi per andarsene.
Allultimo momento, forse preso da un guizzo di bontà, aggiunse:
“Lunico posto dove potrebbero ospitarvi è la casa di quella vecchia. È un po fuori di testa, ma apre la porta a tutti.”
Indicò la periferia del paese e aggiunse con malizia:
“Ci vive una ragazza, almeno non vi annoierete, signori cacciatori.”
Con questo, il scontento abitante tornò di corsa a casa. Il cancello si chiuse con un colpo secco. La luce si spense, lasciando i forestieri al buio.
I cacciatori non si persero danimo. Chiusero lauto e si avviarono a piedi verso la casa indicata.
Erano sconcertati dallostilità di solito nei paesini la gente è ospitale. Ma ormai era notte, e non avevano scelta.
“Domattina sarà tutto più chiaro,” si dissero, bussando alla vecchia porta sulla soglia del paese.
“Signora, scusate il disturbo! Ci ospitereste per la notte?”
“E perché no? Entrate, vi offrirò un tè e un posto al caldo,” rispose pronta Rosa, spalancando la porta cigolante.
“Da dove venite, bravi giovani? Cosa vi porta da queste parti?”
“Siamo cacciatori…” risposero timidi, sorpresi da tanta accoglienza.
“Io sono Luca, e questo è il mio amico dinfanzia, Paolo,” si presentarono gli ospiti.
Paolo arrossì come una fanciulla.
“Non abbiate paura di me, ragazzi. Di me dicono molte cose, ma qui sarete al sicuro. Dormirete sulla stufa. Ma prima, ceneremo.”
I due si scambiarono unocchiata, ma erano contenti era da tempo che non mangiavano qualcosa di caldo.
Rosa andò in cucina, lasciando i giovani a osservare la “tana della strega”.
In un angolo della stanza, piccola ma ordinata, cera unicona antica, adornata da un ricamo. Sul davanzale, alcune foto probabilmente la figlia e il genero, sussurrarono tra loro. E accanto, la foto di una giovane dagli occhi tristi. Forse la nipote?
Mentre fantasticavano, Rosa tornò con patate lesse e conserve fatte in casa. Poco dopo, la tavola fu apparecchiata con una tovaglia ricamata e il pane fresco, il cui profumo riportava al passato.
“Come da mia nonna, quandero piccolo!” esclamò Paolo, incapace di nascondere la gioia.
“Mangiate, cari ospiti, intanto preparo il samovar. Berremo il tè con la marmellata di tarassaco. Sapete, mia nipote e io la facciamo così bene che non ne troverete di uguale!”
“Di tarassaco?” Luca era stupefatto, non laveva mai sentita nominare.
“Anche mia nonna la faceva!” rispose Paolo con orgoglio, conquistando sempre più la simpatia di Rosa.
“Cè una radura nel bosco dove a maggio i fiori sono uno spettacolo, e la marmellata che ne facciamo è dolce come il miele,” sussurrò Rosa, desiderosa di impressionare gli ospiti.
E loro si lasciarono trasportare dallatmosfera accogliente di quella vecchia casa. Solo una cosa li incuriosiva: Rosa non faceva troppe domande, ma osservava Paolo con uno sguardo enigmatico mentre elogiava il cibo e si deliziava della marmellata.
“Una delizia! Proprio come quella di mia nonna!”
Dimprovviso, dalla stanza accanto, si sentì una voce femminile:
“Nonna, ho sete…”
I due si guardarono, poi, osservando le foto, chiesero allunisono:
“È vostra nipote? Non sta bene?”
“Poverina… ieri ha voluto spaccare la legna, visto che non ne avevamo più. A notte le è venuta la febbre, e io non ho medicine. Con questo freddo, non posso andare in farmacia sono troppo vecchia.”
Rosa sospirò, versò una tazza di tè al tiglio con un cucchiaio di marmellata e corse dalla nipote.
“Nonna, aspettate! Noi abbiamo delle medicine.”
Paolo aprì la borsa e tirò fuori del paracetamolo.
“Prendete, datele questo. Se non migliora, troveremo una soluzione.”
Non osò seguirla.
Pochi minuti dopo, Rosa tornò:
“Dovete riposare, sarà stata una giornata lunga. Vi preparo un letto, io resto con Annina è tutto ciò che mi rimane.”
A Paolo si riempirono gli occhi di lacrime. Fece un timido passo verso Rosa:
“Lasciate che stia io con Annina, voi riposatevi.”
