Mamma, hai di nuovo lasciato la luce accesa tutta la notte!” esclamò irritato Alessandro, entrando in cucina.

Mamma, ancora una volta hai lasciato la luce accesa tutta la notte! disse irritato Lorenzo, entrando in cucina.
Eh, mi sono addormentata, figlio mio Guardavo una serie e non mi sono accorta di esser crollata rispose la donna con un sorriso stanco.
Alla tua età dovresti riposare, non passare le notti davanti alla televisione!
La madre sorrise in silenzio senza replicare.
Si strinse più forte la vestaglia per nascondere i brividi che il freddo le provocava.
Lorenzo viveva nella stessa città, ma la visitava raramente “quando trovava il tempo”.
Ti ho portato della frutta e le medicine per la pressione disse in fretta.
Grazie, figlio mio. Che Dio ti benedica sussurrò lei.
Avrebbe voluto accarezzargli la guancia, ma lui si scostò.
Devo correre, ho un incontro di lavoro. Ti chiamo durante la settimana.
Va bene, tesoro. Fai attenzione mormorò dolcemente.

Quando se ne fu andato, rimase a lungo alla finestra, osservando il figlio che scompariva dietro langolo della strada.
Mise una mano sul cuore e sussurrò:
Abbi cura di te perché io non resterò ancora a lungo.

La mattina dopo, il postino infilò qualcosa nella vecchia cassetta delle lettere arrugginita.
Maria raggiunse lentamente il cancello e prese la busta con su scritto:
“Per mio figlio Lorenzo, quando non ci sarò più.”
Si sedette al tavolo e cominciò a scrivere con mano tremante:
“Mio caro,
se stai leggendo queste parole, significa che non ho fatto in tempo a dirti tutto ciò che avevo nel cuore.
Ricorda, le mamme non muoiono mai. Si nascondono semplicemente nel cuore dei loro figli, per non farli soffrire.”
Posò la penna e fissò una vecchia foto: il piccolo Lorenzo con le ginocchia sbucciate.
“Ricordi, figlio mio, quando cadesti dallalbero e dicesti che non ci saresti più salito?
Io ti insegnai a rialzarti.
Ora voglio che tu riesca a farlo ancora, non con il corpo, ma con lanima.”
Asciugò una lacrima, mise la lettera nella busta e vi scrisse sopra:
“Lasciare al cancello il giorno in cui non ci sarò più.”

Tre settimane dopo, squillò il telefono.
Signor Lorenzo, sono linfermiera della clinica Sua madre è mancata ieri notte.
Lui chiuse gli occhi in silenzio.
Quando tornò a casa, nellaria cerano odore di lavanda e un silenzio denso.
Sul tavolo, la sua tazza preferita; alle pareti, lorologio fermo da tempo.
Nella cassetta delle lettere cera una busta con il suo nome.
Laprì con mani tremanti. La grafia era quella di sua madre.
“Non piangere, figlio mio. Le lacrime non riportano indietro ciò che si è perso.
Nellarmadio cè il tuo maglione blu. Lho lavato tante volte, e sa ancora di infanzia.”
Lorenzo non trattenne le lacrime.
Ogni parola lo trafiggeva più di qualsiasi rimprovero.
“Non biasimarti. Sapevo che avevi la tua vita.
Noi madri viviamo anche solo delle briciole dellattenzione dei nostri figli.
Chiamavi raramente, ma ogni tua telefonata era una festa.
Non voglio che tu soffra. Voglio che ricordi:
ero fiera di te.”
In fondo cera scritto:
“Quando avrai freddo, metti una mano sul petto.
Se sentirai calore, sarà il mio cuore che ancora batte dentro di te.”

Cadde in ginocchio, stringendo la lettera al petto.
Mamma mamma, perché venivo così poco?
La casa rispose con il silenzio.
Si addormentò lì, sul pavimento.
Al risveglio, il sole filtrava attraverso le vecchie tende.
Passeggiò per casa, toccando tazze, fotografie, la sua vestaglia sulla sedia.
Sul frigorifero trovò un biglietto:
“Lorenzo, ho preparato i cannelloni e li ho messi nel freezer. So che dimenticherai di mangiare.”
Pianse di nuovo.

I giorni passavano, ma la pace non arrivava.
Andava al lavoro, ma con la mente tornava sempre alla casa con le tende gialle.
Un sabato, non resistette più e vi fece ritorno.
Aprì la finestra, e il canto degli uccelli riempì la stanza.
Nel cortile entrò il postino:
Buongiorno, signor Lorenzo. Le porgo le mie condoglianze.
Grazie
Sua madre ha lasciato unaltra lettera. Voleva che gliela consegnassi quando sareste tornato qui.
Aprì la busta. La stessa grafia, quella a lui così cara:
“Figlio mio,
se sei tornato, significa che ti sono mancata.
Questa casa non te lho lasciata come eredità, ma come memoria viva.
Metti dei fiori alla finestra. Prepara il tè.
E non lasciare la luce accesa solo per te lasciala accesa anche per me. Forse, da lassù, la vedrò.”
Sorrise tra le lacrime.
Mamma la luce resterà accesa ogni notte.
Uscì in cortile e guardò il cielo.
Tra le nuvole gli parve di vedere una sagoma familiare, con una vestaglia bianca e fiori tra le braccia.
Mi hai insegnato a vivere, mamma ora insegnami a vivere senza di te.

Passarono gli anni.
La casa rimase viva.
Lorenzo vi tornava spesso: innaffiava i fiori, sistemava la recinzione, metteva su il bollitore sempre per due.
Un giorno vi portò il suo bambino.
Qui viveva tua nonna gli disse.
E dovè adesso, papà?
Lassù, in cielo. Ma ci sente.
Il bambino alzò lo sguardo e fece un cenno con la mano:
Nonna! Ti voglio bene!
Lorenzo sorrise, commosso.
E gli parve che nel sussurro del vento risuonasse la sua voce:
“Vi voglio bene anchio. A entrambi.”

Perché le madri non scompaiono mai.
Rimangono nel modo in cui sorridi, in cui ti rialzi dopo ogni caduta, in cui dici ai tuoi figli “ti voglio bene”.
Lamore di una madre è una lettera che arriva sempre a destinazione. E ogni sera, prima di andare a letto, Lorenzo lasciava accesa la luce in cucina.
Perché sapeva che, da qualche parte, qualcuno la stava guardando.
E nel silenzio della notte, quel chiarore raccontava ancora una storia damore.

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