“Riposerò quando sarò morta, figliolo. Finché respiro, non lascerò sola mia nipote. Andate a dormire, domani è un altro giorno. Siamo abituate a cavarcela da sole.”
Rosa tornò dalla nipote, e gli ospiti si coricarono.
“Perché la chiamano strega e pazza?” chiese Luca a Paolo quando la porta si chiuse.
“Mi ricorda mia nonna. Peccato che sia morta sette anni fa.”
“La gente è cattiva. Forse le invidiano qualcosa.”
Stavano per addormentarsi quando sentirono dei passi. Nel buio, non si distingueva la figura, ma dai movimenti cauti capirono che era Rosa.
“Chissà cosa vuole,” pensò Paolo, che non riusciva a togliersela dalla mente.
Dato che dormivano nella stanza centrale, potevano osservare senza farsi notare. Fingendo di dormire, Paolo spiò Rosa.
La donna si avvicinò alla vecchia gruccia dove erano appesi i cappotti degli ospiti. Prese quello di Paolo e lo portò nella stanza dove dormiva con Annina.
“Strano,” pensò.
“Forse è davvero una strega, e sta preparando un incantesimo. O forse cerca i documenti per sapere chi siamo. Ma allora perché ci ha ospitato?”
Le domande erano più delle risposte, ma non voleva disturbare la donna nel cuore della notte.
“Va bene, aspetterò lalba.”
Luca russava, mentre Paolo, dormitando un po, si alzò allalba. Prese il cappotto e uscì in cortile.
Con sua grande sorpresa, notò una cucitura perfetta sulla manica, così ben fatta che nemmeno una sarta esperta avrebbe potuto fare di meglio. Come aveva fatto Rosa a notare lo strappo, se nemmeno lui ricordava come fosse accaduto?
Certo, tornato dalla sfortunata battuta di caccia, avrebbe potuto comprarsi cento cappotti del genere a ventisette anni era già proprietario di un ristorante di successo. Ma Rosa non poteva saperlo, e quella premura lo commosse profondamente.
Allalba, mentre la casa era ancora silenziosa, uscì nel cortile e si diresse al capanno.
“Almeno spacco un po di legna prima di andare, così non patiranno il freddo.”
Poi ricordò la foto della ragazza sul davanzale.
“È bellissima, e sembra anche laboriosa. Mi piacerebbe conoscerla.”
Sognando di portare Annina nel suo ristorante, si mise a spaccare legna con tale energia che le schegge volavano.
Dietro di sé, sentì la voce dolce di Rosa:
“Che bravo ragazzo! Da anni in questa casa non cè una mano maschile, e ora questa fortuna!”
Paolo arrossì:
“Ma no, è abitudine da bambino spaccavo la legna per mia nonna.”
La risposta piacque a Rosa.
“Grazie, figliolo! Tra due giorni è Carnevale avremo di che scaldare il forno per i dolci.”
Poi aggiunse:
“E voi restate!”
Paolo arrossì di nuovo appena conosciuti, e già li invitava a festeggiare. Vivevano con poco, eppure erano così generosi, proprio come sua nonna.
“Perché no? Ho ancora quattro giorni di vacanza.”
“Allora restate, sarete miei ospiti,” disse Rosa, andando a preparare la colazione.
Anche Luca uscì in cerca dellamico. Paolo gli parlò subito dellinvito a restare per Carnevale.
“Sei pazzo? Che Carnevale vuoi fare in questo buco? No, io torno in città. Fai come vuoi.”
Discutevano animatamente quando arrivò il vicino che li aveva indirizzati da Rosa la sera prima. Aveva sentito tutto.
“Ragazzi, ho trovato qualcuno che vi aggiusta lauto.”
“Grazie, buon uomo!”
“Venite con me, vi presento il nostro meccanico, è molto bravo.”
Luca, irritato dalla decisione dellamico, rimase in cortile, mentre Paolo seguì il vicino. Ma questultimo aveva altre intenzioni. Appena fuori dalla proprietà di Rosa, disse con tono significativo:
“La vostra auto è costosa vale decine di migliaia di euro. E voi non siete gente comune. Il mio consiglio è: state alla larga da quella vecchia pazza e da sua nipote. Sono povere, non hanno un soldo. Se cercate una ragazza di campagna da sposare (ora va di moda tra voi cittadini), ci sono famiglie migliori venite da me, vi presento le mie figlie.”
Paolo capì il vicino aveva sentito che era un ristoratore e voleva piazzargli le figlie. Ma non batté ciglio.
“Tornerò per Carnevale, allora magari passerò a salutare. Ma per laiuto col meccanico, vi sono grato.”
“Ih, vuole tornare per Carnevale! Si sarà invaghito di quella pezzente.”
Quando Rosa chiamò tutti a colazione, scese anche Annina. La febbre era passata, e la nonna volle presentarla agli ospiti.
“Questo è Luca e questo Paolo,” disse.
“Si sono persi ieri, e li ho invitati a restare per Carnevale.”
“Io sono Anna,” rispose la ragazza semplicemente. “Prendiamo il tè con la marmellata!”
“Stai seduta, piccola, sei ancora debole. Ci penso io.”
“No, nonna, sto bene. Lascia che ti aiuti.”
In pochi minuti, la tavola fu pronta con il samovar, la marmellata, il pane e gli avanzi della cena.
“Non mangiavo così bene da quando è morta mia nonna,” disse Paolo, gustando un secondo pezzo di pane.
Anna lo guardava incantata. Sembrava già attratta dallo sconosciuto. E anche Paolo la osservava con affetto estranea, eppure già così familiare.
Solo Rosa restava impassibile, ma i suoi occhi dicevano che sapeva già ciò che nessun altro intuiva.
“Nonna Rosa, posso invitare Anna in città?” chiese timidamente Paolo.
“Solo se lo vorrà, e solo quando sarà guarita del tutto,” rispose Rosa, coprendosi il sorriso sdentato. Poi cambiò argomento:
“Restate per Carnevale, cari ospiti?”
“Paolo forse sì, io devo tornare ho impegni,” tagliò corto Luca.
“Partiremo stasera lauto sarà pronta, ma per Carnevale… tornerò io.”
Paolo guardò Anna con tenerezza, come per chiederle se lo voleva rivedere.
Fino a sera, mentre il meccanico lavorava allauto, Paolo e Anna chiacchierarono come vecchi amici. Ma arrivò il momento della partenza.
“Tornerò tra due giorni. Verrò a prenderti,” sussurrò Paolo ad Anna.
Lei voleva credergli, ma chi avrebbe mai voluto una ragazza come lei? Di certo non un bel giovane di città…
Lauto scomparve alla curva, ma Anna continuava a guardare. Non poteva immaginare che fosse un milionario, e che si fosse innamorato di lei a prima vista.
“Basta sognare,” si disse, guardando interrogativa la nonna.
“Tornerà, piccola, ne sono certa ho visto la scintilla tra voi, più calda del fuoco che Paolo ha acceso con la sua legna.”
Arrivò Carnevale. Rosa e Anna prepararono i dolci, aspettando lospite.
Ma il primo e il secondo giorno passarono senza che Paolo tornasse…
Il terzo giorno, arrivò il vicino:
“Allora, il vostro cittadino prometteva di tornare, e invece niente. Non illudetevi lui è il proprietario di un ristorante famoso, cosa vuoi che gliene importi di voi?”
Anna e Rosa rimasero sgomente non lo sapevano. La ragazza scappò in casa, mentre la nonna pensò: “Si avvera…”
“Non gongolare, è troppo presto,” rispose Rosa al vicino, cacciandolo via.
Barcollando e borbottando, luomo si allontanò, ma allimprovviso si fermò di colpo.
“Che fai, pietrificato? Vattene!”
Anche Rosa si bloccò dalla curva spuntò lauto che giorni prima aveva portato gli ospiti.
Paolo scese con un enorme mazzo di rose rosse e un cesto di prelibatezze. Si avvicinò e disse:
“Nonna Rosa, buongiorno! Mi sono innamorato di Anna. Me la darete in sposa?”
“Se lei è daccordo, sì.”
Anna corse sulla porta. Rosa non laveva vista così felice da quando aveva perso i genitori. La ragazza abbracciò Paolo: “Entra, mio sposo.”
E da quel momento, non si lasciarono mai.
Nel paese continuarono a spargere voci la vecchia pazza aveva stregato un milionario, aveva manipolato il destino della nipote. Il vicino, più di tutti, rosicava di rabbia Paolo non aveva degnato neppure di uno sguardo le sue figlie.
E così impararono che la gentilezza, anche nei luoghi più umili, può spianare la strada a un destino inaspettato. E che il cuore, quando è puro, riconosce lamore vero al primo sguardo.







